ROMA – Non siamo, in fondo, altro che “un’immensa distrazione” … dal morire. L’esistenza non è che una complessa architettura di presenze con cui celiamo l’abisso: un solido velo di eventi e carne intessuto dal tempo soltanto per distrarre la coscienza dall’unica, ineludibile chiarezza che attende al varco della sostanza.
Quando il protagonista del romanzo, Ettore Manfredini muore, non c’è alcuna transizione, perché non c’è mai stato un “fuori”. Le guerre, l’impero industriale, i tradimenti e le colpe non sono stati eventi accaduti in un mondo fisico, ma le coordinate logiche di un unico, ininterrotto discorso della coscienza con se stessa.
Ogni scelta non è stata un’azione, ma la necessità grammaticale di quel pensiero per poter procedere. Nessuno “vive” una vita: la pensa. L’errore è credere che la realtà sia fatta di materia, di contratti, di sangue o di decisioni prese nel tempo. La materia è soltanto il pretesto con cui la mente dà una forma visibile al proprio monologo.
Marcello Fois ci insegna che la vita non termina con la morte; semplicemente, il pensiero smette di aver bisogno dell’illusione della materia per pensarsi. E l’intera parabola umana si svela per ciò che è sempre stata: non una storia vissuta, ma una singola, fulminea idea che si riassorbe nel silenzio da cui era emersa.
Forse nessun uomo, come nessuna donna, incontra davvero la Storia ma la inventa per potersi perdonare. Forse, la fortuna della dinastia Manfredini, edificata sulle cenere e sul silenzio dei Teglio, non è mai stata una pura fatalità del destino, ma una sofisticata messa in scena della mente.
Immaginiamo la coscienza come un ragno chiuso in una stanza specchiata: per non morire del proprio orrore, non può far altro che tessere una ragnatela di eventi, colpe ed espiazioni, per poi convincersi di esserne rimasto irrimediabilmente intrappolato.
Forse questa l’idea “immensamente complessa fino a distrarre” racchiusa del capolavoro del Maestro Fois. Le macerie altrui diventano così gli ostacoli necessari che l’io edifica a proprio uso e consumo. Attraverso la razionalizzazione e la proiezione, la mente trasforma il cinismo in necessità e il privilegio in fardello, mettendo in atto un teatro di autogiustificazione in cui l’egotismo si traveste da martirio per salvare la propria illusione di giustizia. Ma il capolavoro della psiche è la sua stessa ironia.
Nel disperato tentativo di erigersi a centro solipsistico dell’universo, la mente non fa che alimentare una sottile pulsione di morte: un desiderio autodistruttivo in cui ogni successo e ogni tragedia diventano la medesima psicosi.
La mente crea il proprio tribunale, inventa gli imputati e scrive le sentenze, solo per scoprire nel silenzio finale che l’impalcatura con cui cercava di proteggersi è diventata la sua stessa gabbia, e che il giudizio che voleva schivare era l’unico da cui non si può fuggire: il proprio.
Per Fois l’uomo non è che un attore folle che, per sfuggire al vuoto, edifica la sua reggia sulle rovine altrui e s’incorona di colpe per potersi dire re. Ma la corona stessa che gli fascia la fronte è fusa con il piombo del suo inganno: credendosi dio del proprio palcoscenico, egli accende il rogo, traccia la condanna e s’inchina al carnefice, senza scorgere che la spada, la mano che la impugna e il sangue sul calpestio appartengono, da sempre, al medesimo spettro. La consacrazione de “L’immensa distrazione” (Einaudi, 288 pagine, 19,450 euro) al Premio Campiello 2026 non celebra soltanto una maestosa saga familiare, ma consacra un’operazione letteraria d’una finezza spietata: un tribunale morale travestito da pura bellezza artistica.
Marcello Fois ammalia il lettore con una prosa lirica e impeccabile, offrendo un calice finemente sbalzato che custodisce un veleno dolcissimo. Sotto la superficie seducente dell’opera si cela un’autopsia della coscienza: l’ascesa dei Manfredini, svela come la genealogia del nostro benessere si fondi su una catena ininterrotta di rimozioni e autogiustificazioni.
La bellezza formale della scrittura di Fois non è una trappola che assolve, ma un dispositivo di svelamento inesorabile. La vita di Ettore Manfredini è stata un’impalcatura di alibi durata quasi un secolo, un’«immensa distrazione» fatta di ceneri altrui, carne, ambizione, rimozioni e accumulo di potere per schermare la coscienza dal vuoto. Ma quando la materia cede e la distrazione cessa, il protagonista non sfocia nell’autoassoluzione, bensì nella sua definitiva condanna. Nell’ultimo, dilatato istante della mente, la finzione crolla: Ettore non può più falsificare una sola cifra del proprio bilancio. Scopre che la condanna più spietata non viene da un tribunale esterno, ma dall’impossibilità di continuare a mentire a se stesso.
L’ingegno critico di Fois lascia in bocca un disincanto supremo: ci incanta con una narrazione di maestosa eleganza mentre smantella l’illusione fondamentale dell’essere umano… quella convinzione di potersi salvare attraverso le proprie costruzioni.
La stoccata finale non risparmia chi legge: la storia dei Manfredini non è il racconto di un’impunità conquistata, ma la dimostrazione che ogni vita spesa a distrarsi dalla verità non fa che fabbricare, mattone su mattone, la chiarezza inappellabile del proprio giudizio.
Leggere questo romanzo è come sedersi a un banchetto sfarzoso con l’illusione di essere commensali, per poi scoprire che il piatto principale al centro della tavola è la nostra stessa carne: si inizia ammirando l’eleganza del taglio e la maestria del cuoco, e si finisce per capire che l’unico corpo che quel coltello sta mettendo a nudo è il nostro. (giornalistitalia.it)
Maria Grazia Carnà










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