ROMA – Ci sono autori che raccontano il proprio tempo e autori che lo interpretano. Poi esistono rari personaggi capaci di trasformare il racconto del presente in una forma di coscienza collettiva. Zerocalcare appartiene a questa categoria.
Con “Due spicci” realizza forse una delle sue opere più belle, un lavoro che conferma come il fumettista romano sia ormai una delle voci più autorevoli e originali della cultura italiana contemporanea.
La serie si muove lungo il confine sottile che separa il privato dal politico, l’esperienza individuale dalla condizione universale. È un’opera che parla di dipendenza affettiva, di violenza, di bullismo, di marginalità sociale e di quel senso di destino già scritto che spesso accompagna chi nasce nelle periferie materiali ed esistenziali del nostro Paese. Ma sarebbe riduttivo limitarne la portata ai temi che affronta. La vera forza di “Due spicci” risiede nello sguardo.
Zerocalcare osserva, non giudica. Rendendoci così parte della verità. Osserva la fatica di chi tenta di costruire una famiglia con un solo stipendio; la precarietà economica che diventa fragilità emotiva; le relazioni sentimentali che cercano una forma possibile di felicità, siano esse eterosessuali o omosessuali; la difficoltà di amare senza possedere e di lasciarsi amare senza paura.
I suoi personaggi non sono eroi né vittime assolute, sono esseri umani, fragili, contraddittori, spesso smarriti nel caos della “sopravvivenza”, perché non prendiamoci in giro: economicamente ed emotivamente tutti cerchiamo di “sopravvivere”. Ed è proprio questa umanità a rendere la serie di Zerocalcare straordinaria. Come nei grandi romanzi dell’Ottocento, dietro ogni vicenda individuale si intravede una riflessione più ampia sulla società. Le periferie raccontate da Zerocalcare non sono soltanto luoghi geografici, paesaggi politici, estratti di società, sono condizioni dell’anima. Sono gli spazi in cui si accumulano le occasioni mancate, le aspettative tradite, i sogni che imparano troppo presto il linguaggio della rinuncia, e i luoghi dove impariamo ad agire secondo le esperienze personali e di chi ci sta accanto.
Come osservava lo psicologo Albert Bandura, padre della teoria dell’apprendimento sociale e del concetto di autoefficacia, non diventiamo soltanto ciò che viviamo, ma anche ciò che vediamo vivere. I gesti dei genitori, le loro paure, il loro modo di amare e di affrontare il mondo diventano spesso il copione invisibile che continueremo a recitare per tutta la vita, talvolta senza rendercene conto.
Eppure, anche nei momenti più dolorosi, il racconto non cede mai alla disperazione. L’umorismo interviene come una forma di salvezza. Le battute, i dialoghi serrati, le improvvise deviazioni surreali non sminuiscono il dramma ma lo rendono reale, “vero”. La risata diventa una tregua, una sospensione del dolore, una possibilità di resistenza.
In questo senso Zerocalcare sembra raccogliere la lezione della migliore tradizione narrativa italiana: quella che va da Pirandello a Flaiano, da Monicelli a Carlo Verdone, quella che ha sempre saputo trovare nel comico una chiave privilegiata per raccontare il tragico.
A sostenere questo delicato equilibrio contribuisce la straordinaria interpretazione di Valerio Mastandrea che riesce a fare ridere a crepapelle tutte le generazioni con una spontaneità che fa invidia a ogni altro personaggio dei fumetti. La sua voce è ormai parte integrante dell’universo di Zerocalcare: ironica, malinconica, profondamente umana, profondamente vera. Una presenza capace di trasformare ogni esitazione, ogni silenzio e ogni battuta in materia narrativa.
E alla fine appare anche Emanuela Fanelli che sembra essere stata sempre là tra le parolacce, le fragilità e la grande forza di Esmeralda. Ma il vero miracolo resta il segno, il suo tratto peculiare che viaggia tra l’espressionismo, l’“intimismo toulouse-lautrechiano” e il realismo pop.
Quello di Zerocalcare è ormai molto più di uno stile grafico. È un linguaggio. Le sue figure, le sue deformazioni espressive e le sue invenzioni visive sono entrati dell’immaginario collettivo italiano con una naturalezza che appartiene soltanto ai grandi autori popolari. Come accadeva con i personaggi di Fellini o con le maschere della commedia dell’arte, il suo tratto è diventato immediatamente riconoscibile, parte integrante della nostra memoria culturale.
Per questo viene spontaneo chiedersi se non sia ormai legittimo considerare Zerocalcare una sorta di filosofo del presente. Non un filosofo accademico, naturalmente, ma un interprete del reale. Uno di quei rari narratori che riescono a parlare contemporaneamente di politica, religione, etica, identità e appartenenza senza mai assumere il tono del predicatore. Attraverso il fumetto e l’animazione affronta questioni che occupano da sempre il pensiero filosofico: il rapporto tra libertà e destino, tra individuo e comunità, tra memoria e responsabilità.
Come Pasolini, sebbene con strumenti e linguaggi diversi, guarda alle periferie per comprendere il centro. Come Calvino, utilizza la leggerezza per affrontare questioni gravissime. Come i grandi moralisti, racconta gli esseri umani senza assolverli e senza condannarli.
In un’epoca dominata dalla semplificazione, Zerocalcare continua ad avere il coraggio della complessità.
Ed è forse questa la ragione più profonda del suo successo: ci ricorda che la realtà non è mai riducibile a uno slogan, che ogni esistenza custodisce una verità irripetibile e che comprendere è sempre più difficile e più necessario che giudicare. (giornalistitalia.it)
Serena Maffia










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