Il presidente della Regione Calabria, giornalista pubblicista, racconta la sua vita in un libro

Roberto Occhiuto e Il coraggio di governare

Roberto Occhiuto e David Parenzo alla presentazione del libro nella Galleria Sordi di Roma

ROMA – Il presidente della Giunta regionale della Calabria, Roberto Occhiuto, giornalista pubblicista iscritto all’Ordine della Calabria, presenta alla Galleria Sordi di Roma il suo ultimo libro autobiografico “Il coraggio di governare. Idee liberali, la forza di realizzarle” (Piemme Editori, 208 pagine, 18,90 euro).
Arriva davanti alla libreria Mondadori con un quarto d’ora di ritardo e, alle 15.15 in punto, il giornalista David Parenzo – chiamato a moderare il dibattito – dà il via alla manifestazione, con Occhiuto che racconta il suo libro e la sua vita.
«Mio padre aveva la quinta elementare ed era un grossista di frutta al mercato ortofrutticolo. Mia madre aveva la terza elementare e faceva la casalinga. Io sono diventato presidente di regione». Più che il lancio di un libro il suo è, in realtà, il lancio del suo programma politico futuro, qualunque sarà il suo futuro, ma si coglie con mano che la sua è oggi una sfida politica al suo stesso movimento azzurro.
«Venire da lontano – scrive nella sua autobiografia – ti abitua a non dare nulla per scontato e ti educa alla fatica. Ti insegna che ogni passo costa e che nessun risultato e garantito una volta per tutte. È un’esperienza che torna utile soprattutto quando si tratta di mettere mano alle riforme, perché le riforme, quelle vere, sono spesso impopolari, soprattutto all’inizio. Le riforme coraggiose rompono equilibri, toccano interessi, suscitano diffidenze. A reggere quella impopolarità non basta il consenso. Serve carattere».

La Galleria Sordi affollata per la presentazione del libro di Roberto Occhiuto

In prima fila c’è un pezzo della storia politica italiana di questi anni: Fabio Roscioli, neo-deputato eletto alle suppletive di Reggio Calabria, Deborah Bergamini, vicesegretaria nazionale di Forza Italia, Stefania Craxi, presidente dei senatori di Forza Italia, Mara Carfagna, segretaria di Noi Moderati, Francesca Pascale, ex compagna di Silvio Berlusconi, Luigi Marattin, segretario dei Liberaldemocratici, Francesco Paolo Sisto, viceministro della Giustizia, Alessandro Cattaneo, deputato di Forza Italia, Claudio Lotito, senatore e presidente della Lazio e della Reggina.

La presentazione del libro di Roberto Occhiuto

Ed ancora: Paolo Zangrillo, ministro della Pubblica amministrazione, Maria Elisabetta Alberti Casellati, ministro delle Riforme, Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, Matilde Siracusano, sottosegretario al Ministero per i rapporti con il Parlamento, Mario Occhiuto, senatore e fratello di Roberto, Maria Rosaria Rossi, ex tesoriere di Forza Italia, e poi ancora Luigi Bisignani, Andrea Ruggieri, Giusi Bartolozzi, Lella Golfo, i deputati di Forza Italia Ugo Cappellacci, Giovanni Arruzzolo, Andrea Orsini, Paolo Emilio Russo, Isabella De Monte, Pino Bicchielli, Nazario Pagano, Annarita Patriarca, Cristina Rossello, Giovanni Arruzzolo.

Roberto Occhiuto

È da qui, da questo parterre di altissimo livello istituzionale, che si coglie ancora meglio forse il senso politico della manifestazione.
«Oggi – spiega Roberto Occhiuto – il liberalismo italiano ha una responsabilità. Si è occupato molto, e giustamente, di diritti civili e di libertà individuali. Ma si è occupato molto meno di lavoro, di impresa, di opportunità concrete per chi nasce lontano dai centri che contano. È diventato, in troppe stagioni, un pensiero di città, di ceti urbani colti e relativamente protetti, che guardava al Sud con una benevolenza distratta e al merito come a una questione di curriculum più che di possibilità di partenza. Io vengo invece da un’altra parte dell’Italia e da un’altra parte della società. E sono liberale proprio per questo». Indimenticabile, ma anche forte ricordo, il messaggio che lui affida una mattina al mondo dei social, prima ancora che alle redazioni giornalistiche, di quando annuncia di non farcela più ad andare avanti, di essere stato “azzoppato” da una inchiesta giudiziaria che ne ha profondamente minacciato la sua credibilità e il suo potere carismatico.

La Cittadella della Giunta regionale della Calabria a Catanzaro

Era il 6 giugno 2025, alle sette del mattino, il telefono di Roberto Occhiuto squilla in un albergo vicino alla Cittadella di Catanzaro. È la Guardia di finanza. Due ore dopo il presidente legge, per la prima volta accanto al suo nome, la parola “indagato”. L’ipotesi è corruzione, in un’inchiesta della Procura di Catanzaro che riguarda alcune sue ex società e i rapporti con un ex socio. Da qui parte il sesto capitolo de “Il coraggio di governare”, forse il capitolo più personale del suo libro.

Roberto Occhiuto e David Parenzo

Roberto Occhiuto racconta lo smarrimento delle prime ore, il pugno allo stomaco di chi si credeva protetto da un “cordone di sicurezza” costruito in quattro anni di mandato. Poi la scelta di anticipare i giornali con un video girato di getto, e diventato celebre per una frase: «Sono sereno un piffero». Un modo, scrive il leader politico, per rompere il copione abituale del politico italiano davanti a un avviso di garanzia, che ha due sole varianti: o la formula rituale della fiducia nella magistratura, oppure il vittimismo della giustizia a orologeria. Il cuore del capitolo del suo libro è proprio questa critica al sistema, sacrosanta e legittima.
In Italia, sostiene il Governatore, le risposte storiche sono state la dimissione preventiva, che consegna la politica al tribunale prima del giudizio, o l’arroccamento. Entrambe le due scelte confondono il piano penale con quello politico. Ecco allora che Roberto Occhiuto rivendica una terza via: collaborare con i magistrati, chiedere subito di essere interrogato e, se l’inchiesta non si chiude in fretta, restituire il mandato agli elettori.  È ciò che fa il 31 luglio 2025, dimettendosi e ricandidandosi.

Roberto Occhiuto

Non mancano altre pagine amare. Le proroghe delle indagini continuano ad arrivare, anche per fatti successivi; Occhiuto scopre da atti pubblici accertamenti bancari vecchi di un decennio e intercettazioni ovunque. C’è il ricordo dei predecessori finiti sotto inchiesta e quasi tutti assolti quando la loro stagione politica era già chiusa.
La conclusione è una rivendicazione assoluta: dopo la rielezione netta, se non avesse scelto di esporsi come ha fatto, la sua storia l’avrebbe scritta un’inchiesta giudiziaria e non il voto. Una tesi che farà discutere, non ci sono dubbi, ma che ha il merito di proporre una pagina nuova nel manuale, finora a due sole pagine, della politica italiana sotto indagine.
Il capitolo finale è dedicato al ricordo di Silvio Berlusconi. Sembra quasi un destino comune il suo e quello di Silvio Berlusconi, perché è la passione per la televisione che li accomuna insieme, almeno all’inizio del loro rapporto, un rapporto che diventa poi con il passare degli anni sempre più intimo e più vero, e tutto questo viene fuori in maniera anche prepotente dal suo libro autobiografico, dove il Governatore racconta alcuni dei momenti più riservati tra lui e Berlusconi e prima d’ora assolutamente inediti.

Silvio Berlusconi e Roberto Occhiuto

«II mondo intorno a noi è attraversato da tensioni che lui non ha vissuto – afferma Occhiuto – l’instabilità del Medio Oriente, l’amministrazione Trump, la transizione energetica, l’intelligenza artificiale e la pressione cinese, della quale in verità negli ultimi anni della sua vita parlava spessissimo con la sua solita straordinaria preveggenza».

Roberto e Mario Occhiuto

Silvio Berlusconi – ripete Roberto Occhiuto – non possiamo più chiamarlo, non possiamo chiedergli consiglio. Possiamo soltanto chiederci come lui avrebbe guardato a queste sfide — con quale liberta, con quale curiosità, con quanta poca paura del nuovo — e poi decidere noi, assumendoci per intero la responsabilità delle nostre scelte. Non per parlare a nome suo, che sarebbe presunzione. Ma per non tradire l’unica cosa che davvero vale la pena ereditare da lui: non le risposte che diede, ma il coraggio con cui le cercò. È questo, in fondo, il solo modo onesto di rendergli giustizia». Un libro che si legge tutto d’un fiato. (giornalistitalia.it)

Pino Nano

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