ROMAGNANO SESIA (Novara) – Con l’artificio letterario di “intervistare” la pietra di base del ponte sul fiume Sesia di Romagnano, Gianni Brugo ha ricostruito quattro secoli di storia di questo territorio valsesiano dove le risaie cominciano a raddrizzarsi per raggiungere i contrafforti del Monte Rosa.
Quell’acqua ha sempre rappresentato un confine. Prima, indicava dove cominciavano e dove finivano i ducati di Milano e dei Savoia. Adesso, divide la provincia di Novara da quella di Vercelli. Eppure, per la legge del contrappasso, ogni separazione invita al ricongiungimento.
L’autore è un ingegnere che è nato a Romagnano, alla sinistra del fiume (in provincia di Novara) ma abita a Gattinara che, rispetto al fiume, sta dirimpetto, sulla destra (in provincia di Vercelli). La sua attività professionale è consistita nel progettare palazzi, strutture ospedaliere, impianti fotovoltaici. Però, da sempre, ha coltivato l’interesse per le vicende locali che, come “topo di biblioteca”, fa emergere dagli archivi scartabellando chili di faldoni impolverati. E, una carta dopo l’altra, ha trovato il filo conduttore che lo ha messo nelle condizioni di ricostruire una pagina dove gli stimoli urbanistici, architettonici e sociali si mescolano fra loro.
Questo suo lavoro – ovviamente intitolato “Il Ponte” – è stato presentato alla biblioteca di Romagnano e, sollecitato da Marisa Brugo, si è svolto sotto forma di botta e risposta.
Dunque, le pietre possono parlare. A saperle “interrogare” (e ascoltare) raccontano vicende che –spesso – i libri di storia hanno dovuto trascurare.
Per esempio: il blocco di granito utilizzato per sostenere la colonna portante del primo ponte sul fiume Sesia avrebbe da ricordare il lavoro degli scalpellini che hanno lavorato per sistemarlo al suo posto. Era il 1160, il Medio Evo già si stava affannando per evolvere nell’Età Moderna e, tuttavia, ancora abbastanza intimorito dalle novità in arrivo. La gente allargava lo sguardo verso orizzonti più spaziosi, aumentavano i rapporti fra villaggi e si scoprivano i vantaggi del commercio.
Il fiume, fino a quel momento, aveva rappresentato “l’industria di casa”. I sassi potevano diventare le pareti di una abitazione (una stanza e mezza, beninteso). La pesca consentiva ai più di mettere insieme il pranzo con la cena. L’acqua serviva per irrigare i campi che venivano coltivati abbastanza vicino alle sponde. E una rientranza della corrente diventava il lavatoio con una quantità di massaie impegnate a insaponare panni sporchi per poi risciacquarli e riportarli a casa con il profumo del pulito.
Certo, a quei tempi, nessuno poteva immaginare di costruire un ponte. Intanto perché l’opera in sé prevedeva forze che nessuno riteneva di possedere. A maggior ragione sul fiume Sesia che, per settimane, poteva ridursi a un rigagnolo quasi incapace di forza per spingersi in avanti ma che, improvvisamente e senza preavviso, poteva trasformarsi in una forza distruttiva.
La storia della pietra che Gianni Brugo ha “intervistato” comincia lì: con Obertus – console e legato della città di Novara – che ha illustrato il progetto per assicurare il transito (uomini e merci) scavalcando l’acqua. Iniziativa avveniristica, al limite dell’utopia e, tuttavia, affascinante.
Di fatto le arcate di sasso hanno offerto un lavoro a centinaia di persone come il cavatore Martinus, piuttosto che il muratore Guidus o il “maestro costruttore” Anselmus.
Ci hanno camminato sopra mercanti e scapestrati, uomini indaffarati e nullafacenti, chierici, sacerdoti e vescovi, soldati di ventura e militari in assetto di guerra.
Il ponte è stato testimone della (inutile) fuga degli uomini di Fra Dolcino e dell’entusiasmo (altrettanto inconcludente) dei Crociati in marcia per “liberare” Gerusalemme. Ha visto la lotta fra gli eserciti degli Spagnoli e dei Francesi. Ha conosciuto il cavaliere Pierre Terrail “senza macchia e senza paura” Ha sentito parlare di Bianca di Monferrato, di Carlo I di Savoia, del cardinal Mercurino e di Ludovico il Moro.
Quella pietra può testimoniare di vicende che arrivano alla vigilia del 1600. In quel tempo, i cittadini furono obbligati a costruire degli argini per deviare il corso del fiume. Non intervenire significava mettere a rischio il paese di Romagnano perché la corrente stava erodendo il bordo del paese, provocando smottamenti e pericolose infiltrazioni d’acqua.
Per trasbordare da una sponda all’altra del fiume è stato necessario costruire un novo ponte, I monconi di quello vecchio non sono stati abbattuti anche se la loro presenza sembrerebbe senza giustificazione perché si trovano a scavalcare un pezzo di prato.
La lunga “chiacchierata” di Gianni Brugo con la pietra è riassunta in 240 – godibilissime – pagine. (giornalistitalia.it)
Daniele Baglione










CONVENZIONI







