PARAVATI (Vibo Valentia) – Nel diciassettesimo anniversario della sua scomparsa, Mamma Natuzza torna a parlare al cuore del mondo non con il clamore dei prodigi, ma con il segreto di una trasparenza che vince l’oscurità delle nostre vite.
C’è una densità snervante nel modo in cui l’umanità abitualmente respira: un impasto di polvere, calcoli, autoconservazione e rumore che rende i nostri corpi simili a pareti cieche, muri spessi dietro i quali ciascuno custodisce la propria minuscola, sguarnita solitudine. Camminiamo per inerzia, trattenuti dal perimetro dei nostri dubbi, incapaci di farci attraversare o di farci abitare, racchiusi nella nostra carne.
Ma l’autentica Scienza d’uomo, quella che non si studia nei volumi polverosi, ma si impara in ginocchio davanti al mistero della Croce, insegna che ogni tanto Dio compie uno sbrego nella materia. Sceglie alcune creature e le svuota con una delicatezza e una violenza d’amore così radicali da renderle simili a vetri sottilissimi, a lamine d’aria pura. È una tralucenza silenziosa, una trasparenza dell’anima che non ha nulla a che vedere con il clamore dei prodigi o con la perfezione algida dei santi di marmo.
Natuzza Evolo apparteneva interamente a questa schiera di anime trasfigurate. In lei non c’era l’architettura superba dei dotti, né l’eloquenza dei retori; c’era soltanto la scandalosa, bellissima nudità di un cuore bambino. Analfabeta secondo i codici del mondo, ma depositaria di una sapienza infusa che fa tremare i sapienti, Natuzza si ergeva a Paravati come una feritoia spalancata sull’Infinito.
La sua non era la santità del trionfo, ma la santità dell’annientamento per amore, quel farsi “nulla” perché l’Altro possa essere tutto. I Santi non sono privi di fragilità, ma sono contenitori trasparenti di un mistero doloroso che trasfigura la materia che ci compone in qualcosa di universale. Guardare Natuzza significava avvertire lo strazio e la meraviglia di una fibra umana ridotta a pura trasparenza.
Nel mondo degli opachi, dove ognuno difende il proprio ego come un fortino assediato, Natuzza era una presenza del tutto disarmata e disarmante. Una luce flebile e delicata come la vita, sempre spinta dai venti fino al limite di spegnersi, provata dalla malattia, dalle piaghe sanguinanti della Passione che ne segnavano le carni, dal peso insopportabile delle sofferenze altrui.
Eppure, proprio in quella fragile carne, in quel corpo minuto costantemente esposto all’orlo del cedimento, non si è mai spento quel bagliore ostinato. Non un bagliore abbagliante o feroce, ma un chiarore timido e dolcissimo, simile a quello dell’alba che filtra attraverso le persiane socchiuse di una stanza in cui si è vegliato un dolore notturno per consolare chi piange.
La natura di Natuzza Evolo e del suo essere Serva di Dio racconta la natura della santità stessa, quella che non si compone di miracoli ma del distinguersi mantenendo quella trasparenza bambina in un mondo di opachi. Dio non cerca cuori perfetti o muscoli morali; cerca varchi. Cerca fessure attraverso cui far passare la Sua carezza su una terra ferita. Natuzza raccoglieva nei suoi grembi spirituali le lacrime, i lutti, le disperazioni e le preghiere sottovoce delle migliaia di persone che bussavano alla sua porta.
La sua straordinaria ed eroica ordinarietà risiedeva in questo: nell’ascoltare l’altro, portandone il peso con il sorriso e la preghiera. Non un ascolto formale, ma un piangere insieme, un farsi carico del cancro, della solitudine, del peccato altrui, accogliendolo dentro di sé come nel calice di una Messa celebrata nel nascondimento. Il suo sorriso non era una maschera di circostanza, ma il riflesso di una Luce che già abita la fine di ogni notte.
Chi si lascia toccare dalla sua storia avverte un brivido profondo, una commozione che scioglie i nodi della gola.
Ci scopriamo così drammaticamente opachi, eppure così disperatamente desiderosi di quella purezza. Natuzza rimane lì, come una soglia aperta tra il fango delle nostre giornate e l’azzurro incorruttibile del cielo, a ricordarci che la santità non è una meta da conquistare, ma la grazia suprema di lasciarsi scortificare dall’Amore finché la luce non trovi un pertugio da cui passare, rendendoci, finalmente, un po’ più simili al cielo.
Un Santo non è una luce che acceca, ma l’umile crepa nella pelle lisa e consumata nel dolore attraverso cui il profumo dell’Eterno respira sul mondo allontanando l’oscurità. (giornalistitalia.it)
Maria Grazia Carnà











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