TARANTO – Taranto sognava. Tutta la città, non solo i “tifosi” (che brutto nome, peraltro…), che pure erano moltissimi, della squadra di calcio. Magica stagione 1977/78, la serie A è vicina; il Taranto tallona la capolista della serie B, l’Ascoli, grazie anche e soprattutto al suo centravanti, Erasmo Iacovone, classe 1952, capocannoniere della serie B.
Sul supplemento sportivo del giornale studentesco di Taranto, La Sferza, c’era questa simpatica vignetta: professore alla cattedra, studente accanto alla lavagna, dove c’è un “abbasso” qualche cosa (forse una delle listerelle rivali di Autonomia Democratica, il movimento studentesco alla Sferza collegato). Titolo: interrogazione di Filosofia del lunedì. Mi parli di Erasmo. Ieri ha segnato ancora… Alla ventunesima giornata, il 5 febbraio 1978, la sera dopo la partita, l’acclamato idolo della città, a bordo della sua Dyane, esce da un ristorante e si immette sulla statale 7 ter, tratto da San Giorgio a Taranto; e il sogno si trasforma in incubo.

Erasmo Iacovone (Capracotta, Isernia, 22 aprile 1952 – San Giorgio Ionico, Taranto, 6 febbraio 1978)
Un delinquente a bordo di una potente Alfa GT 2000 rubata, che fugge a fari spenti inseguito dalla Polizia, lo travolge ad oltre 180 Km/h: la fragile utilitaria viene distrutta nell’urto, Iacovone muore, lasciando la giovane sposa ai primi mesi di gravidanza ed una attonita città nel lutto. Poco più di due mesi dopo, il 22 aprile, avrebbe compiuto 25 anni.
Taranto sognava. Era il torrido mese di Apollonio, che gli Ateniesi chiamavano Ecatombeone, ed erano in corso i Giochi della LXXVIII Olimpiade, nell’anno che noi indichiamo come 468 a.C., ed un grande, grandissimo campione era ad Olimpia per competere nella più completa delle specialità: il pentathlon. Occorreva un fisico eccezionale, ed occorrevano allenamenti senza tregua, per imporsi nelle cinque specialità: i 200 metri piani dello stadion, il lancio del disco, il lancio del giavellotto, il salto in lungo, la lotta. Era già stato olimpionico nel pentathlon nei Giochi della LXXVI Olimpiade, 476 a.C., ed intorno a quella data aveva gareggiato e vinto ed Atene nelle Grandi Panatenee, imponendosi nel pentathlon, nel pugilato, nella corsa delle quadrighe, e in un’altra specialità che ci rimane sconosciuta; lo stadion, probabilmente.
È un Campionissimo ignoto: stiamo azzardando ipotesi, perché parliamo di colui che è conosciuto come Atleta di Taranto, sepolto con quattro anfore panatenaiche deposte come segnacoli ai capi del suo monumentale, artistico sarcofago in carparo, che imita l’architettura templare, una delle quali andò distrutta già in antico per l’edificazione di una tomba vicina e ridotta in frammenti illeggibili. Le anfore (l’equivalente in un certo senso delle odierne medaglie), di eccellente fattura, attribuite al Pittore di Kleophrades, sono databili fra il 500 ed il 480 a.C., e quindi potrebbero essere state assegnate, ricolme del prezioso olio delle morìai, gli uliveti sacri di Atene (insieme a molte altre non decorate: erano il premio per i vincitori delle Panatenee), solo dopo quella data, e riproducono appunto pentathlon, pugilato, corsa con le quadrighe.
Ma i Giochi di Olimpia del 476 e 468? Be’, nei purtroppo mutili registri di Olimpia, compilati da Ippia di Elide e revisionati da Aristotele ed altri successivi studiosi, in quelle edizioni dei Giochi figurano come vincitori nel pentathlon atleti dei quali è caduto il nome ma non la nazionalità: Taranto.
Del vincitore del 468 è rimasta la terminazione del nome: …tion. Il grande epigrafista Luigi Moretti (padre del regista: nessuno è perfetto…) nel suo moderno catalogo degli Olympionikai (i vincitori ad Olimpia) propone quali possibili integrazioni Kartìon, Enatìon, Erotìon, Pratìon.
Il due volte (almeno) vincitore ad Olimpia potrebbe essere l’Atleta trionfatore ad Atene, ammesso che quelle anfore documentino vittorie realmente conseguite e non siano soltanto ostentative? È possibile. Il suo fisico – la sua è l’unica deposizione integra di un atleta di tutto il mondo greco – studiato a più riprese con le più moderne metodiche di antropologia e paleomedicina, è palesemente quello di un pentatleta con possente muscolatura e caratteristiche deformazioni ossee tipiche dei lanciatori di disco e giavellotto. Le nuovissime analisi condotte anche sul Dna, oltre a ragguagliarci sul suo gruppo sanguigno (0) e sulla sua intolleranza al lattosio, oltreché sulla sua predisposizione genetica alle migliori prestazioni negli sport di potenza e velocità, ci dicono anche, con analisi comparative con altri scheletri greci ma anche italici, che il nostro era rimasto uno spartano purosangue, i suoi antenati non si erano ibridati con donne messapiche.

Lo scheletro dell’Atleta di Taranto, ritrovato nella tomba custodita oggi nel Museo Archeologico Nazionale MarTa, con stretto nella mano sinistra l’alabastron, piccolo vaso in pietra o ceramica usato per contenere gli unguenti profumati che gli antichi greci spalmavano sul corpo
Endogamia fra i coloni che avevano fondato nel 706 a.C. la colonia spartana di Taras? O si trattava di un immigrato più recente, proveniente, lui o i suoi genitori, direttamente da Sparta?
Taranto sognava, e quando giunsero notizie da Olimpia la gioia esplose: il suo Campione aveva vinto ancora una volta, era nuovamente olimpionico nel pentathlon, era il più grande dei grandi, unico – se ci si concede la forzatura, non impossibile né improbabile – ad imporsi in così differenti discipline. E ricco, ricchissimo: solo gli aristocratici più doviziosi, infatti, potevano permettersi di competere nella corsa con le quadrighe, la Formula 1 dell’Antichità, dove peraltro, come nell’odierno campionato costruttori, il titolo non andava all’auriga (così come negli altri sport equestri non andava al fantino) ma al proprietario della scuderia. Roba da miliardari…
Morì giovanissimo lui pure, l’Atleta: in una età compresa fra 27 e 30 anni, 35 al massimo (ne sapremo di più quando le analisi in corso saranno state ultimate). Quasi sicuramente per uno squilibrio metabolico indotto da una alimentazione iperproteica fortemente sbilanciata, una sorta di doping ante litteram o, peggio, di quei trattamenti forzati anche alimentari ai quali erano sottoposti gli atleti della defunta Germania Est.
Si nutriva quasi esclusivamente di carne e di molluschi e crostacei (da qui l’alto livello di rame ed arsenico nelle ossa) che probabilmente raccoglieva egli stesso, immergendosi in Mar Piccolo, come attesta una escrescenza ossea nel condotto uditivo tipica dei nuotatori in profondità, e come documentano le tracce di Dna di molluschi nel tartaro su uno dei suoi denti.
O forse, come qualcuno sospetta, quell’arsenico indica un voluto avvelenamento: forse qualche aspirante alle immense ricchezze dell’aristocratico aveva voluto accelerare i tempi dell’eredità.
La sua fastosa e raffinata sepoltura, come ha sottolineato la direttrice del MArTA, Stella Falzone, è indicativa della ricchezza e del prestigio di cui godeva l’Atleta Ignoto (che in un certo senso, come il Milite Ignoto simboleggia in quanto tale tutti i soldati caduti combattendo per la Patria, simboleggia tutti gli atleti del mondo antico).
Ed Erasmo e l’Atleta sono i due poli fra i quali scocca, come un intensissimo arco voltaico, la mostra “L’arte della vittoria. Atleti e competizioni nel Mediterraneo” allestita nel MArTA in sincronia con i Giochi del Mediterraneo di Taranto e con il Convegno internazionale di studi sulla Magna Grecia, la più longeva, ininterrotta iniziativa di cultura antichistica, dedicato quest’anno all’atletismo.

Stella Falzone (direttore del MarTa), Giuseppe Mazzarino e Francesca Romana Paolillo (soprintendente Abap di Bari)
Con esposizione di cimeli e testimonianze dello sport contemporaneo (in collaborazione con Archivio di Stato, associazione Triumphalia e Panathlon club Taranto Principato) e di reperti riguardanti i Giochi e le competizioni, compresi alcuni che per necessità degli spazi sono custoditi nei depositi. Convergenze e divergenze parallele fra l’antico atletismo e lo sport contemporaneo, con Taranto al centro.
Una mostra che vale un viaggio, verso un Museo di per sé emozionante, al di là del suo valore scientifico, ed autentico centro propulsore di iniziative didattiche e culturali. (giornalistitalia.it)
Giuseppe Mazzarino












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