ROMA – Il Global Gender Gap Report 2025 pubblicato dal World Economic Forum analizza, a livello globale, la parità di genere in 148 economie, coprendo circa il 75% della popolazione mondiale fornendo annualmente una visione aggiornata sulle disparità di genere.
Dagli ultimi dati, la parità globale è stata chiusa al 68,8%, con un miglioramento di 0,3 punti percentuali rispetto al 2024 e, al ritmo attuale, ci vorranno 123 anni per raggiungere la piena parità di genere a livello globale (in calo rispetto ai 132 anni stimati nel 2024).
A guidare il ranking è l’Islanda: prima per il 16° anno consecutivo (92,6% del suo divario colmato), seguita da Finlandia e Norvegia.
Il Regno Unito balza dal 14° al 4° posto grazie a una crescita della rappresentanza femminile in parlamento e governo (+17 p.p. in un anno). La Repubblica di Moldova entra in Top 10, oggi settima. Tra i Paesi extra-europei restano solo Nuova Zelanda e Namibia.
Un confronto sulle traiettorie regionali evidenzia regioni che “corrono” e altre che “arrancano”: America Latina e Caraibi potrebbero raggiungere la parità in 57 anni, il miglior risultato regionale. L’Europa impiegherà 76 anni, il Nord America 89 anni, il Medio Oriente e il Nord Africa 185 anni mentre l’Asia Centrale 208 anni.
Annualmente si monitora lo stato di quattro divari di genere e, ad oggi, nessuno dei quattro misurati è completamente colmato:
• Economico: solo il 29,5% dei manager con istruzione terziaria è donna.
• Istruzione: sovra-rappresentanza femminile nell’istruzione terziaria, ma minori sbocchi occupazionali.
• Salute e sopravvivenza: quasi colmato.
• Politico: forte sottorappresentanza nei ministeri economici, della difesa e delle infrastrutture.
Il Global Gender Gap Report 2025 evidenzia come il divario di genere incida su mercato del lavoro, leadership politica e strumenti di supporto. Nonostante i progressi registrati negli ultimi decenni, i dati mostrano che la piena valorizzazione del talento femminile resta lontana: un limite che frena la crescita economica globale e mina la resilienza sociale. Come procedere? Impegnarsi su cinque priorità per il futuro.
Aumentare partecipazione e leadership economica femminile. La partecipazione delle donne alla forza lavoro è salita al 41,2% nel 2024, con aumenti significativi in settori come infrastrutture (+8,9 punti) e pubblica amministrazione (+6,5). Tuttavia, permane una forte segregazione settoriale: le donne sono concentrate in sanità (58,5%) ed educazione (52,9%), comparti essenziali ma meno remunerativi e con minori prospettive di crescita economica.
Nelle posizioni di vertice, i progressi sono lenti: tra il 2015 e il 2024 la quota di donne nel top management è cresciuta solo dal 25,7% al 28,1%. Ancora più preoccupante è il rallentamento nel post-pandemia: dopo aver raggiunto il 34,8% nel 2022, la quota di nuove assunzioni femminili in ruoli dirigenziali è scesa al 33,7% nel 2024.
La tecnologia, e in particolare l’intelligenza artificiale, rappresenta una sfida ma anche un’opportunità. Le donne sono più esposte ai rischi di sostituzione da parte delle nuove tecnologie, ma i dati LinkedIn mostrano che tra il 2018 e il 2025 il numero di professioniste nell’AI è cresciuto rapidamente, con un restringimento del gap di genere in 74 Paesi su 75.
Trasformare l’istruzione in opportunità lavorative. Le donne superano gli uomini nei tassi di laurea, ma questo non si traduce in pari accesso a ruoli di responsabilità. Solo il 29,5% delle laureate arriva ai vertici aziendali, contro una quota del 40,3% nel totale della forza lavoro femminile. Questo “collo di bottiglia” evidenzia l’inefficienza dei sistemi economici nel valorizzare il capitale umano femminile.
Un dato incoraggiante riguarda le nuove generazioni: le giovani donne (16-28 anni) rappresentano ormai il 45,7% della forza lavoro, segnale di un potenziale “dividendo demografico” che i Paesi potrebbero sfruttare nei prossimi decenni se riusciranno a sostenere percorsi di carriera inclusivi. Discorso diverso per l’Italia. A causa della persistente bassa natalità e dell’invecchiamento della popolazione, si è già superata la fase del dividendo demografico. Il rapporto tra popolazione in età da lavoro e quella non attiva è destinato a invertirsi, portando a un calo della forza lavoro e, di conseguenza, a un potenziale calo del PIL.
Rafforzare welfare e politiche di cura. Sempre più carriere assumono un percorso non lineare, caratterizzato da passaggi tra settori e interruzioni. Le donne hanno il 55,2% di probabilità in più degli uomini di prendersi una pausa lavorativa, in media di 19,6 mesi contro 13,9. La causa principale resta la cura dei figli. Queste interruzioni riducono salari, pensioni e sicurezza economica a lungo termine.
Il lavoro di cura, pur essendo un settore resiliente all’automazione e fondamentale per le economie, rimane sottovalutato e scarsamente sostenuto da politiche pubbliche. Valorizzarlo significherebbe non solo ridurre i divari di genere, ma anche rafforzare la produttività complessiva.
Bilanciare la leadership politica. Anche in politica la strada è lunga. Nel 2025, solo 61 parlamenti su 187 sono guidati da una donna. Inoltre, le ministre sono ancora concentrate su portafogli come salute, istruzione e politiche sociali, mentre restano poco rappresentate in settori strategici come economia, difesa e infrastrutture.
Un dato positivo riguarda i parlamenti con un mandato esplicito per l’uguaglianza di genere: sono 161 in 114 Paesi, e in molti casi guidati da donne. Tuttavia, persiste anche un divario generazionale: meno del 20% di questi organismi è diretto da under 45, e ancora meno nei Paesi a basso reddito, dove l’impatto potrebbe essere maggiore.
Ridurre il divario tra leggi e implementazione. A livello globale, la gran parte dei Paesi dispone di leggi a favore della parità, ma pochi riescono ad applicarle in modo efficace. È il cosiddetto “implementation gap”, ossia la distanza tra le norme e la loro concreta realizzazione. Solo 5 economie (Belize, Bangladesh, Canada, Giordania e Regno Unito) hanno sistemi di supporto più avanzati delle proprie leggi, segnalando quanto sia raro un equilibrio tra quadro normativo e strumenti di applicazione.
Commercio globale e parità. Il rapporto sottolinea come il commercio internazionale abbia favorito l’empowerment economico delle donne, soprattutto nei Paesi a medio e basso reddito, permettendo il passaggio dall’economia informale a lavori meglio retribuiti negli esportatori. Ma avverte anche dei rischi: una contrazione dell’1% nei flussi commerciali globali potrebbe mettere a rischio 11 milioni di posti di lavoro, quasi 4,5 milioni dei quali femminili.
Già a maggio 2025 il WEF ha realizzato un sondaggio (World Economic Forum, Chief Economists Outlook — May 2025) dal quale è emerso che l’82% dei capi economisti valuta l’incertezza globale come molto elevata; la parità di genere è indicata come leva stabilizzante. Il Global Gender Gap Report 2025 lancia un messaggio chiaro: senza un rafforzamento del ruolo delle donne in economia, politica e società, la crescita globale resterà fragile. Colmare i divari di genere non è solo una questione di giustizia, ma di resilienza economica e competitività.
E in Italia? La parità di genere è ancora lontana e la dimensione che maggiormente la rallenta è quella politica.
L’Italia si colloca all’85° posto su 148 Paesi con un punteggio complessivo di 70,4%, ben al di sotto della media europea del 75,1%.
Il quadro italiano evidenzia forti contrasti nei 4 divari di genere esaminati:
• Economia: il punteggio sull’Economic Participation and Opportunity rimane critico. Persistono ampi divari nella partecipazione al mercato del lavoro e nelle posizioni manageriali, con le donne sottorappresentate nei ruoli decisionali. Il gender pay gap, pur in lieve miglioramento, continua a penalizzare le lavoratrici.
• Istruzione: il nostro Paese mostra buoni livelli di parità in accesso e completamento dei cicli educativi, in linea con le economie avanzate. Tuttavia, questo capitale umano femminile non si traduce in pieno utilizzo nel mercato del lavoro, segnalando un grave spreco di talenti.
• Salute e sopravvivenza: indicatori vicini alla parità, senza differenze sostanziali rispetto ad altri Paesi europei.
• Politica: il nodo più critico. L’Italia registra bassi livelli di rappresentanza femminile sia in Parlamento che nei ruoli ministeriali. La quota di donne ai vertici delle istituzioni resta tra le più basse in Europa, con un punteggio sull’empowerment politico che trascina verso il basso l’indice generale.
Il divario italiano, pur essendo leggermente migliorato rispetto al periodo pre-pandemico, procede a ritmo troppo lento! Il rischio è che a tale velocità di progresso, la piena parità resterebbe fuori portata per diverse generazioni.
L’Italia soffre soprattutto di un problema di traduzione delle competenze in opportunità economiche e di leadership.
Le donne italiane hanno livelli di istruzione mediamente più elevati degli uomini, ma incontrano ostacoli nell’accesso ai ruoli apicali. Il cosiddetto “tetto di cristallo” sembra rimanere infrangibile.
Inoltre, la debole rappresentanza politica non solo limita la partecipazione democratica, ma incide sulle scelte di policy e sugli investimenti pubblici, riducendo l’attenzione a misure di inclusione, conciliazione vita-lavoro e valorizzazione del capitale femminile.
In un confronto europeo (World Economic Forum, Global Gender Gap Report 2025, Economy Profiles e ranking regionale) rispetto ai principali partner europei, l’Italia è in forte ritardo: la Spagna occupa il 12° posto con il 79,7%, la Germania il 9° con l’80,3%, mentre i Paesi nordici guidano la classifica con oltre il 85% di parità chiusa.
Il Global Gender Gap Report 2025 indica che la rotta è tracciata ma lunga: senza una strategia mirata per aumentare l’inclusione economica e rafforzare la presenza politica femminile, il potenziale delle donne continuerà a restare inespresso, con costi pesanti in termini di crescita e competitività. (giornalistitalia.it)
Anna De Ioris









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