ROMA – Le informazioni dalla Striscia di Gaza arrivano grazie al lavoro e al coraggio dei giornalisti, che spesso costituiscono un obiettivo dei bombardamenti israeliani.
Ne sono rimasti uccisi in molti, troppi. Sono inviati, corrispondenti, freelance e lavorano per quotidiani, emittenti radiotelevisive, siti online. Spesso usano uno smartphone, che dà meno nell’occhio.
Senza le loro testimonianze oggi non avremmo contezza della tragedia che si consuma in quell’angolo del mondo, non vedremmo immagini “borderline” rispetto ai codici deontologici, per via della loro crudezza. Ma la guerra è crudele e n on può essere rappresentata in maniera edulcorata.
Un conflitto, quello tra Israele e i palestinesi, che trae origine e causa dalle politiche internazionali, europee in particolare, dei Paesi che nello scorso secolo gestirono prima il mandato britannico e poi la “spartizione” e che è esploso trasformandosi in scontro tra ebraismo e mondo arabo.
Esiste una guerra perenne, è esistita anche in periodi di cosiddetta tregua, e di morti civili e militari è davvero difficile stabilire il numero.
Il 13 agosto del 2014 vi perse la vita anche Simone Camilli, giornalista e fotoreporter che lavorava per Associated Press. Era a Gaza per seguire il conflitto tra Israele e Hamas, venne centrato da una bomba a Beit Lahia, nell’area nord della Striscia. Aveva 35 anni.
Quel 13 agosto era un giorno di tregua tra Hamas e l’esercito israeliano, e Camilli aveva intenzione di documentare la pericolosità delle bombe rimaste inesplose. Attraverso l’uso delle immagini voleva portare all’attenzione della gente il dramma umano di quella e di tutte le altre guerre (ne aveva documentate molte).
Con lui c’erano Ali Shehda Abu Afash e Hatem Moussa, entrambi colleghi dell’Associated Press, e un interprete. L’improvvisa deflagrazione di un ordigno avvenne nei pressi di ciò che rimaneva di un campo di calcio e le circostanze non furono mai chiarite dalla polizia. Morirono anche quattro militari palestinesi.
Camilli aveva una formazione cattolica (aveva iniziato a lavorare per l’agenzia di stampa “Asia News”, facente capo ai missionari del Pime, Pontificio Istituto Missioni Estere, ed era laureato in scienze storico-religiose all’Università La Sapienza di Roma, ma era affascinato da altri credi e la sua tesi di laurea trattava un argomento islamista. Aveva anche redatto un pregevole “Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo”, pubblicazione biennale, dato alle stampe nel 2005.
Suo padre Pierluigi è stato conduttore del Tg1 e vicedirettore della Tgr Rai e docente nelle scuole di giornalismo di Roma, Perugia e Napoli, dove è stato anche direttore delle testate dell’Università “Suor Orsola Benincasa”.
A 11 anni dalla scomparsa del figlio, Pierluigi Camilli ricorda che «non era un eroe, né un maestro del giornalismo, ma un ragazzo che amava il suo mestiere. Simone, nella sua breve carriera, ha fatto più esperienza di me che ho lavorato a lungo. Questo perché non si accontentava delle versioni ufficiali, non voleva restare chiuso tra le mura di una redazione: voleva esserci. Vedere, toccare, capire. Per questo era lì». (giornalistitalia.it)
Letterio Licordari










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