Alberto Sordi in “Una vita difficile”

Alberto Sordi nel film di Dino Risi “Una vita difficile”

ROMA – Il giornalismo era una professione piuttosto semplice. Non richiedeva percorsi di preparazione specifici, né una laurea. Gli strumenti sui quali investire per partire erano praticamente a costo zero: una penna e un taccuino. La missione quotidiana: trovare notizie. Andare, vedere, raccontare erano le mansioni di un lavoro che permetteva di unire sotto una stessa testata intellettuali come Dino Buzzati e giovani reporter formatisi per strada.

Marco Pratellesi, condirettore Agi

Negli anni Ottanta, quando ho iniziato a frequentare redazioni, tribunali, procure e questure a caccia di notizie, la maggior parte dei colleghi non aveva una laurea. Alcuni di loro raccontavano di aver cominciato facendo gli “stringer” in calzoni corti al Giro d’Italia. Sulle strade polverose del dopoguerra avevano il compito di registrare il passaggio dei ciclisti nei punti chiave della tappa. Informazioni che poi venivano trasmesse al giornalista incaricato di scrivere il pezzo che il giorno dopo avrebbe raccontato sul giornale le imprese della maglia rosa.
Le notizie, allora, non abbondavano. Tutt’altro. I capi dei singoli servizi – cronaca, esteri, interni, sport – vivevano nell’ansia quotidiana di non riuscire a trovare abbastanza contenuti per riempire i menabò, i fogli dove il giornale prendeva forma prima di andare in tipografia e in stampa. In quegli anni durante il giorno le redazioni erano sempre deserte.
La maggior parte dei giornalisti stava fuori, nelle strade e nei palazzi del potere a caccia di notizie. Alla scrittura si dedicava l’ultima parte della giornata, dalle 17 fino a notte fonda. Anche gli inviati e i corrispondenti dall’estero si facevano vivi tardi. Telefonavano al giornale in base ai propri fusi orari per presentare il menù della giornata e decidere su quali coperture concentrarsi per il pezzo che sarebbe uscito il giorno dopo.
Questo modello organizzativo è rimasto sostanzialmente invariato fino alla metà degli anni Ottanta, quando computer e digitalizzazione si sono affacciati nelle prime redazioni sostituendo macchine per scrivere e telescriventi.

 Chi copia chi

Per quanto un taccuino e una penna fossero stati a lungo gli strumenti quotidiani dei reporter, il giornalismo è sempre stato profondamente condizionato dalle tecnologie. A cominciare dall’invenzione della stampa a caratteri mobili, che ha reso possibile l’editoria moderna, fino alle invenzioni del telegrafo, della linotype, del telefono, ma anche dallo sviluppo delle strade, delle ferrovie e dell’aviazione. In qualche modo le reti, anche fisiche, hanno sempre svolto un ruolo centrale nella diffusione delle notizie.
Pochi, tuttavia, avevano previsto che l’invenzione di internet, all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, avrebbe cambiato così radicalmente la professione e l’organizzazione stessa del lavoro. Prendiamo i corrispondenti e gli inviati. Un tempo erano considerati l’élite della professione. Uomini e donne che giravano il mondo per raccontare orizzonti sconosciuti, guerre, rapporti politici e diplomatici tra nazioni distanti e, spesso, in conflitto. Raccontare luoghi che pochi, pochissimi, avevano visto aveva ancora un senso. Certo, spostarsi da un posto all’altro poteva essere complicato e richiedere molto tempo.
Eppure, in un mondo non ancora globalizzato, per corrispondenti e inviati era tutto anche molto più semplice rispetto ad oggi. Intanto c’erano le barriere, geografiche quanto culturali. I lettori difficilmente avevano accesso ai giornali stranieri e, comunque, solo una ristrettissima élite conosceva le lingue. Così, inviati e corrispondenti avevano molte più opportunità di poter copiare o, quanto meno ispirarsi, a quello che leggevano sulla stampa locale per poi fare il pezzo per il giornale che i lettori avrebbe letto, in esclusiva!, solo il giorno dopo.
Molti corrispondenti “impigriti” hanno vissuto a lungo in questo dorato privilegio: alzarsi la mattina, leggere con calma i giornali locali e poi chiamare il giornale per proporre il pezzo del giorno. Senza uscire di casa, senza fatica.

Dall’edicola alla rete

Poi, dicevamo, è arrivato internet che ha improvvisamente cambiato gli orizzonti: l’edicola sotto casa ha progressivamente perso la sua funzione di snodo principale nella diffusione dell’informazione quotidiana. La globalizzazione dell’informazione ha allargato i confini, ridefinendo ruoli e mansioni anche all’interno delle redazioni. Un processo di cambiamento più veloce della stessa capacità di adeguamento dei giornalisti.
C’è voluto del tempo perché i corrispondenti capissero che leggere i giornali non era più sufficiente. Per anni nella riunione della mattina continuavano a proporre pezzi che i lettori avevano già potuto leggere sul sito della testata. Tutto si è spostato e velocizzato in maniera tanto profonda da cambiare anche le regole di ingaggio della professione.

Globalizzazione e formazione

Ecco perché non bastano più un blocchetto, una penna e una lunga gavetta per diventare giornalista. Da anni ormai non capita più di imbattersi in colleghi che non siano laureati, che non abbiano compiuto studi specifici di preparazione nei vari master di giornalismo in Italia o all’estero. Oggi la competizione non è più tra i giornali che il lettore trova in edicola. La competizione si è allargata ai siti di tutti i giornali del mondo, delle televisioni, delle radio, dei blog, per non parlare del ruolo sempre più pervasivo delle piattaforme di social media che fanno a pieno titolo parte di questo mondo dell’informazione globalizzata.
Questa rivoluzione ha messo in crisi il vecchio modello di business dell’editoria classica che oggi stenta a trovare nuove strade di sostenibilità per l’informazione di cui i cittadini continuano ad avere bisogno. Chi resterà in piedi alla fine nel mondo dell’informazione globalizzata? Molti saranno costretti ad arrendersi e molti si sono già arresi, negli Stati Uniti come in Italia dove, a partire dalla crisi del 2008 molte testate sono state costrette a chiudere. Eppure, mentre alcuni giornali, evidentemente non ritenuti più rilevanti dai lettori, entrano in crisi, il giornalismo attraversa la società uscendo dai confini dei canali tradizionali per farsi discorso collettivo.
L’informazione sta vivendo una stagione intensa e ricca di sviluppi e cambiamenti come mai prima d’ora. Eppure, benché più popolare, il giornalismo è diventata una professione anche più “difficile”: occorre conoscere piattaforme (editoriali, di condivisione, di storytelling) in continua evoluzione, ma anche strumenti di elaborazione dei numeri che consentano di scoprire verità nel mondo dei big data, occorre conoscere le lingue e i “segreti” della rete, saper distinguere cosa è vero e cosa non lo è.
Occorre, soprattutto, accettare il fatto che oggi chi scrive è sottoposto al giudizio di migliaia di lettori, che hanno la possibilità di intervenire, contestare, rilevare l’errore o l’imprecisione del giornalista. Nell’era pre digitale, queste osservazioni arrivavano al giornale sotto forma di lettere e finivano in un piccolo spazio nella pagine delle lettere, quando non direttamente “nell’archivio C”, il cestino della carta. Oggi, grazie ai commenti e ai social, gli errori finiscono, in tempo reale, sotto gli occhi di tutti i lettori. Un’altra grande lezione che il giornalismo tradizionale ha potuto imparare dalla rivoluzione digitale: la capacità di essere umili.

Chi resterà in piedi

Dunque, c’è posto per tutti in questo mondo globalizzato? Purtroppo no. Con la digitalizzazione si è capito che il vecchio modello di business, che ha sorretto la stampa negli ultimi due secoli, non funziona più. Non per tutti almeno. Ognuno dovrà trovare la propria strada, il proprio modello di business. New York Times e Corriere della Sera hanno puntato sul “metered paywall”, che consente di leggere un certo numero di articoli gratis chiedendo solo ai lettori più assidui di abbonarsi. Altri, come The Guardian e l’Huffington Post, puntano invece a una dimensione globale, per offrire informazione gratuita in cambio di pubblicità al più alto numero di lettori possibile.
Il Guardian ha aperto da alcuni anni una edizione negli Stati Uniti e sta cercando di espandere la propria area di influenza in tutto il mondo di lingua anglosassone. L’Huffington Post ha scelto invece di aprire edizioni nelle varie lingue locali dall’arabo al portoghese, dal francese al giapponese. Ma i modelli sono molto più vasti, quasi come se ogni testata dovesse ormai trovare la propria strada per sopravvivere. Con un’unica certezza: l’umanità non ha mai potuto fare a meno dell’informazione. Cambieranno i modelli di business, cambieranno le pratiche e gli strumenti della professione. Ma il giornalismo, inteso come la missione di coloro che impiegano il proprio tempo e le proprie competenze per cercare le notizie, verificarle e spigarne le implicazioni, non morirà mai. (agi)

Marco Pratellesi
Condidirettore Agi

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