MONCALIERI (Torino) – C’è una notte silenziosa del pensiero in cui il brusio della civiltà contemporanea smette di far rumore, lasciandoci soli davanti alla mappa frammentata delle nostre paure. In quel punto d’ombra, dove la sociologia funzionale incrocia la trama sottile dell’esistenza, l’opera di Valeria Scuteri non appare come una semplice manifestazione estetica, ma come una straordinaria risposta anatomica, una cura per le ferite aperte del nostro tempo.
Siamo figli di una modernità ipertrofica e pulviscolare, dove la categoria del “Tutto” è fallita per sempre. L’antica promessa dell’arte classica, quella bellezza totale, uniforme, unificatrice che pretendeva di salvare il mondo con la maestosità di una sintesi organica, si è infranta sotto la pressione di una società che non tollera più l’assoluto.
Oggi, come la sociologia comportamentale insegna, l’individuo contemporaneo soffre di un’atrofia dello sguardo globale: per difendersi dal caos, ha bisogno di scomporre la realtà, di ridurla a frammenti minimi, a frattali di significato. Vogliamo vedere a pezzi perché l’insieme ci spaventa, ci schiaccia, ci annienta con la sua densità insostenibile.
È qui che l’universo visivo e tattile di Valeria Scuteri compie la sua sommessa, geniale rivoluzione. Dalla serie pittorica di Uno Individuo fino al telaio scultoreo e ai fili intrecciati delle sue opere tessili (Le Rondini, Onde d’Acciaio, Tracce), la Scuteri non impone mai al fruitore la tirannia di una figura chiusa o di un contorno dogmatico.
Le sue immagini sono organismi viventi che sfumano ai bordi, dissolvendosi in un’orlatura di nebbia psicologica, per poi addensarsi improvvisamente definendosi soltanto in zone specifiche, in nodi d’acciaio, in grumi di rame brunito, in trame di garza e colore.
Questa scomposizione formale è la trascrizione esatta dei frattali della mente umana. L’opera della Scuteri dialoga con la sociologia funzionale proprio nel suo punto più intimo: riconosce che il “bello” non è più una ricerca di espressione generalizzata, ma risiede esclusivamente nella specifica azione, nella piccola manifestazione marginale, nell’increspatura imperfetta. La bellezza universale, quella che un tempo abitava i templi e le grandi narrazioni, ha abbandonato le cattedrali della storia; ora vive rifugiata, quasi in incognito, tra le pieghe di mille altre cose che non portano nemmeno il nome di arte.
Si nasconde nel gesto quotidiano di annodare un filo, nel sapore metallico d’un ricordo che riaffiora, nell’interstizio sofferto tra una trama d’acciaio e una fibra morbida che cerca disperatamente di riscattare l’umanità dal suo ingiusto abbrutimento.
Guardare un’opera di Valeria Scuteri significa accedere a una forma superiore di psicanalisi visiva. I suoi bordi indefiniti non sono un’incertezza tecnica, ma un atto di immensa pietà e di altissima intelligenza prospettica: lasciano allo spettatore lo spazio per respirare, per proiettare sulla tela o sulla scultura la propria geografia interiore. È il rifiuto cosciente dell’horror vacui a favore di una consapevolezza nuova, dove la materia (il metallo, il tessuto, la fibra, la pittura) si fa protesi emotiva.
La figura umana, come quell’“uomo con la cravatta” o le sagome dei suoi ritratti, si definisce soltanto nel momento in cui tenta di ricomporsi, senza mai riuscirci del tutto, esattamente come accade a ciascuno di noi nell’incessante traffico della vita sociale.
C’è un’eleganza quasi impietosa e al contempo infinitamente sensibile in questo processo. L’artista calabrese ha compreso ciò che gli economisti dello spirito e i sociologi della complessità hanno impiegato decenni a codificare: che la salvezza dell’individuo non passa più attraverso la pretesa di dominare il quadro generale, ma attraverso la capacità di cogliere il sacro nel dettaglio frammentato. La trama di Scuteri è un filo d’Arianna srotolato nell’oscurità del nostro labirinto neuro-sociale: non promette di mostrarci l’uscita, ma ci insegna ad amare la complessità del nodo e del labirinto stesso.
E così, mentre il mondo là fuori continua a consumarsi nella fretta bizzarra di un’evoluzione priva di direzione, ci ritroviamo contemplativi davanti a queste strutture trasparenti e ferrose, sospese tra mitologia e logos. Comprendiamo allora, con una stretta al cuore e una vertigine dell’intelletto, che la vera bellezza non è mai stata una risposta preconfezionata, ma questa sottile, dolorosa, meravigliosa capacità di ricucire i pezzi della nostra anima imperfetta prima che l’oblio trasformi il nostro viaggio in un semplice, inudibile silenzio.
La bellezza non è uno scettro tempestato di gemme, ma un esile filo di seta che trattiene il cuore ferito, perché non si squarci nel buio del qualunquismo prima che cali il sipario. (giornalistitalia.it)
Maria Grazia Carnà









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