Flash mob contro l’uso non consensuale di volti femminili in contenuti porno con l’IA

Non con la mia faccia: Giornaliste Italiane in piazza

Il flash mob promosso dalle Giornaliste Italiane in Piazza Capranica a Roma

ROMA – Piazza Capranica, nel cuore pulsante di Roma, in questa giornata si è trasformata in un teatro di consapevolezza civile. Non un semplice presidio, ma una dichiarazione collettiva contro una forma di violenza che non lascia lividi, ma lacera l’identità: la pornografia deepfake. Là dove il potere tecnologico incontra la cultura dell’abuso, nascono immagini e video costruiti con intelligenza artificiale, capaci di replicare i volti delle donne e inserirli, senza alcun consenso, in contenuti pornografici tanto sofisticati quanto falsi. Il flash mob “Non con la mia faccia. #IoDenuncio”, promosso dall’associazione Giornaliste Italiane, ha dato voce e volto a una resistenza che non può più essere rimandata.
Volti di donne, noti o no, vengono sottratti da fotografie pubbliche, da profili social, da apparizioni televisive e manipolati digitalmente fino a diventare corpi mai esistiti in scene che simulano violenza, sessualità, sottomissione. Queste immagini, indistinguibili dalla realtà, vengono diffuse in silenzio, tra piattaforme hard e circuiti criptati. Lo spettatore spesso ignora che si tratta di un falso; la vittima, invece, si ritrova improvvisamente privata della propria immagine, del proprio corpo, della propria credibilità. Un abuso senza contatto, ma non senza conseguenze.

Il flash mob delle Giornaliste Italiane in Piazza Capranica

In piazza, a denunciare tutto questo, c’erano le vittime in carne e ossa. La giornalista del Tg2 Manuela Moreno ha raccontato lo shock di essersi vista in video pornografici mai girati: «Ti senti violata due volte: come professionista e come persona. È una violenza che toglie la pelle». Accanto a lei, Paola Ferrari, anch’essa colpita da deepfake, ha scelto di esporsi per solidarietà con chi non ha una voce, né gli strumenti per difendersi.

Manuela Moreno e Paola Ferrari hanno denunciato di essere state vittima del deepfake

Non c’è nulla di virtuale in questa forma di violenza. E non c’è nulla di nuovo, se non il mezzo con cui si manifesta. Perché lo schema è antico: colpire, umiliare, zittire. Ma In questa giornata il silenzio è stato rotto. A fianco delle giornaliste, erano presenti esponenti politici di ogni area. Tra loro, il ministro per la Famiglia Eugenia Roccella, Maria Elena Boschi, Laura Ravetto, Mariastella Gelmini, Martina Semenzato, Carlo Calenda, Lucio Malan, Maurizio Lupi. Non un endorsement di facciata, ma la testimonianza che questa battaglia, finalmente, varca i confini della militanza femminile e diventa questione democratica.

Paola Ferrari, Maria Elena Boschi, Manuela Moreno, Mara Carfagna e Mariastella Gelmini

«Questa battaglia non ha colore politico», ha dichiarato Orlando Angelo Tripodi, presidente della Commissione Pari Opportunità del Consiglio regionale del Lazio. «Colpisce la libertà e la dignità di tutti». E ancora più esplicito è stato il contributo delle deputate di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli, Elisabetta Gardini ed Elisabetta Lancellotta: «La rete non può essere un territorio senza legge. Chi colpisce online deve essere riconosciuto, perseguito, fermato».

Giornalisti e politici al flash mob in piazza Capranica

Una legge, in effetti, esiste. Introdotta recentemente, punisce con pene fino a cinque anni chiunque diffonda immagini o voci alterate con IA, senza consenso e idonee a trarre in inganno. Ma le norme, da sole, non bastano. Servono procedure rapide, collaborazione delle piattaforme digitali, formazione degli operatori, riconoscimento pieno del danno. E soprattutto, serve un cambio di sguardo.

Carlo Calenda, Laura Ravetto ed Eugenia Roccella con le giornaliste in piazza

Il deepfake non è un gioco: è una violenza. In questa giornata la stragrande maggioranza di quelli online è pornografia non consensuale e colpisce soprattutto le donne: già nel 2019 rappresentava il 96% del totale, con vittime quasi esclusivamente femminili. Piattaforme e siti dedicati macinano visualizzazioni e normalizzano l’abuso: un’inchiesta ha contato quasi 4.000 celebrità coinvolte e 100 milioni di views in tre mesi. Se lo fanno ai volti famosi, possono farlo a chiunque. Questo non è un fenomeno marginale, ma un fronte di guerra invisibile. Un conflitto contro il corpo femminile, condotto nel silenzio algoritmico della rete.

Eugenia Roccella, (ministro per le pari opportunità e la famiglia) con Federica Corsini

Ciò che si combatte non è soltanto un abuso tecnologico, ma una visione radicata e persistente: quella che considera il corpo della donna accessibile, rappresentabile, riproducibile, indipendentemente dalla sua volontà. Una logica che sottrae l’immagine alla persona per farne oggetto di consumo. Il deepfake pornografico non è una devianza della tecnologia, ma la sua complicità con un’antica forma di violenza simbolica. Si ruba un volto, ma si ferisce l’intera identità. Si crea finzione, ma si genera un danno concreto. Nulla, in questa operazione, è virtuale. Non si tratta di progresso, ma di dominio che si traveste da innovazione. E non può essere tollerato. A Roma non si è semplicemente manifestato: si è preso atto, con fermezza e lucidità, che che l’abuso dell’immagine femminile attraverso contenuti pornografici generati con IA è una violenza che pretende risposta. È stata una delle prime mobilitazioni pubbliche sul tema in Italia, ma non sarà l’ultima. Nessuno può più voltarsi altrove! (giornalistitalia.it)

Fabrizia Arcuri

 

 

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