ROMA – La Congrega dei 13 (Round Robin editrice, 160 pagine, 16 euro) è il primo romanzo di Cesare Damiano, già sindacalista della Fiom Cgil, parlamentare Pd eministro del Lavoro, che per il proprio battesimo letterario sceglie una strada inattesa: il noir. E decide di ambientarlo nella sua terra, il Piemonte, trasformando la Cuneo del 1956 nello scenario di un’indagine in cui mistero, memoria e identità locale procedono insieme.
È una lettura estiva nel senso migliore del termine: una storia capace di intrattenere, costruita intorno a un enigma e a una trama investigativa, ma anche un romanzo da assaporare con calma, lasciandosi accompagnare tra portici, piazze, osterie, botteghe e rituali quotidiani di una provincia italiana ancora profondamente segnata dal dopoguerra.
A guidare il lettore è il commissario Puccio Meló, investigatore rigoroso e insieme profondamente umano. Meló conosce le gerarchie, le consuetudini e i silenzi della città nella quale si muove.
La sua indagine non consiste soltanto nel raccogliere indizi e interrogare sospettati: significa entrare nelle pieghe di una comunità, attraversarne le relazioni, riconoscerne i segreti e misurarsi con ciò che si nasconde dietro una rispettabilità solo apparente. La “Congrega” evocata dal titolo diventa così il cuore oscuro del racconto, ma attorno al mistero Damiano costruisce un vero romanzo di territorio. Cuneo non rimane sullo sfondo: partecipa alla vicenda, la condiziona e finisce per assumere il peso di un personaggio.
La città emerge attraverso i suoi locali, le professioni, le differenze sociali, il rapporto tra autorità e cittadini, ma soprattutto attraverso una lingua che conserva gli accenti e gli umori del Piemonte degli anni Cinquanta.
Il piemontese e l’italo-piemontese disseminati nei dialoghi non sono semplici concessioni al colore locale. Servono a restituire autenticità alle voci e a ricostruire un mondo nel quale il modo di parlare rivela provenienza, carattere e posizione sociale. Viene inevitabilmente in mente la lezione di Andrea Camilleri, pur nella diversità delle scelte stilistiche: anche qui il dialetto contribuisce a definire una geografia umana prima ancora che geografica, senza rendere meno scorrevole la lettura.
Accanto a Meló si muove una galleria di figure che dà al romanzo una dimensione corale. C’è Elvira, presenza elegante e riservata, descritta con dettagli quasi cinematografici: l’abito grigio, il cappellino inclinato, il rossetto e le calze con la riga. E c’è il sarto Lauricella, uomo minuto e incurvato dal lavoro, circondato da stoffe e abiti incompiuti. Personaggi attraverso i quali Damiano recupera gesti, mestieri e atmosfere di un’Italia che sembra lontana, ma che continua a vivere nella memoria familiare e collettiva.
Il passaggio dalla politica alla narrativa potrebbe sorprendere, ma La Congrega dei 13 non appare come una parentesi occasionale. Si avverte il desiderio di raccontare persone e rapporti sociali, osservando la provincia non con nostalgia, ma con partecipazione. Il noir offre all’autore la struttura necessaria per tenere insieme il piacere dell’intreccio e la ricostruzione di un ambiente al quale è profondamente legato.
Da autore esordiente, Damiano tende talvolta ad affollare la scena di personaggi, dettagli e piste investigative. È però proprio questa abbondanza a testimoniare il desiderio di non lasciare fuori nulla di quel mondo: le sue voci, i suoi luoghi, le sue contraddizioni e i suoi piccoli riti.
La Congrega dei 13 è, dunque, un libro per l’estate: un noir da leggere per scoprire il colpevole, ma anche per viaggiare nel tempo e raggiungere una Cuneo sospesa tra nebbia, eleganza provinciale e segreti inconfessabili. Con il suo battesimo letterario Cesare Damiano torna idealmente nella propria terra e le affida il ruolo principale. Il risultato è un esordio sincero e coinvolgente, nel quale l’indagine diventa anche una ricerca delle proprie radici. (giornalistitalia.it)







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