Un’informativa riscrive la storia: commesse troppe “leggerezze e inadempienze”

Il giudice Salvini: “Walter Tobagi si poteva salvare”

Walter Tobagi

Walter Tobagi, ucciso dalle Brigate Rosse a Milano il del 28 maggio 1980

MILANO – Walter Tobagi si poteva salvare: sul suo caso sono state commesse “leggerezze e inadempienze” e sul pericolo a cui era esposto, “si sapeva molto di più di quello che si è voluto dire”. Ad affermarlo è stato il giudice Guido Salvini, in un incontro a Milano, presso l’Associazione lombarda giornalisti, in cui sono state ricostruite le vicende immediatamente precedenti e immediatamente successive al 28 maggio 1980, quando il cronista del Corriere della Sera fu ucciso vicino a casa sua, in via Solari, all’età di 33 anni.

Walter Tobagi

Walter Tobagi

Il documento nuovo che riscrivere la lettura dei fatti è un’informativa trovata nella sua ricerca storica proprio dal giudice Salvini: si tratta di una delle relazioni che il brigadiere dei Carabinieri, Dario Covolo, nome in codice “Ciondolo”, fece ai suoi superiori degli incontri con il terrorista Rocco Ricciardi, detto “il Postino”.
Ricciardi faceva parte del commando dei 6 che organizzarono l’agguato. “Da un incontro con l’allora capitano dell’Arma, Arlati, mi è stato confermato che le relazioni del Ciondolo erano almeno 25: furono fatte sparire – ha illustrato Salvini – ma solo una è finita in un fascicolo per un altro reato avvenuto a Varese”, città di Ricciardi.
Questo ritrovamento dimostrerebbe la teoria per la quale “i carabinieri di Milano erano stati informati, sapevano ed hanno sottovalutato. Poi si sono resi conto dell’errore, ma solo dopo l’omicidio; a quel punto hanno tentato di chiudere la stalla quando i buoi erano già scappati”, ha denunciato Salvini. Due giorni dopo l’omicidio infatti, i militari perquisirono la casa di Marco Barbone – uno dei sei condannati per l’omicidio –: il covo si trovava proprio in via Solferino, a due passi dalla sede del giornale.

Il giudice Guido Salvini

Il giudice Guido Salvini

Secondo i partecipanti alla conferenza, tra cui il giornalista Renzo Magosso (condannato per diffamazione per aver scritto queste intuizioni in un articolo per Gente del 2004) non poteva essere credibile una perquisizione così “a colpo sicuro” senza che indagini fossero cominciate molto prima. Esattamente il contrario di quello che sostennero nei processi successivi gli allora investigatori, per coprire la sottovalutazione degli elementi.
Per suffragare la condanna dello stesso Barbone, però si disse che in un altro covo terroristico era stato trovato un foglietto con la sua calligrafia, e questa fu portata come prova regina: un elemento davvero insignificante se non inserito in un quadro di indagine più ampio, secondo il giornalista.
A parere del giudice Salvini, sull’uomo e sugli altri 5 del gruppo “Brigata 28 marzo” che aveva deciso “di alzare il tiro e colpire Tobagi”, invece, le indagini erano state aperte da un pezzo tanto che, sempre nelle sue ultime ricerche, è venuto fuori un documento in cui si parla di un servizio di appostamento fatto sotto casa dell’ex terrorista già il 4 giugno, appena 6 giorni dopo il fatto.

Renzo Magosso

Renzo Magosso

Insomma, una serie di elementi che fanno leggere l’omicidio del giovane cronista – che lasciò due figli di uno e tre anni – come la “cronaca di una morte annunciata” e che illustrano un sistema in cui gli errori di una parte, in questo caso gli investigatori, furono coperti anche dalla magistratura. “Ma un errore ripetuto diventa una colpa” ha sottolineato Salvini. E la vittima di questo noir non è che la libertà di informazione: per le loro indagini sul caso Tobagi, e per le loro intuizioni che si sarebbero rivelate corrette, i giornalisti Renzo Magosso e Umberto Brindani (ora direttore di Oggi) sono stati querelati e condannati al pagamento di grosse somme. Alla condanna definitiva i due hanno fatto ricorso alla corte di giustizia europea: è atteso a breve un pronunciamento. Rimane da sottolineare come Tobagi non fu protetto a sufficienza perché le informazioni “non furono ritenute verosimili”, anche quelle raccolte dallo stesso brigadiere Covolo, che è intervenuto telefonicamente in conferenza per difendere il suo lavoro. (agi)

 

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