Giuseppe Mazzarino (dal 1989 al 2012 componente del Cdr della Gazzetta) e il giornale di oggi: potrebbe essere l’ultimo

BARI – Vogliono assassinare la Gazzetta del Mezzogiorno. Per imperizia, noncuranza o, peggio, perché a pensare male si fa peccato, ma sovente (come ricordava il divo Giulio) si indovina, per uno studiato progetto.
Vogliono assassinare la Gazzetta del Mezzogiorno e noi dobbiamo fermarli. Noi giornalisti, tutti, di qualsiasi testata o senza testata. Noi cittadini di Puglia e Basilicata, le due Regioni che resterebbero senza voce in caso di morte della Gazzetta. Noi Italiani, tutti, che subiremmo un colpo al pluralismo delle idee, delle voci e dei territori se un’area già in crisi come quella appulo-lucana dovesse diventare afona ed invisibile.
E devono fermare quest’assassinio soprattutto le istituzioni ed i pubblici poteri: dal governo nazionale ai governi regionali direttamente coinvolti, a tutti gli enti locali.

La sede della Gazzetta del Mezzogiorno a Bari

Quello in edicola oggi rischia di essere l’ultimo numero della Gazzetta del Mezzogiorno, i cui giornalisti hanno proclamato l’astensione dal lavoro a tempo indeterminato per il comportamento assurdo degli amministratori giudiziari nominati dal Tribunale di Catania dopo il sequestro delle proprietà di Mario Ciancio, detentore (per quanto ci riguarda) del 70% delle azioni della società editrice della Gazzetta.
I giornalisti (e gli altri dipendenti) lavorano da mesi in assoluta gratuità: lo stipendio di novembre, l’ultimo ricevuto, è stato pagato a pezzetti. Dicembre, tredicesima, gennaio e febbraio non stati pagati. Ad alcuni dipendenti (non a quelli contrattualizzati con l’articolo 2 del contratto nazionale di lavoro giornalistico, per esempio) è stato corrisposto, senza giustificativi e senza emissione di buste paga, un “anticipo” di poco più di un migliaio di euro. Le rate dei mutui, le bollette, le tasse, le spese per l’istruzione dei figli (solo per fare qualche esempio) intanto decorrono e scadono, e generano altri debiti e situazioni insostenibili. Eppure le prestazioni di lavoro sono state assicurate, il giornale è regolarmente uscito (a parte due scioperi per richiamare, a quanto pare invano, l’attenzione su una situazione insostenibile e paradossale), garantendo alle comunità di Puglia e Basilicata il diritto ad essere informate e ad esprimere le proprie esigenze ed aspettative.
I due amministratori giudiziari si sono rivelati totalmente a digiuno di editoria e non hanno sentito la necessità di rivolgersi (come si fa per esempio nei Tribunali di tutto il mondo) a consulenti qualificati (il sindacato dei giornalisti ha segnalato un manager che ha gestito oculatamente le complesse vicende di Antenna Sud, ma potevano tranquillamente rivolgersi alla Fieg, la Federazione degli editori di giornali…). “Amministrano” un’azienda editoriale ed un giornale come se si trattasse di un supermercato o di un aranceto. Aziende totalmente diverse, e non solo per la tipologia del prodotto. Se il raccolto di agrumi di un’annata agraria viene fatto andare in malora per impossibilità di pagare i raccoglitori, poco male; l’aranceto rimane, la produzione dell’annata successiva non viene compromessa. Se un giornale cessa le pubblicazioni, anche per un limitato periodo di tempo, specie se è l’unico giornale a servire completamente una vasta area come quella appulo-lucana, ci sono popolazioni e comunità che rimangono senza voce e senza informazione e, quand’anche il giornale dovesse riaprire, una vasta porzione di lettori sarebbe perduta.

Mario Ciancio Sanfilippo

Ma c’è di peggio. Incapaci di amministrare un giornale in crisi di liquidità (doveva esserci una ricapitalizzazione, il sequestro-confisca dei beni di Ciancio ha impedito che si facesse), i due amministratori – che ovviamente (e giustamente, aggiungiamo) sono retribuiti per il loro incarico – non rispondono con documenti ufficiali ai giornalisti ed alle rappresentanze sindacali dei lavoratori, non hanno abbozzato neanche un generico e fumoso piano editoriale ed hanno fatto anche altro: pur in presenza di un provvedimento del Tribunale di Catania (loro fonte di nomina) che in data 19 gennaio sollevava dall’incarico il direttore generale dell’Edisud Franco Capparelli (nominato dalla gestione Ciancio), i due amministratori giudiziari l’hanno lasciato a gestire l’Edisud. E ancora, non hanno provveduto ad azzerare i consigli di amministrazione di Edisud (società di gestione) e Mediterranea (proprietaria della testata), società, quest’ultima, di cui Capparelli, uomo di fiducia dell’editore sottoposto a sequestro-confisca, risulta ancora presidente. Ed ha appena firmato la disdetta del contratto di locazione della sede della redazione di Barletta.
Torniamo a chiederci, allora: stanno assassinando la Gazzetta del Mezzogiorno per imperizia, noncuranza o per un preciso piano?
Capitolo istituzioni: il governo può far intervenire la Cassa depositi e prestiti, anche come soluzione ponte. I governatori delle due Regioni hanno tutti gli strumenti e l’autorevolezza per agevolare cordate di enti ed aziende, pubbliche e private, che rilevino la Gazzetta. E se non hanno la forza, o la capacità, o la voglia “politica” di farlo, hanno il dovere di battere i pugni sul tavolo col Tribunale di Catania (un potere dello Stato), che è al momento “editore” della Gazzetta, perché trovi lui una soluzione.
Che non può essere la morte, dopo 131 anni e passa, dell’unico giornale che dà voce alle istanze, alle esigenze, agli interessi ed alle aspirazioni delle popolazioni e delle comunità di Puglia e Basilicata. (giornalistitalia.it)

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