
Michele Albanese (consigliere nazionale Figec con delega alla Legalità) e Lorenzo Del Boca (presidente della Figec)
ROMA – Michele Albanese era convinto che, per assicurare i valori della giustizia, si doveva portarne il peso. Il suo giornalismo si collocava sulla frontiera delle notizie dove la conoscenza del territorio andava coniugata con indagini di giorni, fascicoli da rileggere e interviste da strappare. Con il risultato di porsi al servizio della comunità ma – contemporaneamente – mettersi di traverso di chi, la comunità, si proponeva soltanto di sfruttarla senza badare troppo al sottile.
Questo impegno lo aveva portato sul libro nero della gente di malaffare tanto che, per dodici anni, era stato tutelato da una scorta di poliziotti che non dovevano perderlo di vista nemmeno un istante. La vita era già difficile di suo e ha finito per diventarlo anche di più perché la protezione comporta orari rigidi, nessuno svago e frequentazioni appartate. Come vivere in una specie di carcere a cielo aperto.
Di questo suo impegno, Michele Albanese andava orgoglioso ma, in questa sua soddisfazione, non c’era niente di esibito. Ne parlava in terza persona come se si trattasse di una questione esterna. Certo, la solitudine che può diventare opprimente, le amicizie confinate fra un capo e l’altro del telefono, pranzi in disparte in luoghi il più isolati possibile. Ma la sua maggior attenzione riguardava il lavoro del cronista. Diceva che il giornalismo consiste nell’offrire al pubblico dei lettori (ascoltatori… telespettatori…) notizie che a qualcuno danno fastidio. Altrimenti l’informazione corre il rischio di diventare inefficace: e, qualche volta, addirittura, inutile.

Michele Albanese nel 2015 al Quirinale con Sergio Mattarella in occasione del conferimento dell’onorificenza di Cavaliere al Merito della Repubblica “Per aver affermato il valore della legalità e della libera informazione in un contesto con forte presenza criminale”
Michele Albanese credeva che il giornalismo avesse bisogno di istituti rappresentativi, animati da responsabili in grado di conoscere le dinamiche della categoria in modo da rappresentarle con puntualità.
Per questo – fra i fondatori della Figec – si era assunto il compito di dare vita a un sindacato che potesse comprendere le dinamiche di una professione in evoluzione addirittura tumultuosa. 
Riteneva che fosse indispensabile che il mondo dell’informazione fosse accompagnato da un passato superato dal tempo e dalla tecnologia verso un futuro al quale mancava la definizione dei confini ma che andava costruito senza timidezze. E, per non perdere la dignità di un lavoro che resta la spina dorsale della società, occorrevano contratti adeguati.
Figec sentirà la mancanza dei suoi interventi. Mai un riferimento a sproposito, mai ragionamenti sull’onda dell’emozione e nemmeno strepiti oratori per richiamare l’attenzione dell’assemblea. Non aveva necessità né dell’una né dell’altra cosa. Poteva sembrare addirittura monotono con il timbro di voce sempre abbastanza uguale e qualche pausa per individuare proprio quella parola che voleva significare proprio quella cosa lì.
Sapeva andare al contenuto autentico delle questioni perché le conosceva. Dal di dentro. Al prezzo di pagarle di persona. Mancherà. (giornalistitalia.it)
Lorenzo Del Boca
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