Note nel giorno dell’assemblea: così la scuola rinuncia a educare e reprime

Se sale in cattedra l’antipedagogia

ROMA – C’è qualcosa di profondamente contraddittorio, e per certi versi paradossale, nel sanzionare con una nota disciplinare gli studenti durante il giorno dell’assemblea di istituto. Un momento che, per definizione, dovrebbe essere dedicato alla partecipazione democratica, alla responsabilizzazione e alla crescita civile, viene trasformato in un terreno di controllo e punizione. È qui che si consuma una delle più evidenti crepe del sistema educativo: l’antipedagogia.
Dal punto di vista normativo, l’assemblea di istituto non è un favore concesso, ma un diritto sancito. Il Testo Unico della Scuola (D.Lgs. 297/1994, art. 13) riconosce agli studenti la possibilità di riunirsi per discutere problemi della scuola e della società. Lo Statuto delle studentesse e degli studenti (D.P.R. 249/1998) rafforza questa visione, affermando che la scuola è una comunità educante fondata sul dialogo e sulla partecipazione. Già la C.M. 312/1979 chiariva la natura autonoma e partecipativa delle assemblee.
Proprio per questo, appare ancora più evidente l’inadeguatezza, quando non l’illegittimità, di alcune prassi diffuse. In generale, non è legittimo scrivere una nota disciplinare agli studenti durante il giorno dell’assemblea d’istituto (o di classe) solo perché il docente non riesce a fare l’appello. L’assemblea, infatti, interrompe l’attività didattica ordinaria e si configura come uno spazio autogestito dagli studenti: non sussiste in quella sede un obbligo di presenza attiva né una funzione di vigilanza assimilabile a quella delle ore di lezione tradizionali.
La normativa di riferimento – art. 13 del D.Lgs. 297/1994 e C.M. 312/1979 – non prevede obblighi di vigilanza strutturata o di gestione dell’attività da parte dei docenti durante lo svolgimento dell’assemblea.
Ma che cos’è, in fondo, una nota disciplinare? Dal punto di vista psicologico, è una punizione. E la ricerca educativa è chiara: la punizione, da sola, non insegna. Può interrompere un comportamento nell’immediato, ma non costruisce competenze, non sviluppa consapevolezza, non favorisce l’autoregolazione.
Secondo la psicologia dell’apprendimento, un comportamento cambia in modo stabile quando è compreso, non quando è represso. La punizione agisce sulla paura, non sulla responsabilità. E la paura, in un contesto educativo, produce adattamento superficiale, non crescita autentica.
C’è poi un altro aspetto ancora più problematico: la dimensione collettiva. Spesso la nota finisce per colpire non solo chi “disturba”, ma l’intero gruppo. Si crea così un meccanismo distorto: chi si comporta correttamente viene comunque coinvolto nel clima sanzionatorio, diventando implicitamente corresponsabile degli errori altrui. È una logica che contraddice uno dei principi fondamentali della pedagogia: la responsabilità è individuale, non collettiva.
Questo tipo di approccio produce effetti opposti a quelli desiderati da una assemblea. Invece di rafforzare il senso civico, lo indebolisce. Invece di educare alla partecipazione, genera disaffezione. Gli studenti percepiscono l’assemblea non più come uno spazio di libertà responsabile, ma come un’occasione “sorvegliata” da “giudici”.
L’antipedagogia si manifesta proprio qui: quando l’istituzione educativa rinuncia a educare e sceglie di controllare. Quando la relazione viene sostituita dalla sanzione. Quando si preferisce l’ordine apparente alla crescita reale.
Se l’assemblea di istituto è davvero un laboratorio di democrazia, allora deve essere trattata come tale. E in un laboratorio non si punisce l’errore: lo si analizza, lo si discute, lo si trasforma in apprendimento.
Evitare le note durante l’assemblea, non significa rinunciare alle regole. Significa, al contrario, prenderle sul serio. Significa educare, non reprimere. Significa restituire alla scuola il suo compito più alto: formare cittadini consapevoli, non studenti apparentemente obbedienti. (giornalistitalia.it)

Serena Maffia

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