ROMA – La libertà di stampa è una di quelle formule che sembrano appartenere al lessico stabile delle democrazie costituzionali. La si invoca spesso, la si difende con forza, la si considera quasi un bene acquisito. Eppure, proprio le parole più consolidate sono talvolta quelle che hanno maggiore bisogno di essere rilette.
È quanto fa Francesco Saverio Vetere in Libertà di stampa e Statuto dell’editoria periodica (Lefebvre Giuffrè, 138 pagine, 20 euro) un volume che affronta con rigore giuridico e consapevolezza storica una questione cruciale: che cosa resta oggi della libertà di stampa quando la stampa, come forma tecnica e istituzionale, non è più il centro esclusivo della comunicazione pubblica?
Il punto di partenza è l’articolo 21 della Costituzione, in particolare il secondo comma: «La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure». È una norma breve, lapidaria, nata come reazione all’esperienza autoritaria e al controllo preventivo delle idee. Vetere ne ricostruisce la genealogia costituzionale, mostrando come il divieto di autorizzazione e censura non sia un semplice frammento tecnico della disciplina della stampa, ma uno dei presidi essenziali della democrazia repubblicana.
La stampa libera, nell’impianto del 1948, non è soltanto un’attività economica o professionale: è un’infrastruttura del pluralismo. Il libro, tuttavia, non si limita alla celebrazione del principio. La sua forza consiste nel portare quel principio dentro la frattura contemporanea. La legge 8 febbraio 1948, n. 47, nacque in un mondo nel quale l’informazione professionale coincideva largamente con il giornale, con la testata registrata, con la periodicità riconoscibile, con una redazione, un editore, un direttore responsabile. Era un universo ordinato attorno a supporti materiali e a soggetti identificabili. Oggi, invece, l’informazione stabile e professionalizzata si svolge anche altrove: nei siti nativi digitali, nei podcast seriali, nelle newsletter strutturate, nei canali social editorializzati, nelle piattaforme dove la produzione del contenuto è inseparabile dalla sua distribuzione algoritmica.
Qui emerge la tesi più interessante del volume. Vetere sostiene che il sistema della legge sulla stampa conserva ancora una razionalità profonda, ma rischia di perdere presa se continua a identificare quella razionalità con la sola forma storica del giornale. Il problema non è abbandonare lo statuto della stampa; è salvarne la funzione. E la funzione consiste nell’assicurare responsabilità, imputazione, trasparenza, rettifica, garanzie contro il sequestro arbitrario, divieto di filtri preventivi. In altre parole: ciò che va difeso non è la carta, né una nozione meramente formale di testata, ma l’informazione professionale e continuativa come servizio essenziale della sfera pubblica.
Il pregio del libro sta anche nell’equilibrio della proposta. Vetere non cade nella tentazione, oggi frequente, di invocare controlli preventivi sui contenuti digitali. Anzi, la sua impostazione è chiaramente anticensoria.
La risposta alla disinformazione, all’opacità delle piattaforme, alla frammentazione dei luoghi dell’informazione non può essere una nuova autorizzazione mascherata, né un ritorno del potere pubblico come giudice preliminare della parola. La via indicata è diversa: una disciplina tecnologicamente neutra, costruita non sul supporto ma sulla funzione; non sul mezzo utilizzato, ma sulla continuità, professionalità, organizzazione e responsabilità dell’attività informativa.
Da questo punto di vista, il volume ha un merito raro: tiene insieme la tradizione costituzionale e la trasformazione tecnologica. Non contrappone ingenuamente il passato analogico al presente digitale, ma mostra come il diritto debba tradurre nel nuovo ambiente tecnico le garanzie elaborate in un altro contesto storico. L’articolo 21 resta il baricentro; ciò che deve mutare è l’architettura ordinaria chiamata a renderlo effettivo.
Particolarmente significativa è la distinzione tra libertà individuale di manifestazione del pensiero e attività organizzata di informazione. Non tutto ciò che viene pubblicato online deve diventare “stampa”; non ogni opinione personale deve essere assoggettata a obblighi professionali. Sarebbe un errore, e forse un pericolo.
Ma è altrettanto problematico che soggetti stabilmente organizzati, capaci di incidere sul mercato delle idee come vere redazioni, possano sottrarsi a qualsiasi regime di responsabilità solo perché operano fuori dalla forma classica della testata. Il libro individua in questa asimmetria uno dei nodi irrisolti dell’ordinamento contemporaneo.
La scrittura è densa, giuridicamente sorvegliata, talvolta volutamente specialistica. Non è un libro di divulgazione facile, né pretende di esserlo. È un testo destinato a giuristi, editori, studiosi dei media, giornalisti e decisori pubblici. Ma proprio questa densità ne costituisce il valore: Vetere non offre slogan sulla libertà di stampa, bensì una proposta di ricostruzione sistematica. La libertà, nel suo discorso, non è mai separata dalla responsabilità; e la responsabilità non è mai usata come pretesto per comprimere la libertà.
La parte più attuale è quella dedicata alla crisi del modello tradizionale di imputazione editoriale. Nell’ambiente digitale, infatti, non basta più chiedersi chi abbia scritto un testo. Bisogna interrogarsi su chi lo organizza, lo diffonde, lo seleziona, lo rende visibile, lo inserisce in una filiera informativa stabile. 
L’intermediazione algoritmica sposta il problema dalla pubblicazione alla distribuzione, dal contenuto isolato alla governance dei flussi di visibilità. È qui che il tema della libertà di stampa incontra la questione più ampia del potere delle piattaforme.
Il libro non offre una soluzione semplicistica. Propone piuttosto una direzione: costruire uno statuto dell’informazione editoriale professionale e continuativa, capace di includere i nuovi formati senza confonderli con la comunicazione spontanea dei cittadini. Registrazione o accreditamento, in questa prospettiva, non dovrebbero mai essere strumenti autorizzatori, ma dispositivi dichiarativi di trasparenza e imputazione.
È una distinzione decisiva: il diritto non deve concedere il permesso di parlare; deve rendere riconoscibili le responsabilità di chi opera stabilmente nello spazio pubblico informativo.
In conclusione, Libertà di stampa e Statuto dell’editoria periodica è un libro necessario perché interviene su un punto cieco del dibattito italiano.
Molti parlano di crisi dell’editoria; molti parlano di piattaforme, algoritmi e intelligenza artificiale; pochi provano a ricondurre questi fenomeni alla struttura costituzionale della libertà di stampa. Vetere lo fa con una tesi netta: non bisogna archiviare lo statuto della stampa, ma rifondarlo in termini funzionali, proporzionati e tecnologicamente neutrali.
È, in fondo, un libro sulla permanenza delle garanzie dentro la metamorfosi dei mezzi. La libertà di stampa non muore perché cambia il supporto della parola pubblica. Può, però, svuotarsi se il diritto resta prigioniero delle forme storiche che quella libertà avevano reso possibile.
Il compito, allora, non è custodire nostalgicamente il passato, ma salvare ciò che in esso vi era di essenziale: il divieto di censura, la responsabilità dell’informazione, il pluralismo, la riconoscibilità dei soggetti che parlano professionalmente alla collettività. In questo senso, il volume di Vetere non è solo una riflessione giuridica sulla stampa; è una proposta per ripensare la democrazia informativa nell’età digitale. (giornalistitalia.it)
CHI È FRANCESCO SAVERIO VETERE
Nato a Cosenza il 26 aprile 1962, Francesco Saverio Vetere ha conseguito la maturità classica al Liceo “Bernardino Telesio” di Cosenza, laurea in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, la laurea Magistrale in Management delle organizzazioni pubbliche e sanitarie all’Università “UnitelmaSapienza” di Roma
e il master di II livello in Diritto Antitrust, mercati e Big Data presso l’Università “UnitelmaSapienza” di Roma.
Avvocato patrocinante in Cassazione, è giornalista pubblicista iscritto all’Ordine della Calabria dal 31 marzo 2007. Dal novembre 1999 è Segretario Generale e Presidente della Giunta Esecutiva dell’USPI.
È docente di Storia della Stampa Periodica e di Management dell’Editoria Periodica all’Università “La Sapienza” di Roma.
È stato presidente del Coordinamento Mondiale della Stampa Periodica Italiana; componente della Commissione Paritetica Governo-Editoripresso la Presidenza del Consiglio dei Ministri; componente del Comitato per il Credito Agevolato alle imprese del settore della comunicazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri; componente della Commissione Tecnica per l’Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri; componente dell’Osservatorio per la Distribuzione e Vendita dei Prodotti Editoriali presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri; amministratore della Società Editrice Euroma “La Goliardica” di Roma, società editrice della Università di Roma; consigliere di amministrazione di Opims (Osservatorio Permanente per l’Informazione Medico-Scientifica), organismo che si occupa del monitoraggio dell’informazione medico-scientifica sui mezzi di comunicazione. È Commendatore al Merito della Repubblica Italiana. (giornalistitalia.it)







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