Grazie alla sua inchiesta (Premio Saint Vincent) cancellati i lager per i malati di mente

Addio Franco Giliberto, “inviato in manicomio”

Franco Giliberto (a sinistra) con Lorenzo Del Boca e Vincenzo Tessandori

VENEZIA – A 84 anni d’età, è morto Franco Giliberto, giornalista di quella razza che nemmeno il tempo può dimenticare. Qualche giorno fa è caduto accidentalmente, ma ha battuto violentemente la testa per terra e, da quel momento, non ha più ripreso conoscenza. Inutile il ricovero e due interventi all’ospedale di Venezia.
Lui era un “serenissimo” autentico, innamorato della sua terra. A Venezia ci era nato e a Venezia aveva voluto tornare al momento della pensione. Per il resto, la sua vita professionale l’ha portato in giro per il mondo, spesso con accenti di autentica avventura.

Charles De Gaulle

Da ragazzino, ancora minorenne ma già con due spalle così, a Nizza, si era arruolato volontario nella legione straniera. Quando si sentiva in vena di ricordi, raccontava di aver falsificato i documenti, invertendo nome e cognome: Franco Giliberto era diventato Gilberto Franci “grazie a una gomme e a un trattino aggiunto a penna”. Era la tarda primavera del 1953: da quel momento la matricola 100915, dalle spiagge del Veneto, si trovò nel mare di sabbia del deserto.
Per “liberarlo” – sempre lui a rincorrere i fili della memoria – erano stati i genitori che si erano rivolti personalmente al presidente della repubblica francese Charles De Gaulle. I regolamenti imponevano che, per arruolarsi, occorrevano almeno 18 anni e lui ne aveva soltanto 16. Con decreto dell’Eliseo venne congedato ma ebbe il tempo di vivere il tempo dell’ultima battaglia dei legionari, a Dien Bien Phu, in Indocina.
“Con il troisième Battaillon del secondo Reggimento stavo al confine fra l’Annan e il Tonchino” abbastanza distante dal cuore della battaglia ma pur sempre in un territorio di rincalzo.
La passione per il giornalismo è arrivata subito dopo. Le prime esperienze al Gazzettino veneto e poi il salto alla Stampa di Torino sotto la direzione di Ronchey. Ha fatto parte della celebrata cronaca dell’allora mitico Ferruccio Borio poi – perché era proprio bravo – è stato promosso inviato speciale. Per qualche anno, io, lui e Vincenzo Tessandori abbiamo “abitato” nello stesso stanzone, con scrivanie di lavoro che si toccavano a “u”.

Il manicomio di Collegno

A dispetto del suo passato che uno immagina tutto muscoli e azione, mostrava la pacatezza del saggio. Non una parola di troppo, non un tono oltre la misura e nemmeno atteggiamenti poco meno che garbati.
I suoi consigli non mancavano mai e non gl faceva difetto la sincerità. Se doveva dirti che il tuo pezzo gli era piaciuto, te lo diceva così. Se trovava dei difetti, con identica schiettezza, te lo faceva sapere.
Nei suoi reportage, Franco Giliberto ha dedicato particolare attenzione alle questioni mediche e sanitarie. Per documentare la vita dei malati mentali, internati nei manicomi (quando ancora esistevano) si è fatto ricoverare nell’ospedale psichiatrico di Collegno. Esperienza che avrebbe potuto essere traumatica e che, invece, si è trasformata in un’inchiesta dai toni efficaci e dai contenuti poderosi.
“Il nostro inviato in manicomio” ha tradotto i suoi appunti in cinque puntate che hanno avuto un peso determinante per l’approvazione della legge Basaglia per la soppressione di quel tipo di ospedali e, per questo, che riconosciute meritevoli del premio Saint Vincent di giornalismo.
Conquistata la pensione, è tornato a Venezia ma non ha appeso la penna al chiodo. Con Giuliano Piovan che è stato un ufficiale di Marina, ha costituito un sodalizio letterario e, a quattro mani, con l’editore Marsilio, hanno mandato in stampa due volumi per raccontare storie di navigazione. Il primo – “Alla larga da Venezia” – è la cronaca dell’incredibile viaggio di Pietro Guerrini che, nel 1400, raggiunse il circolo polare artico. L’altro – “Una specie di paradiso” – è, contemporaneamente, un racconto e una scoperta. Frugando negli archivi con il fiuto del cronista di razza, Giliberto ha trovato il diario che Pigafetta aveva scritto al seguito di Magellano. Pensieri, appunti, circostanze e avvenimenti che sono diventati una trama affascinante. Così pregevole che il testo è stato tradotto in francese per i tipi Edition Zeraq e in portoghese dalla “Casa Q”.
Giliberto lascia la moglie Gabriella e la figlia Sara. (giornalistitalia.it)

Lorenzo Del Boca

Un commento

  1. Alberto Cafarelli

    Persona eccezionale. Giornalista coi fiocchi. Riposa in pace Franco. Grande esempio per tutti noi.

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