Ilaria Jovine e Roberto Mariotti parlano del docufilm sull’inviata di guerra Nancy Porsia

Giornalismo, in Italia c’è fame di esteri

Nancy Porsia

ROMA – «In Italia c’è fame di contenuti: la gente ha bisogno e voglia di conoscere certe storie, soprattutto se mescolano spunti che vanno dal giornalismo alla geopolitica, alle questioni sociali, e se a unirle è una vicenda personale, funziona ancora meglio». Questo è il caso di “Telling my son’s land”, docufilm sulla storia professionale e privata della giornalista di guerra Nancy Porsia, proiettato alla Casa internazionale delle Donne, a Roma, nell’ambito della rassegna estiva “LaCasaChiama”, in programma fino al 7 settembre.
Ne parla con l’agenzia Dire Ilaria Jovine, che con il collega Roberto Mariotti ha diretto questa pellicola che tratta di argomenti vari e consistenti: il giornalismo di guerra ai giorni nostri, la situazione lavorativa dei professionisti indipendenti, la guerra libica e le migrazioni, l’affermazione di una donna in un campo per lo più ancora dominato da uomini, il rapporto tra maternità e professione, e non ultimo una patria ancora negata per un bambino metà italiano e metà libico.
La Libia, paese «lontano, ma poi neanche tanto – afferma Roberto Mariotti alla Dire – è stato una scoperta.

Roberto Mariotti

Con Ilaria non ci siamo potuti andare ma abbiamo appreso moltissimo dai filmati d’archivio di Porsia, che costituiscono quasi la metà delle immagini del documentario. L’Italia vanta anche legami storici forti con la Libia ma confesso che prima di realizzare questo film non la conoscevo molto. Poi, grazie ai racconti di Nancy e del suo compagno ho capito quanto quella dittatura fosse diventata insopportabile per certe fasce della popolazione. Ma anche alla luce del caos che vediamo, fatico ancora a capire se la rivoluzione del 2011 sia stata un bene o no».
Uno sforzo che per il regista diventerebbe «impossibile senza le notizie di prima mano a cui ho avuto accesso». Da qui emerge la critica al mondo dei media italiani, «che trattano poco e male le vicende estere, sebbene la realtà degli ultimi anni ci stia dimostrando quanto influiscano anche sui fatti italiani. Lo sforzo che ognuno di noi deve fare – l’invito del co-regista – è entrare sempre più in profondità nelle questioni internazionali ed evitare le letture superificiali».

Nancy Porsia

Protagonista della pellicola è la cronista originaria di Matera, Nancy Porsia, che nel 2011 decide di recarsi in Libia per la prima volta, a soli quattro giorni dalla morte del leader Muhammar Gheddafi. La guerra civile evolve presto in conflitto internazionale e Porsia per molto tempo sarà la sola giornalista straniera a lavorare nel paese nordafricano piombato nel caos. Poi, nel 2016, a causa di un’inchiesta in cui rivela la collusione della Guardia Costiera Libica con il traffico di migranti, la reporter è costretta ad andarsene. Nel frattempo resta incinta, e la nascita di un figlio avuto dal partner libico rendono ancora più saldo il rapporto con un paese che ancora oggi non può dirsi pacificato.
La parola torna a Ilaria Jovine: «La storia di Porsia è il focus del nostro lavoro ma crediamo che il vero protagonista sia il tipo di giornalismo che lei incarna, in quanto freelance di guerra: una professione che la porta per mesi sulla front line senza orari né reti di protezione.

Ilaria Jovine

Nonostante questo, lei decide di innamorarsi e di concepire un figlio. Raccontare il parto e la maternità sono stati modi per spiegare la fusione tra vita privata e professionale». Il bambino che darà alla luce diventa così «un’ulteriore elemento che la spinge a non smettere di raccontare quel Paese con responsabilità e onestà».
“Telling my son’s land” è uscito nel 2021 ed è stato già proiettato in varie sale cinematografiche e festival, con «una positiva accoglienza di pubblico – conclude Jovine – e questo dimostra che c’è fame di questo genere di contenuti. Se in futuro ne avremo l’occasione, ci piacerebbe raccontare altre storie di giornalisti come lei». (agenzia dire)

 

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