«Se un giornalista dice “faccio il giornalista antimafia” bisogna farlo accomodare fuori»

Fava: “Quel giornalismo antimafia che crea carriere”

Claudio Fava

PALERMO – «La commemorazione di quest’anno è un’occasione che costringe a sottrarci alla liturgia e attribuisce più peso alla riflessione». Lo afferma il presidente della Commissione antimafia della Regione Siciliana, Claudio Fava, in un’intervista al quotidiano “La Sicilia” nel giorno del ventottesimo anniversario della strage di Capaci che, a causa dell’emergenza sanitaria, non prevede manifestazioni se non in remoto.
Riferendosi al mondo dell’informazione, Fava – giornalista e figlio di Giuseppe, il direttore de “I Siciliani” ucciso dalla mafia nell’84 – sostiene che «serve la costruzione di un nuovo alfabeto. Se domani si incontra un giornalista che dice “io faccio il giornalista antimafia” bisogna farlo accomodare fuori. È una ritualità che produce carriere e toglie informazione».

Giuseppe Fava (Palazzolo Acreide, 15 settembre 1925 – Catania, 5 gennaio 1984)

Tornando alla commemorazione, Fava osserva che «i ragazzi mi sembrano spesso travolti dalla dimensione rutilante dell’eroe. Penso che nell’interesse di tutti vada trovato il senso della normalità, proprio per cogliere al meglio il messaggio di legalità di cui tutti siamo eredi».
Parlando dell’inchiesta sugli appalti della sanità in Sicilia, che ha portato all’arresto di dieci persone e tra queste il manager Antonino Candela, fino a due giorni fa ritenuto uno strenuo difensore della legalità, Fava spiega che «bisognerebbe abolire per decreto l’etichetta antimafia riferita ai giornalisti, ai politici, agli imprenditori. È oggi un’etichetta che sa di carnevale, di auto rappresentazione. È autoreferenziale, l’antimafia da copertina, quella ricevuta al Quirinale, che nel chiuso dei corridoi delle stanze spiega cosa vuol dire fare il “capocondomino”, espressione usata da Candela in un dialogo intercettato per spiegare il proprio ruolo apicale nel sistema sanitario regionale. Se si vuole evitare che la sanità sia il bancomat della politica corrotta e viceversa, non ci si può limitare a chiedere che la Procura faccia il suo lavoro e la commissione Antimafia avvii un’indagine. Occorre spezzare a monte quello che viene messo nero su bianco dai giudici e cioè che tutte le nomine del settore sanitario che rispondono a criteri clientelari e privati». (ansa)

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