BELVEDERE MARITTIMO (Cosenza) – «È piccolo questo mare, piccolissimo, che si lascia guardare da un capo all’altro». Comincia così l’intervento di Lorenzo Del Boca, presidente della Figec (Federazione Italiana Giornalismo Editoria Comunicazione), l’unico ad aver presieduto per tre volte il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, alla Summer Peace University 2026 di Belvedere Marittimo.
Del Boca descrive il Mediterraneo come «il frigorifero della nostra storia», un mare che «ha visto tutto e tutto conserva». Al centro del suo discorso, il destino del Sud Europa e del Nord Africa che è tornare ad aggregarsi, perché «non ci sono alternative». Un discorso dedicato agli universitari che sono arrivati da tutto il mondo per stare quindici giorni a Belvedere, organizzato dall’Istituto Calabrese di Politiche Internazionali (ISCaPI), con il patrocinio della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, della Regione Calabria, della Figec e di Giornalisti Italia, con la partecipazione di Pitagora Mundus e Borghi della Sapienza, in collaborazione con il Comune di Belvedere Marittimo e con l’Ufficio in Italia del Parlamento europeo.
Un mercato prima dei mercati
Del Boca parte da lontano. I Fenici attraversano il mare da Oriente a Occidente e fondano Cartagine. Enea, in fuga da Troia in fiamme, segue la stessa rotta e approda sulle coste del Lazio, da cui nasceranno Alba Longa e poi Roma.
I Greci usano il mare come «autostrada d’acqua» e portano la loro cultura in Magna Grecia: Pitagora vi insegna le leggi e i misteri dei numeri, Archimede a Siracusa formula il suo celebre principio e progetta macchine da guerra.
Già allora, ricorda Del Boca, il bacino era «un immenso mercato», più antico di quello degli Stati Uniti e, in proporzione, più esteso dell’Unione Europea. Andava dalla terra dei Parti fino all’Oceano e teneva insieme «uomini, merci, denaro e benessere». Ma faceva viaggiare anche le idee, i libri, le dottrine filosofiche e le statue di Fidia e Prassitele. I fondali conservano ancora le tracce di quei traffici: navi cariche di olio, vino, grano e marmi riaffiorano periodicamente grazie agli archeologi subacquei.
Nemmeno le guerre più feroci hanno interrotto quello scambio. Roma rase al suolo Cartagine e Corinto, ma da quegli scontri, come in una sintesi hegeliana, nacque «un unico contenitore di scienza». La Grecia conquistata conquistò a sua volta il vincitore, come scriveva Orazio, e la lingua colta divenne quella di Atene. Dalla sponda africana venne poi Sant’Agostino, che segnò il pensiero teologico di tutto il Medioevo.
Un denominatore comune
Di questa storia, sottolinea Del Boca, è rimasto un patrimonio condiviso che attraversa tradizioni, costumi e perfino la cucina. Le lingue restano diverse e spesso serve un interprete. Ma basta mettere da parte «le rigidità della fonetica» e ascoltare «la voce del cuore» per capirsi, perché la mentalità di ciascuno nasce dallo stesso crogiolo culturale. «Pochi decenni di disattenzione» non bastano a cancellare millenni di contatti.
L’Europa guardi a Sud
Dalla storia il discorso passa all’attualità. Italia, Grecia, Spagna e Portogallo sono lontani da Parigi, Bonn, Londra e Mosca, ma «quasi contigui» a Tunisi e Casablanca. 
Nell’Europa dei fondatori, osserva Del Boca, il Sud è rimasto marginale rispetto all’asse franco-tedesco, che ha guidato le scelte più importanti, a cominciare dall’allargamento a Est.
L’esempio è quello tedesco dopo la caduta del Muro. Invece di aspettare che l’Est emigrasse verso Ovest, la Germania ha portato le fabbriche a Est: a Budapest, a Timișoara, nelle pianure polacche, in Slovenia. «Fermatevi a casa vostra, l’occupazione la creeremo nei vostri paesi».
Secondo Del Boca il Sud Europa vive oggi una situazione simile con l’immigrazione dall’Africa. Il Nord chiede ai paesi mediterranei di controllare le frontiere, ma quante navi servirebbero per sigillare migliaia di chilometri di costa? E che cosa dovrebbero fare i comandanti davanti a una barca di migranti? «La rigidità fa a pugni con un principio etico generale di accoglienza, ma l’eccessiva bontà è autolesionista».
La sua proposta è «allargare l’Europa a Sud»: dire al Nord Africa che non serve venire in Italia, in Spagna, in Grecia o in Portogallo, «perché saremo noi ad andare là. Con aziende. Con scuole. Con ospedali. Con università». Tunisi e Casablanca, osserva, sono molto più vicine di Tbilisi, dove prima o poi le imprese andranno a delocalizzare. Il rischio, senza un’alleanza «strategica e sostanziale», è che il Nord Africa resti indietro e il Sud Europa senza opportunità.
Del Boca riconosce che estendere l’Europa in Africa può sembrare un ossimoro. Ma ricorda che «la geografia è scienza posticcia»: le linee tracciate sulle carte non esistevano quando i Fenici correvano sul filo della corrente.
L’Ulisse del terzo millennio
Del Boca considera Ulisse, «il primo cittadino del mondo, quando l’Europa non era ancora Europa e l’Africa non era ancora Africa». Ha toccato tutte le spiagge e raccontato i popoli gli uni agli altri, permettendo loro di «comprendersi ancor prima di conoscersi». Eppure si presentava sempre come figlio di Laerte, di Itaca.
È il modello che Del Boca propone all’uomo di oggi: curioso, aperto alla diversità, ma senza «mai compromettere la propria identità». Imparare le lingue degli altri e custodire la propria, festeggiare le tradizioni dei vicini senza dimenticare le proprie. Per mille anni Greci, Romani e Cartaginesi hanno fatto del Mediterraneo un’occasione per incontrarsi e non un ostacolo. Con i mezzi di oggi, conclude, «se il Mediterraneo non era una barriera prima, a maggior ragione non può diventarlo adesso». (giornalistitalia.it)
Anna Maria De Luca









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