
L’autore Luca Scopitteri, Antonella Gioia, presidente dell’Inner Weel Vallemosso, e Bruba Camaschella presidente del Club Valsesia.
VARALLO (Vercelli) – La casa del bosco che, avvicinandosi, scompariva alla vista. La bambina fantasma che spuntava dalla nebbia e chiedeva di giocare. E l’iscrizione “indecifrabile” sul frontespizio della chiesa di Lucedio.
A raccontare i “misteri” cresciuti, in Valsesia, sotto i contrafforti del Monte Rosa, è stato Luca Scopitteri che, piccolo artigiano tessile di Novara si è “convertito” alla scrittura. Nel suo palmares ci sono già tre pubblicazioni con pagine suggestive attraverso le quali ha ricostruito leggende e tradizioni (taluna curiosa e talaltra oscura) che si sono trascinate per secoli fino ad arrivare alle nostre orecchie. In particolare due volumi sono proprio intitolati “Piemonte e Misteri”.
L’Inner Wheel Club di Valsesia ha voluto approfondire l’argomento e ha dedicato una serata per “rispolverare” vicende che hanno incuriosito o spaventato nonni e bisnonni. La presidente valsesiana Bruna Camaschella e la “collega” di Vallemosso Antonella Gioia hanno fatto gli onori di casa.
Dunque, questa terra dove la risaia comincia ad arrampicarsi per diventare collina (prima) e montagna (poi) quante storie nasconde che meritano il titolo di “misteriose”?
Intanto la distruzione della città di Felig, sepolta dalla neve e congelata nel ghiaccio. Il disastro era stato provocato dalla maledizione di un viandante (un commerciante di tessuti) al quale era stata negata l’ospitalità.
«Dovreste provare anche voi – all’addiaccio, con il freddo che gli entrava nelle ossa, quell’uomo maltrattato ha reagito con spirito di vendetta – anche voi meritate di trovarvi senza protezione con la natura che vi dà addosso». La neve ha incominciato a scendere senza soluzione di continuità (un po’ come è accaduto durante il diluvio universale) fino a seppellire le case e gli abitanti che ci vivevano. Il villaggio è diventato un ghiacciaio capace di inghiottire ogni cosa e le vite che ci stavano dentro. Un lastrone livido dove. fino a poco tempo prima, c’erano artigiani che lavoravano, massaie indaffarate ai fornelli e bambini nei banchi di scuola.
In montagna, soprattutto fra i villaggi Walser (di lingua tedesca) vivevano i “Gowiarghini” che popolavano i boschi e la miniera dove (ancora fino a metà del secolo scorso) si estraeva oro. Erano creature benevole ma guai a farle indispettire perché slacciavano le scarpe, facevano sgambetti, bucavano il fondo dei secchielli e fischiavano fino a sordire.
Più complicato convivere con i “Totte” che facevano visita nei giorni di lutto e nel corso della notte del 2 novembre che è dedicata al culto dei morti. Occorreva rabbonirli lasciando sulla tavola qualche castagna, mezza pagnotta, un bicchiere di vino. Gli anziani assicuravano che questi spiriti mangiavano perché, di mattina, i piatti risultavano vuoti.
I “Babi” invece popolavano i fiumi ed erano i più pericolosi perché portavano malattie e infezioni. Se un animale moriva improvvisamente per cause non spiegabili erano stati questi esseri (che, per aspetto, assomigliavano ai rospi) che avevano inquinato l’acqua.
Storie che animavano i racconti delle nonne davanti al camino nelle serate d’inverno quando veniva notte in fretta e non c’era la televisione. Il diavolo che camminava nei solchi se non erano stati benedetti. L’Agnesina che, con le erbe, poteva curare ogni male. O il fantasma di Rifreddo che spuntava al suono di una certa strofa musicale e scompariva alla recita di un altro pezzo di spartito.
Ogni paese avrebbe un “mistero” da raccontare e qualcuno ha anche impegnato studiosi e ricercatori. La Valsesia ha ospitato Fra Dolcino e la schiera dei suoi seguaci che, in odore di eresia, sono stati perseguitati dalla chiesa. Nel 1307 l’epilogo. Le armate dei Vescovo di Novara e Vercelli hanno dato battaglia a Campertogno massacrandoli. Chi è riuscito a fuggire (Dolcino con un gruppo dei suoi) ha scavalcato il contrafforte passando dalla Valsesia al Biellese dove, però, altri reparti agguerriti li stavano aspettando. L’eretico è finito bruciato al rogo ma è rimasta “la voce” che, dalle scorrerie e rapine effettuate negli anni precedenti, fosse rimasto un tesoro di discrete proporzioni opportunamente nascosto, prima dello scontro finale. Lo hanno cercato mettendoci anche dell’impegno ma, al momento resta un “mistero”. (giornalistitalia.it)
Daniele Baglione







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