Oggi stop. Caldarola si è già congedato: “Preferisco andare via prima dei padroni di casa”

News 3.0 getta la spugna e Lettera 43 chiude

MILANO – Dopo 10 anni l’editrice News 3.0 spa getta la spugna e il quotidiano on line Lettera 43 chiude. Nonostante il 79° posto occupato nella classifica Audiweb con 82mila 630 utenti unici al giorno e 150mila pagine viste con un tempo medio per utente di 1 minuto e 48 secondi nel mese di marzo.

Matteo Arpe

Per tenere il piedi l’azienda sarebbe stato necessario un ulteriore intervento del fondo Sator di Matteo Arpe, per ripianare le perdite e ricostituire il capitale dopo un bilancio 2018 chiuso con 1 milioni 198,250 euro di ricavi, un ebitda di -602.867 mila euro e una perdita netta di 893,949 mila euro dopo quelle di 3 milioni 89,629 del 2017 e 1milione 607,822 del 2016. Ma, ha spiegato Arpe, l’emergenza Coronavirus ha messo definitivamente in ginocchio l’azienda, considerata la disastrosa situazione di mercato.
Incerto il futuro dei 13 redattori. La forzatura di tentare la strada della Cigd con causale Covid-19, senza accordo sindacale, ovvero senza un responsabile piano concordato con la redazione e il sindacato, è ovviamente naufragata e, di conseguenza, i giornalisti andranno in cassa integrazione a zero ore per cessazione attività.
A dare l’annuncio è stato Madron: «Venerdì Lettera 43 sospende le pubblicazioni. Io ho lasciato la direzione. Ringrazio l’editore che mi ha dato 10 anni di assoluta libertà. E la redazione che ci ha messo grande impegno. Le storie iniziano, finiscono, talvolta si riprendono. Si vedrà».
Lettera 43 chiude dopo altre due testate del gruppo: Lettera Donna e Pagina 99. Impietoso l’addio di Peppino Caldarola, firma di punta del giornale, due volte direttore dell’Unità, vice direttore di Rinascita, fondatore di Italiaradio, editorialista del Riformista e parlamentare per otto anni nei Ds-Ulivo.
«Questo giornale – ha scritto ieri Caldarola – è stato un felice azzardo. Ringrazio e saluto, con il rimpianto per un giornale che aveva spazio e futuro. Anche per vedere la fine del leader della Lega.

Paolo Madron

Non so se oggi è l’ultimo o il penultimo giorno di Lettera43, ma preferisco andar via prima dei padroni di casa. È buona creanza. In questa casa sono stato bene, ho trovato un direttore, Paolo Madron, molto bravo, di larghe vedute, un vero liberale e una redazione che ho sentito come una grande famiglia. Ringrazio anche la segreteria di redazione, in molti casi veramente amichevole».
«Potrei chiudere qui – aggiunge Caldarola – con questi ringraziamenti rivolti, di cuore, verso persone a cui non ho mai stretto la mano e tanto meno dato o ricevuto un abbraccio. Non c’entra la Covid-19, c’entra la particolarità di questo strumento di comunicazione che descrivono freddo, ma non lo è».
«Io nel giornalismo – ricorda Caldarola – ho provato tutte le esperienze, i quotidiani, il settimanale, la radio, qualche comparsata in tv ma il giornalismo online mi si è presentato davanti all’improvviso per merito di Jacopo Tondelli, direttore de Linkiesta. Quando Jacopo, con Massimiliano Gallo, lasciò la sua creatura, andai via anche io per solidarietà e poco dopo ricevetti una bella telefonata di Paolo Madron che mi invitava a scrivere su Lettera 43. Pensai che sarebbe stato un azzardo cambiare, ma è stato un felice azzardo perché Lettera 43 si è rivelato un giornale vero, con notizie tempestive, commenti puntuali, interazione con i lettori divertenti, urticanti, sempre utili».

Peppino Caldarola

«Mi sarebbe piaciuto – confessa Caldarola – che questa esperienza fosse durata di più. Avrei voluto scrivere una pagina di addio a Matteo Salvini quando sarà fatto fuori dalla Lega che cercherà di riconquistare uno status di partito serio, di governo, internazionalmente stimato. Mi sarebbe anche piaciuto celebrare anche il ritorno a casa di Luigi Di Maio la cui fragilità e mutevolezza di opinioni mi sembrano leggendarie. Pazienza. Ho la soddisfazione di aver colto tempestivamente la crisi del governo giallo verde e il lento declino del facinoroso che guida la Lega».
A giudizio dell’ex direttore de l’Unità «Lettera 43 nel panorama dell’informazione ha svolto un ruolo prezioso schierandosi, senza fanatismi, per un’Italia seria, aperta alle riforme, occidentale. L’equilibrio fra giornalismo di carta e giornalismo online, malgrado la crisi in cui questa testata è precipitata, dice che sul medio periodo sarà la carta a lasciare il passo, non a cedere, ma a lasciare il passo ai giornali in Rete. C’è nell’online e in altri forme di comunicazione tecnologicamente avanzate una rapidità, una interrelazione con i fatti, una immediata percezione del rapporto con chi legge che la carta non ha mai realizzato né potrà mai realizzare. Non solo per ragione del tutto evidenti. La carta arriva dopo, ma anche perché i giornali di carta, ancora preziosissimi, sono in Italia micro-partiti politici. Ogni collega, è un “vizietto” anche mio, crede di essere il miglior leader del proprio schieramento. Cosa che a sinistra è riuscita solo a Ezio Mauro e a Paolo Mieli, mentre il mitico Scalfari, pur essendo un numero uno, non ce l’ha mai fatta».

Vittorio Feltri

«A destra – rileva Caldarola – abbiamo molti replicanti di Vittorio Feltri, inarrivabile. È l’unico collega che cerca di apparire più respingente di quanto sia nella realtà, forse. Però sia la Repubblica di Ezio Mauro, sia il giornalismo tutto intero quando era egemonizzato da Paolo Mieli, sia il giornalismo feltrizzato appartengono a un’era che si sta esaurendo. Nel centro sinistra si vedono le tracce di questa crisi con la vicenda dell’estromissione di Verdelli a favore di un giornalista-senatore come Molinari. A destra non è visibile ancora perchè la pancia della destra e i suoi pensieri ribollono. Ma la destra, se non sceglie la strada della eversione (che non sceglierà), a un certo punto taglia le sue ali, e l’effetto di un mondo pieno di Trump, di Johnson, di Bolsonaro e Orban si rivelerà fragile perché tutti loro danno risposte a problemi che la loro cultura ha creato e perché nessuno di loro, o tutti loro in gruppo, non valgono la furbizia della classe dirigente cinese. E questo, da occidentale, non mi fa piacere».
«Lo spazio per Lettera 43, – conclude Caldarola – come si può capire da queste parole, secondo me c’era. Non l’ha pensata così l’editore. Spero solo che questa conclusione non disperda le qualità umane e intellettuali di una redazione di serie A. Questa sarebbe colpa grave». (giornalistitalia.it)

 

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