L’Assemblea boccia il piano aziendale, provoca le dimissioni del Cdr ed elegge il nuovo

La Gazzetta del Mezzogiorno, nuove e vecchie sfide

BARI – Mentre abbandona la sede di piazza Moro, nel cuore della città, per trasferirsi dai primi di maggio nella zona industriale, La Gazzetta del Mezzogiorno, storico quotidiano di riferimento di Puglia e Basilicata, rinnova il Comitato di Redazione e, nell’attesa che si definiscano gli assetti proprietari, vede la rappresentanza sindacale aziendale dei giornalisti e l’intera redazione riprendere una dura vertenza su organici, diritti, prospettive di sviluppo.

Giuseppe Mazzarino (CdR Gazzetta del Mezzogiorno 1989/2012)

La società Ladisa, che ha in fitto dalla curatela fallimentare la Gazzetta (il contratto scade il 31 luglio), aveva prospettato alla redazione un piano di tagli pesanti e discriminatori, che prevedeva passaggi oltretutto di più che dubbia praticabilità: a fronte di 51 redattori professionisti a tempo pieno (art. 1 del contratto di lavoro giornalistico), l’editore voleva tagliare con prepensionamenti 14 unità, spalmando però i tagli su un numero di mesi superiore a quello possibile, per iniziare subito la riduzione del personale. Non solo. In attesa che maturassero le condizioni per il prepensionamento (e per l’eventuale relativo decreto), intendeva porre immediatamente, a decorrere dal 1° maggio, in cassa integrazione a zero ore i 14 giornalisti: una condizione, peraltro, che per alcuni di loro (i meno anziani) si sarebbe dovuta protrarre per quasi tre anni. Ancora, nelle intenzioni aziendali i pochi giornalisti contrattualizzati con l’art. 2 del contratto giornalistico (collaboratori fissi), messi in cassa integrazione a zero ore già nel giugno dello scorso anno dalla curatela fallimentare, e mai riammessi al lavoro, sarebbero destinati al licenziamento.
Il vecchio CdR era riuscito solo a strappare un supplemento salariale per i 14 professionisti destinati alla lunga cassa integrazione a zero ore prima di accedere al prepensionamento.
Una vivace assemblea dei redattori ha bocciato piano aziendale e risultati ottenuti dal CdR, i cui componenti, conseguentemente, hanno presentato dimissioni immediatamente esecutive.
Nel giro di pochi giorni, nonostante gli ostacoli della pandemia, si è comunque proceduto al rinnovo dell’organismo sindacale di base, con qualche complicazione telematica dovuta anche alla farraginosa “legge elettorale” in vigore nel quotidiano pugliese e lucano. Sono risultati eletti Michele De Feudis (20 voti). Fabrizio Nitti (18) e Gaetano Perchiazzi (15), della redazione centrale (prima dei non eletti Rita Schena, 12 voti); per le redazioni decentrate è stato eletto Cosimo Mazza, della Redazione di Taranto (6 voti), primo dei non eletti Massimo Levantaci, della redazione di Foggia (5 voti); rappresentante dei pubblicisti part time (art. 36 del contratto giornalistico) e dei contrattualizzati ex art. 2 e 12 è stato eletto Fabio Casilli, della redazione di Lecce (23 voti).

La sede di piazza Aldo Moro che, ai primi di maggio, La Gazzetta del Mezzogiorno abbandonerà per trasferirsi nella zona industriale di Bari

Ora la trattativa riprende, dopo aver chiarito che, intanto, non è possibile “spalmare” i prepensionamenti su 3 anni (il massimo possibile è, infatti, costituito da quattro semestri consecutivi). Il 31 luglio scade il fitto della testata: e la curatela fallimentare dovrà provvedere alla cessione della effettiva proprietà del giornale. In pole position, anche se non c’è diritto di prelazione, ci sono gli attuali gestori della Ladisa, società attiva nel campo della ristorazione collettiva e comunitaria.
Fra nuove e vecchia sfide, il pericolo da scongiurare è, tra gli altri, quello di una prolungata cassa integrazione a zero ore, che colpirebbe tra l’altro giornalisti che costituiscono la memoria storica della Gazzetta del Mezzogiorno, privando il giornale di alcune delle sue firme più note ed apprezzate. Ed anche lo spopolamento delle redazioni decentrate va arrestato: perché è proprio nel radicamento territoriale che, finora, la Gazzetta ha avuto un punto di forza.
Certo, i dati diffusionali non aiutano: fra impoverimento dei contenuti, precarietà, e calo generalizzato degli acquisti dei quotidiani cartacei, anche in collegamento con la pandemia, le vendite sono arrivate al minimo storico di 9mila copie nel giorno medio. Ma questa crisi non può essere affrontata con tagli, che affosserebbero completamente il giornale: occorrono invece investimenti. Anche e soprattutto nel capitale umano e professionale, oltre che nel rivedere organizzazione ed articolazione sul territorio.

La Gazzetta del Mezzogiorno

Una storia iniziata nel 1887, quando ancora si chiamava Corriere delle Puglie, non può essere troncata. E siccome la Gazzetta del Mezzogiorno dà voce e visibilità a tutti i territori e tutte le comunità di Puglia e Basilicata, anche i pubblici poteri delle due Regioni devono dare una mano alla società editrice che, intanto, ha evitato l’anno scorso, prendendo la testata in affitto, che il giornale interrompesse le pubblicazioni.
Non è solo una questione sentimentale o economica: il presupposto della democrazia è “conoscere per determinare”. E senza giornali, senza la mediazione professionale dei giornalisti, di conoscenza arrivano solo brandelli, sovente deformati. E ancora, un giornale interregionale come La Gazzetta del Mezzogiorno non si “limita” ad informare i pugliesi ed i lucani, ma porta le esigenze, le istanze, i legittimi interessi delle popolazioni delle due Regioni all’attenzione delle istituzioni, italiane ed europee. Anche per questo, la Gazzetta del Mezzogiorno deve vivere. E non è solo questione che riguardi esclusivamente i suoi giornalisti, i suoi poligrafici ed amministrativi, i suoi editori. E nemmeno soltanto i suoi lettori. Le istituzioni devono fare la loro parte. (giornalistitalia.it)

Giuseppe Mazzarino

 

 

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