FIRENZE – Non vedo l’ora che finisca questo agosto feroce con il termometro e con la vita e che si sta portando via troppi amici. Oggi è stata la volta di Paolo Russo, collega per lunghissimo tempo e con il quale prima ancora siamo stati ragazzi insieme.
Di solito si conosce una persona e poi i suoi familiari. Per me è stato l’inverso e sono sempre rimasto molto legato, finché sono stati vivi, ai suoi genitori Leonardo e Giovanna, e poi ai suoi fratelli e sorelle Sandro, Nicoletta, Letizia e a lui.
Dei suoi tanti anni a Repubblica ricordo la sua scrittura da invidia, di quelle che non smetteresti mai di leggere. E un carattere complesso. Era un’amicizia difficile, di quelle che ogni tanto ti fanno dire basta anche se l’affetto restava. Una giovinezza vissuta da promessa della pallanuoto gli aveva regalato un fisico da paura, che a lungo è stata la sua corazza contro i tanti acciacchi successivi di fronte ai quali sembrava invincibile.
Poi la vita si è vendicata, dopo che lui aveva forse cercato di vendicarsi su di lei. Adesso avrà quella pace che a volte sembrava non volere.
Paolo Russo, storica firma di Repubblica Firenze, aveva 69 anni e per trent’anni ha scritto di rock, jazz, musica d’autore e arte. Aveva studiato all’Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino e prima di essere assunto a Repubblica, nel 1989, aveva lavorato all’Avanti! e alla Nazione. Era in pensione dal 2019. (giornalistitalia.it)
Stefano Fabbri
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