Mohammed bin Salman e Jamal Khashoggi

WASHINGTON (Usa) – Un team segreto di intervento rapido per mettere a tacere i dissidenti sequestrandoli, imprigionandoli, torturandoli e, in alcuni casi, uccidendoli. Come nel caso del giornalista Jamal Khashoggi. Lo autorizzò il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman dopo aver conquistato il potere, secondo uno scoop del New York Times destinato a compromettere ulteriormente la figura di Mbs proprio mentre tentava di rifarsi l’immagine dopo il caso Khashoggi, con viaggi strategici all’estero e apparenti segnali di modernizzazione, come la nomina in Usa della prima donna ambasciatore. Un colpo fatale, forse anche nella disordinata marcia indietro della Scala sull’ingresso dei sauditi.
Ma l’ombra dell’omicidio Khashoggi deve aver continuato a pesare anche nel regno se, stando al Guardian, lo stesso re saudita Salman bin Abdulaziz Al Saud ha limitato, sia pur temporaneamente, l’autorità del figlio in campo finanziario ed economico, affidando a un suo stretto consigliere, Musaed al-Aiban, la supervisione informale degli investimenti esteri.
Intanto, rivela il giornale britannico, nelle ultime due settimane bin Salman non ha partecipato a una serie di importanti appuntamenti ministeriali e diplomatici, né a due delle recenti riunioni di Gabinetto settimanali nonostante larichiesta del padre di essere presente.
Le rivelazioni del Nyt, basate su fonti e rapporti di intelligence, sono inquietanti perché inquadrano il delitto Khashoggi in una più ampia campagna segreta per tacitare i dissidenti, iniziata oltre un anno prima, proprio con l’avvento al potere di Mbs. E mettono nuovamente in imbarazzo Donald Trump, che finora ha sposato l’innocenza di bin Salman nell’assassinio Khashoggi, sconfessando l’intelligence Usa.

Le valige con il corpo smembrato di Jamal Khashoggi trasportate dal team segreto nel Consolato saudita a Istanbul

I membri della squadra che eliminò il giornalista, secondo le rivelazioni, sarebbero coinvolti in almeno una dozzina di operazioni a partire dal 2017 e il team di intervento rapido lavorava così tanto che lo scorso giugno il suo capo chiese a un alto consigliere del principe bin Salman se poteva concedere dei premi per Eid al-Fitr, la festività che segna la fine del Ramadan.
La squadra anti dissidenti – sempre secondo le fonti consultate – era supervisionata da Saud al-Qahtani, lo zar dei media alla corte reale, ed era guidata sul campo da Maher Abdulaziz Mutreb, un dirigente dell’intelligence che ha viaggiato all’estero con il principe ereditario.
Un altro operativo era Thaar Ghaleb al-Harbi, un membro della guardia reale promosso nel 2017 per il suo eroismo durante un attacco al palazzo di Mbs. Sia Mutreb che el-Harbi sono sotto processo a Riad per l’omicidio Khashoggi: entrambi erano nel consolato di Riad a Istanbul quando fu ucciso.
Alcune delle operazioni del team comportavano il rientro forzato di cittadini sauditi da altri Paesi arabi, come Rami al-Naimi, figlio dell’ex ministro del petrolio saudita. In altre casi si trattava di imprigionare e torturare (anche con il waterboarding) voci critiche in sontuosi palazzi appartenenti a bin Salman ma anche a suo padre. Tra queste una dozzina di donne attiviste dei diritti umani, come Loujain al-Hathloul, Aziza al-Yousef ed Eman al-Nafjan, una docente di linguistica che ha tentato di suicidarsi. Il processo contro di loro si è aperto mercoledì scorso a Riad ma ai giornalisti e ai diplomatici è stato negato l’accesso. (ansa)

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