Maurizio Marinucci, pubblicista e allenatore di basket, ci sorprende con un romanzo

“Lascia che sia l’amore”, parola di un giornalista

PESARO (Pesaro-Urbino) – “Lascia che sia l’amore”. È un titolo che non ti aspetteresti – per la verità non ti aspetteresti neppure un romanzo – da un giornalista pubblicista dai piedi ben piantati a terra come sono e devono essere quelli di un allenatore di pallacanestro. E, invece, Maurizio Marinucci, classe 1967, bolognese di nascita, pesarese d’adozione, a lungo collaboratore del Messaggero – negli anni dell’edizione marchigiana –, è pronto a presentarci la sua nuova fatica letteraria (ha già scritto racconti e poesie che gli sono valsi due Premi), edita dalla Leone di Monza (234 pagine; in vendita a 12,90 euro nelle librerie, anche on line).

Maurizio Marinucci

«Il romanzo racconta la storia di Marcello, – anticipa a Giornalisti Italia Marinucci – un ragazzino che nel 1923 si trasferisce con la famiglia a Caramanico, paesino ai piedi della Maiella, dove la vita è regolata da tradizioni ben definite, specchio di una società e di un tempo storico a volte restrittivi e ingombranti. Marcello se ne renderà conto presto, quando Dora, una delle sorelle della sua più cara amica Anna – la cui famiglia è ricca e potente, rispettata e temuta in tutto il territorio di Caramanico – gli chiederà di aiutarla a preparare la sua fuga: l’amore che la lega a Giuseppe, contadino senza cultura né denaro, è inaccettabile, disonorevole, impossibile».
Ecco che «Marcello, – ci svela, ancora, l’autore – per cui disobbedire diventa un obbligo quando le regole si dimostrano ottuse e ingiuste, per anni aiuterà Dora e Giuseppe – mettendo a rischio uno dei rapporti più importanti che ha – tra atti manipolatori, segreti e coraggiosi atti di ribellione. “Lascia che sia l’amore” racconta, innanzitutto, la storia di una famiglia, ma anche un tempo storico e un paese, e come sia possibile, anche per i singoli individui che si sentono marginali, sovvertire regole che sembrano immutabili».
Amore che non conosce ostacoli, voglia di riscatto, di libertà, coraggio sembrano essere, insomma, gli ingredienti di un romanzo scritto da un giornalista con in mano la palla da basket e, nell’animo, una miriade di “cose” da trasmettere agli altri. Per le quali, con ogni probabilità, non sarà sufficiente un solo romanzo.
«Sono come quel cane randagio, – confida Maurizio Marinucci – che Josè Saramago descrive nella “Storia dell’assedio di Lisbona”, che vive con le sue costole sporgenti sulle scalette di S. Crispin dove soffre una fame da lupo per timidezza, e non certo per ostinazione, di cui gli intraprendenti non capiscono le difficoltà. Per quel cane un solo gradino ipotetico in più dei centotrentaquattro conosciuti sarebbe un abisso insuperabile. Ho scritto poesie e racconti, ma è sempre quel gradino in più il mio tormento». (giornalistitalia.it)

 

I commenti sono chiusi