ROMA – «Spesso ci facciamo influenzare negativamente perché pensiamo che le cose vadano sempre a nostro svantaggio. Ma non è così. Non dobbiamo limitarci a causa del giudizio altrui… Tanto ci sarà sempre qualcuno che avrà da ridire su ciò che fai.
Se ci facciamo condizionare dai limiti e dalle paure altrui, non realizzeremo mai i nostri sogni». In questo passaggio del libro “Decido io. Dal sogno alla Supercoppa: il coraggio di rompere gli schemi» (Roi Edizioni, 176 pagine, 19,90 euro), è racchiusa la molla vincente di Manuela Nicolosi, «una donna straordinaria – afferma il direttore di Giornalisti Italia, Carlo Parisi – che ci insegna a trasformare i sogni in realtà non solo rinunciando ad ogni scorciatoia di sorta, ma soprattutto trasformando l’umiliazione e il dolore in energia vitale per superare ostacoli apparentemente insormontabili. Manuela Nicolosi è un manifesto al valore e al merito non solo perché da donna è riuscita ad infrangere i più assurdi tabù maschili, ma perché ha dimostrato con i fatti che limiti e differenze di genere sono solo frutto di arcaiche e stupide convenzioni».
Quasi sempre la storia, soprattutto nello sport, è un annuario di primati. A volte, però, ci sono traguardi che raccontano storie che vanno oltre l’alloro perché custodiscono qualcosa di ancora più prezioso: un metodo, una visione, un modo di affrontare la vita oltre il più insormontabile ostacolo. È stata questa la profonda sensazione che, sin dall’inizio, ha accompagnato la nostra intervista a Manuela Nicolosi: un’ampia riflessione sulla costruzione dei grandi risultati della vita, molto prima che questi diventino visibili. Dietro ogni traguardo raggiunto da Manuela c’è, infatti, un percorso fatto di identità, decisione, preparazione, disciplina, resilienza e capacità di rialzarsi dopo ogni caduta, fino a comporre un vero e proprio metodo che va ben oltre la storia personale di una donna arrivata ai vertici del calcio internazionale. Una visionaria che incarna alla perfezione l’idea che si trasforma in progetto, professionale o umano che sia.
Arbitro internazionale di calcio dal 2010, con la sua ostinata tenacia è stata determinante nell’aprire le porte dell’arbitraggio alle donne.
Prima italiana a dirigere una finale di Coppa del Mondo femminile, nel 2019 a Lione, due volte alle Olimpiadi (Rio de Janeiro e Tokyo), cinque tornei Fifa, 100 gare a livello professionistico, ma soprattutto prima donna in assoluto al mondo a dirigere una finale maschile: la storica Supercoppa Uefa del 2019, vinta dal Liverpool sul Chelsea per 5-4 ai rigori, con una terna arbitrale interamente femminile. Attenzione, però: prima italiana sì, ma con la federazione francese, perché in Italia il talento non è bastato a superare il pregiudizio. Manuela Nicolosi, infatti, con l’umiltà propria dei grandi eroi, è ripartita da zero in Francia mettendo le ali a una carriera che in Italia era giunta al capolinea a causa delle limitazioni imposte alle donne in un percorso internazionale.
Ed in Francia Manuela non c’è arrivata certo in carrozza. Dopo la laurea in Business Admistration and Management all’Università Roma Tre e due master a Bologna e Londra, in Francia c’è arrivata grazie a una borsa di studio Erasmus.
Non conosceva una sola parola di francese, ma in breve non solo ha imparato perfettamente la lingua, ma ha conseguito la seconda laurea francese e si è permessa il lusso di lavorare in alcune tra le più importanti società di consulenza e revisione contabile del mondo. Che ha sistematicamente lasciato per dare spazio al suo sogno: diventare arbitro. Ripartendo in terra straniera dal gradino più basso delle giovanili per diventare la prima italiana a esordire in Ligue 1 (la serie A maschile francese) e bissare anche Oltralpe il primato di miglior arbitro donna.
Dopo aver vissuto tredici anni in Francia e lavorato tra Europa, Stati Uniti e Asia nel ruolo di manager di una società americana, è stata la prima donna arbitro di calcio a commentare le partite in Tv (Dazn e Rai). Ha fondato la società WINspire – Inspire to Win per formare top former e leader, ha creato il metodo Mindset Biohacking 4 Women TM ed è speaker TEDx.
Nel suo bestseller “Decido io. Dal sogno alla Supercoppa: il coraggio di rompere gli schemi” ha trasformato la propria esperienza in un metodo, arrivando a rappresentare una delle voci più autorevoli in tema di leadership, crescita personale e preparazione psicofisica. Eppure, ascoltandola, si comprende subito che il successo, per lei, non è mai stato il punto di arrivo, ma la naturale conseguenza di un processo molto più profondo.
Se, a proposito del titolo del suo libro “Decido io”, le si chiede quanto contano la decisione e la preparazione nel trasformare un sogno apparentemente impossibile in un risultato concreto, la sua risposta arriva senza esitazione e diventa il filo conduttore dell’intera conversazione.
«È tutta una questione di decisione. Dobbiamo chiederci quale direzione vogliamo dare alla nostra vita, come vogliamo occupare il nostro tempo e quali siano davvero le nostre priorità. Ma decidere non basta: bisogna poi agire di conseguenza, passare davvero all’azione, senza aspettare il momento giusto o le condizioni ottimali per farlo».
Sarebbe, però, riduttivo fermarsi a questo concetto, perché, approfondendo il suo ragionamento, emerge un passaggio ancora più importante. Prima della decisione viene «la consapevolezza della propria identità», quella capacità di saper distinguere chiaramente ciò che desideriamo davvero da ciò che, invece, abbiamo inseguito soltanto per rispondere alle aspettative degli altri: «Molte persone falliscono – sottolinea Manuela – perché non hanno trovato il loro vero scopo o non hanno fatto chiarezza su cosa vogliono davvero raggiungere nella loro vita.
Molto spesso il loro obiettivo non è animato da un’emozione che li stimoli davvero, oppure, nella maggior parte dei casi, inseguono sogni che non gli appartengono realmente perché, magari, imposti o nati sotto l’influenza dagli altri.
O, ancora, perché talvolta si circondano di persone che cercano di limitarli o sabotarli non possedendo i loro stessi entusiasmo ed ambizione. Se il focus si sposta continuamente sul mondo esterno, sul giudizio, sulle critiche o su quello che gli altri si aspettano, si perde inevitabilmente il contatto con se stessi».
È un’osservazione, questa, che va oltre il racconto autobiografico e diventa una riflessione sul nostro tempo. Quante vite vengono costruite seguendo modelli imposti dall’esterno? Quante persone raggiungono traguardi importanti senza sentirli veramente propri?
Per Manuela Nicolosi il successo non nasce dal desiderio di dimostrare qualcosa agli altri, ma dalla capacità di riconoscere ciò che ci fa sentire vivi ed entusiasti di ciò che stiamo facendo. «Quando in passato – racconta – chiudevo gli occhi ed immaginavo di arbitrare, provavo un’emozione fortissima.
Era il mio corpo a dirmi che quella era la mia strada. La mente può essere influenzata dalla paura, dai condizionamenti e dalle esperienze passate, ma il corpo non mente».
Questa è, probabilmente, una delle affermazioni più interessanti dell’intervista a Giornalisti Italia perché ribalta un luogo comune: non è sufficiente avere un obiettivo per poterlo raggiungere, bisogna sentire che esso appartiene profondamente alla propria identità. Solo allora nasce quella forza capace di sostenere anni di sacrifici, rinunce e preparazione. Ed è proprio quest’ultima a rappresentare per Manuela l’altro grande pilastro del suo metodo. Se, infatti, molto spesso il successo viene attribuito al talento, al coraggio o perfino alla fortuna, Manuela, invece, restituisce alla disciplina il ruolo che le spetta:
«Il talento da solo non basta. Apre una possibilità, ma sono l’allenamento costante e la preparazione della mente e del corpo a renderlo davvero concreto». Lo dimostra la sua stessa esperienza, quando qualcuno le disse che alcune prove atletiche, soprattutto quelle di velocità, non erano adatte alle sue caratteristiche.
Avrebbe potuto accettare quel giudizio come un limite definitivo, ma preferì, invece, trasformarlo in una sfida, allenandosi fino a dimostrare che un limite presente non coincide necessariamente con un limite futuro.
Lo stesso principio l’ha guidata quando, di fronte alle barriere che allora impedivano alle donne di proseguire la carriera arbitrale ai massimi livelli in Italia, comprese che l’unico modo per restare fedele al proprio sogno era ripartire da zero. Lasciare il proprio Paese, imparare una nuova lingua, affrontare nuovi concorsi e ricostruire tutto da capo. Tutto ciò da leggere, non come gesto impulsivo, ma come conseguenza naturale di una decisione già presa con lucidità. “Prima devi sapere dove vuoi arrivare”-mi spiega- “poi devi individuare tutti i passi necessari per arrivarci e passare all’azione ”.Questo segna la differenza tra un desiderio ed un semplice progetto: il primo emoziona, il secondo pretende impegno quotidiano ed abnegazione.
La storia di Manuela dimostra, inoltre, che gli obiettivi più grandi raramente vengono raggiunti attraverso un percorso lineare. Spesso, prima del risultato, arrivano i dubbi, le porte chiuse, le cadute e quei momenti cruciali della vita di ognuno in cui bisogna scegliere se fermarsi oppure continuare.
Ed è, quindi, proprio sul tema del rimpianto che la nostra intervista entra in una dimensione ancora più profonda: fa più male soffrire per inseguire il proprio sogno oppure vivere con il rimpianto di non averci provato?
La risposta racchiude una delle riflessioni più profonde del suo percorso di vita: «In entrambi i casi – risponde – c’è sofferenza. La domanda da farsi è: fa più male vivere una vita che non vuoi vivere perché hai rinunciato al tuo sogno oppure soffrire durante il percorso iniziale per poi raggiungere la vita che desideri?». Ed è proprio questa consapevolezza ad aver guidato molte delle sue scelte: non la certezza assoluta di riuscire, ma quella di poter dire, un giorno: «Ho fatto tutto ciò che era possibile per provarci». È una differenza fondamentale.
Durante la nostra intervista affrontiamo inevitabilmente anche il tema del pregiudizio. Nicolosi non nega le difficoltà vissute in un ambiente storicamente maschile, ma sceglie di leggerle senza vittimismo:
«Ci saranno sempre persone che proveranno a scoraggiarti o ad ostacolarti. A volte perché hanno paura di quello che puoi raggiungere o perché riconoscono di non aver avuto il tuo stesso coraggio di costruire e faticano ad accettare che qualcun altro ci stia riuscendo».
La reazione a tali spiacevoli episodi, però, non è mai stata per Manuela quella di rinunciare ai propri sogni e alla propria autenticità per ottenere approvazione. Al contrario, è stata proprio la capacità di restare fedele ai propri valori, a crederci così fortemente, a trasformare gli ostacoli in occasioni di crescita. Interessante è anche la riflessione sul cambiamento culturale che sta interessando le nuove generazioni: «Le ragazze di oggi sono molto diverse da noi e da come siamo state cresciute».
Manuela Nicolosi vede, infatti, nelle nuove generazioni un cambiamento culturale profondo: meno competizione tra donne e molta più collaborazione, maggiore attenzione all’indipendenza economica e una crescente capacità di sottrarsi ai giudizi esterni. Una trasformazione che, a suo avviso, rende oggi più semplice immaginare percorsi che fino a pochi anni fa sembravano irraggiungibili.
Intendendo, poi, approfondire con maggiore rigore il tema della preparazione, chiediamo a Manuela cosa serve davvero oltre le competenze tecniche e fisiche.
E qui entra in campo la mente e l’importanza di mantenerla lucida, soprattutto quando l’ambiente che ci circonda genera pressione. La domanda è, quindi, inevitabile: come si costruisce la capacità di prendere decisioni corrette davanti a migliaia di persone e sotto il peso del giudizio mediatico? Nicolosi, padrona assoluta della materia, parla di gestione delle emozioni, di mindfulness, di meditazione e della capacità di riportare continuamente l’attenzione sul momento presente, spiegando come la serenità non sia un dono riservato a pochi, ma una competenza che può essere allenata esattamente come un gesto atletico. Giorno dopo giorno.
Un occhio al futuro: quale eredità Manuela Nicolosi vorrebbe lasciare a una giovane che, tra vent’anni, leggerà la sua storia? La risposta racchiude, forse, il significato più autentico del suo percorso:
«Nulla è impossibile nel momento in cui lo decidi tu. Se continui a ripeterti che non ce la farai, inevitabilmente il tuo cervello finirà per crederci. Devi cambiare le convinzioni che ti limitano e le parole che dici a te stessa ed avere il coraggio di dirti: ci provo lo stesso!”.
Un’ultima riflessione, probabilmente più discreta, ma forse ancora più preziosa riguarda una figura di cui si parla poco quando si raccontano le storie di successo: «Tutti – afferma – abbiamo bisogno di un mentore, cioè di qualcuno che riesca a vedere in noi ciò che, da soli, ancora non riusciamo a vedere». Il riferimento non è necessariamente a un insegnante o a un coach, ma a una persona capace di allargare il nostro sguardo, di riconoscere potenzialità che noi stessi tendiamo a sottovalutare.
Dobbiamo ricordare sempre, soprattutto nei momenti di difficoltà, la direzione verso cui abbiamo scelto di andare. Perché anche il talento più grande rischia di smarrirsi se nessuno, almeno qualche volta, ci aiuta a riconoscerlo e a coltivarlo.
L’intervista di Giornalisti Italia a Manuela Nicolosi finisce qui, ma ci consegna la certezza di aver ascoltato qualcosa che va oltre il racconto di una carriera straordinaria. Il suo messaggio non è certamente che il talento basti a sé stesso, né che il successo sia il risultato della fortuna o del caso. È l’insegnamento che ogni grande cambiamento nasce molto prima del traguardo. Ha origine quando una persona smette di vivere secondo le aspettative degli altri, riconosce ciò che sente autenticamente proprio, sceglie una direzione e accetta la disciplina necessaria per costruirla ogni giorno.
«Prima della vittoria viene sempre una decisione», è il messaggio che ci consegna Manuela, perché è proprio nel momento in cui decidiamo chi vogliamo diventare che l’impossibile smette di essere un limite e comincia a trasformarsi in una possibilità. (giornalistitalia.it)
Margherita Ambrogio




























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