ROMA – Festeggiare la morte con una maschera invece di ricordarla con rispetto è come dipingere un incendio invece di spegnerlo: ti fa credere di dominare la paura, mentre stai solo bruciando la tua memoria. L’architettura spirituale di una civiltà si riconosce dalla cura con cui gestisce la soglia tra il visibile e l’invisibile, tra la luce della presenza e l’ombra dell’assenza.
Quando l’autunno spoglia la terra e la natura si ritira nel proprio silenzio essenziale, l’uomo ha da sempre avvertito il bisogno di sostare sul confine, misurando il valore del proprio tempo di fronte al mistero dell’invisibile. È in questa crepa feconda del calendario che l’antica Samhain celtica intrecciava il suo respiro con la successiva solennità cristiana di Ognissanti e con la Commemorazione dei Defunti, componendo un mosaico condiviso in cui la pietas, la memoria e il suffragio offrivano una dimora salda alla fragilità umana.
Per comprendere l’ossatura filosofico-esoterica di questo passaggio e la sua progressiva mutazione in un rito globale ed esteriorizzato, occorre far riferimento a una solida letteratura antropologica e filosofica. Analizzando la festività partendo proprio dall’antica Samhain, definendola come un vero e proprio “tempo fuori dal tempo”, scopriremo un momento d’interstizio in cui il velo tra il mondo metafisico (gli spiriti, i defunti, le forze cosmo-divine) e quello fisico si assottigliava.
In quest’ottica esoterica, l’antico rito nasceva come sincronizzazione dell’uomo con i cicli della natura e della morte vegetativa, ben prima di ridursi ad intrattenimento massificato. Allo stesso tempo la gestione del confine tra vivi e morti apparteneva originariamente anche alla tradizione agro-pastorale mediterranea ed europea. Dalle Alpi allo Ionio, il pane spezzato, il lume acceso alla finestra e la carità per le anime dei trapassati rispondevano già a riti comunitari di accoglienza degli antenati, con forme persino assimilabili all’intaglio delle zucche e alla richiesta di offerte.
Tuttavia, la traiettoria moderna rivela una frattura ben più profonda della semplice moda di costume: è la spia di una precisa mutazione epistemologica, la sostituzione metodica del rito di continuità con il rito di svuotamento. Laddove Ognissanti edifica un vettore verticale, celebrando la Luce della santità e la vittoria sulla morte, e la Commemorazione dei Defunti richiede la preghiera e l’austera devozione del lutto, l’Halloween contemporaneo opera una sostituzione del raccoglimento con lo spettacolo e della trascendenza con la finzione macabra.
Questa profanazione del simbolo richiama un’intuizione: quando un simbolo esoterico primordiale perde il proprio ancoraggio sacro e metafisico, non scompare, ma sopravvive sfigurato come involucro vuoto, parodia o maschera grottesca. La lanterna che un tempo guidava i defunti diventa mero soprammobile di plastica, derubata della sua coordinata cosmologica.
La causa di questo sorpasso non è un semplice azzardo commerciale, ma risponde all’esigenza silenziosa di una società che, avendo progressivamente espulso la morte e il lutto dallo spazio pubblico, cerca nella derisione ludica un modo per addomesticare l’ignoto. Nelle pieghe di una cultura contemporanea che ha tabuizzato il decadimento corporeo per far spazio all’efficienza produttiva, Halloween si insinua come un sofisticato dispositivo di protezione e desensibilizzazione. Poiché l’uomo attuale ha smarrito gli strumenti metafisici per abitare l’angoscia del fine, ricorre alla parodia del macabro per anestetizzarla: ridere di un teschio edulcorato neutralizza il terrore del teschio reale.
Sul piano della psicologia profonda e della psicanalisi junghiana, il mascheramento diventa un’inconscia valvola di sfogo per integrare l’Ombra, quella componente scura e repressa dalla società del politicamente corretto, concedendo al “perturbante” (Das Unheimliche) di affiorare in una cornice catartica ma rassicurante, perimetrata nelle ventiquattr’ore di una messa in scena. Inoltre, nell’anonimato delle metropoli sfilacciate, il gesto di bussare alle porte recupera, seppur in chiave edulcorata, l’antidoto a una solitudine sociale dominante.
Eppure, questa apparente catarsi consuma una silenziosa frattura nei confronti del decoro, dell’armonia sociale e della tradizione religiosa. Sul piano etico e comportamentale, l’uso di costumi disturbanti rompe il pudore del rispetto verso chi non c’è più, mentre la prassi del “trick or treat” altera la sostanza stessa delle relazioni umane. Dove il dono devozionale e il pane dei morti univano la comunità in un atto di gratuità e fraternità verso l’invisibile, la logica del “dolcetto o scherzetto” introduce nel bambino una micro-dinamica di estorsione ludica (“se non mi dai, ti danneggio”), sostituendo il ricatto alla grazia della condivisione.
Halloween ha sottratto spazio a Ognissanti perché richiede un costo emotivo e spirituale infinitamente inferiore. Sostare davanti a una tomba, elaborare il dolore e interrogarsi sul proprio destino impone il coraggio del silenzio e dell’introspezione; lo spettacolo del macabro offre invece un esorcismo immediato, un’adrenalina priva di memoria e priva di conseguenze. Ironia della sorte, pur dicendosi secolarizzato e razionale, l’uomo moderno rivela un bisogno insopprimibile di ritualità: se non sa più sostenere i dogmi o la severità della memoria, adotta parodie esteriori che gli permettono di toccare l’abisso senza sensi di colpa.
Riconoscere questa traiettoria non significa muovere un’accusa a chi vive la festività con la leggerezza del gioco, ma restituire lucidità a uno sguardo capace di distinguere la forma dal significato. Rimpiazzare il silenzio di Ognissanti con la parodia dell’oscurità significa derubare l’esperienza umana del suo specchio più autentico, poiché soltanto nella capacità di contemplare la fine con dignità e rispetto la vita ritrova la misura della propria bellezza e la verità del proprio senso.
In questo teatro di volti dipinti, la vera scommessa intellettuale sta nel non smarrire l’origine della luce, evitando che una maschera di cera finisca per sostituirsi all’essenza di ciò che siamo chiamati a custodire e che la candela si spenga prima ancora di aver illuminato il buio.
Chi sostituisce il silenzio della memoria con il frastuono di una maschera assomiglia ad un uomo che, terrorizzato dal buio, sceglie di spegnere la lanterna per giocare a fare il fantasma. Certi bui non sconfiggono l’oscurità, ma si privano della luce per poterla vedere. (giornalistitalia.it)
Maria Grazia Carnà










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