Maurizio Molinari (foto Giornalisti Italia)

TORINO – L’ultimo libro di Maurizio Molinari, direttore della “Stampa”, pone una questione: “Perché è successo qui?” La domanda nasce dalla constatazione che, in Italia, ha preso corpo il primo governo populista e, seguendo il filo rosso della politica nazionale e internazionale, l’autore tenta di ragionare su un fenomeno per certi versi inatteso e sulle prospettive che comporta.
Il volume (editore “La nave di Teseo”, 122 pagine, 17 euro) comincia con la constatazione che, nelle elezioni del 4 marzo 2018, i cittadini hanno deciso di affidarsi a una coalizione giallo-verde con la conseguenza di innescare un domino di eventi anche imprevedibili.
Il testo racconta il Paese in lungo e in largo, toccando con mano i disagi, le paure e le speranze degli italiani.
Descrive i motivi di una rivolta che, per prima, sorprende l’Europa e poi cambia la vita pubblica.
Il linguaggio e lo stile sono quelli dell’inchiesta sul campo che, tuttavia, non tralascia l’analisi e l’approfondimento. Maurizio Molinari, per anni corrispondente da Gerusalemme, Ramallah e New York, conosce puntualmente le tematiche internazionali e i rapporti diplomatici che intercorrono fra potenze mondiali.
In Italia, esisterebbero due poteri forti: i partiti tradizionali (PD e Forza Italia, in particolare), responsabili di non aver visto il crescere della rabbia popolare e i cosiddetti populisti, capaci di intercettare il disagio collettivo.
Da noi, non è nemmeno la prima volta. Maurizio Molinari vede un precedente storico con l’affermazione di Benito Mussolini che è riuscito a conquistare il potere proprio sulla spinta di frustrazioni sociali seguite alla conclusione della prima guerra mondiale.
Però l’affermazione di forze antisistema non è un’esclusiva di casa nostra. I populismi si manifestano con la Brexit e l’elezione di Tump, due fenomeni, per certi versi, imprevisti e, ancora, abbastanza incompresi.
In Inghilterra, in occasione del referendum per uscire dall’Europa, erano convinti che il “sì” avrebbe primeggiato. E quando, dalle urne, si è affermato il “no”, le prime pagine dei giornali hanno dato conto di una sorpresa del tutto inattesa.
Ugualmente, negli Usa, la quasi unanimità dei commentatori ha accreditato la vittoria a Hilary Clinton, relegando lo sfidante al ruolo dello sparring partner. Ancora oggi, la stragrande maggioranza dei media e degli opinionisti è schierata contro il presidente Usa che, a dispetto delle cattive recensioni che lo riguardano, mantiene la scena politica, il consenso e i voti dei cittadini.I sentimenti che “armano” gli elettori nell’urna sono simili: lo choc per le ondate di migranti che vengono ritenuti un possibile pericolo, le imposte in ascesa verticale che distruggono la capacità d’acquisto delle famiglie e il dilagare della corruzione che comporta un clima di ingiustizia.
In Italia si aggiunge il timore di essere sottoposti a una specie di diktat rappresentato dall’asse Francia-Germania e dalle elite finanziarie. Non c’è dubbio che l’Europa, dopo un momento di adesione anche sincera, abbia mostrato il volto più crudelmente burocratico. Più che di strategie politiche, gli onorevoli – fra Strasburgo e Bruxelles – si sono occupati del calibro dei cetrioli e del diametro delle vongole. Con il risultato di apparire dispettosamente pignoli.
Sullo sfondo Vladimir Putin. Impossibile non classificarlo populista e perciò riferimento di quasi tutti i movimenti che s’ispirano a teorie antisistema.
Il futuro? Il testo di Molinari è problematico e, per certi versi, allarmante. Però la conclusione non è del tutto negativa. L’autore di “Perché è successo qui?” ritiene che questi movimenti rappresentino la riproposizione di un ciclo che si presenta, cresce e poi si trasforma. Dunque, il mondo ha già visto tutto. Perché avere paura?

 

 

 

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