
Mauro De Mauro e (sullo sfondo) i resti del bimotore I-SNAI di Enrico Mattei proveniente da Fontanarossa schiantatosi a Bascapè (Pavia) il 27 ottobre 1962 dopo l’esplosione in volo
PALERMO – Sono le ore 21 del 16 settembre 1970. A Palermo la serata è calda come spesso capita a quelle latitudini. Una Bmw blu parcheggia di fronte al numero civico 58 di via delle Magnolie. In quella strada abita Mauro De Mauro, uno dei giornalisti più celebri di Sicilia, anche se lavora a “L’Ora”, quotidiano da 20.000 copie al giorno, molto meno diffuso di altre testate siciliane, ma da tempo spina nel fianco soprattutto della mafia e dei suoi segreti.
De Mauro scrive su un giornale di orientamento comunista, con tutto quello che significa essere in quell’area politica nel 1970. Il cronista che scende dalla Bmw 1600 blu notte ha una biografia che non ti aspetti.
Da giovane è stato fascista, non un fascista qualsiasi. Aderente ai reparti delle SS italiane, dopo la fuga da Roma prima dell’arrivo degli alleati, ha servito la Repubblica sociale nella X Mas di Junio Valerio Borghese. Si era forgiato negli anni giovanili come spia, giornalista e infiltrato. Dopo la guerra si era trasferito a Palermo con la moglie e con una sentenza a suo favore aveva chiuso i conti e i sospetti di aver partecipato all’eccidio delle Fosse Ardeatine che gravavano su di lui. Sembrano lontani quei fatti, quella sera del settembre 1970, quando Mauro De Mauro scende dalla sua auto, che sarà ritrovata 25 ore dopo in via Pietro D’Asaro, nel centro di Palermo.
Tra due giorni la figlia Franca si sposa. E quando Mauro scende dalla sua automobile in via delle Magnolie, davanti alla sua abitazione al numero 58, sono già arrivati i promessi sposi: la figlia Franca con il futuro marito Salvo Mirto. I fidanzati chiamano l’ascensore e aspettano l’arrivo del capofamiglia. Passano i minuti e Franca esce fuori per capire cosa accade. Vede il papà che si è posizionato di nuovo al volante della sua Bmw all’interno della quale, però, questa volta ci sono altri due o tre uomini. L’automobile sgomma e si sente uno dei passeggeri dell’auto gridare una parola in dialetto: “amuninne” (andiamocene) o forse un tronco “amunì”. Di certo vanno via e De Mauro non oppone resistenza, forse per proteggere la figliola. È probabile che conosca i suoi rapitori. Solo probabile.
Quello di Mauro De Mauro, alle 21 sotto casa, è l’ultimo fotogramma che abbiamo di un cronista che a 49 anni scompare per sempre nel nulla. La scomparsa, in Italia, di un giornalista in Italia rapito per motivi legati alla sua attività professionale non aveva precedenti. Rimane controverso e contraddittorio questo caso di cui non esiste verità ufficiale. Solo tentativi di interpretazione delle molteplici piste, possibili e plausibili sospetti su mandanti ed esecutori materiali e una serie di moventi del crimine, nessuno dei quali pienamente accertato. Un perfetto caso da Italia dei misteri.
Leonardo Sciascia, profondo conoscitore dei misteri siciliani, conosceva bene Mauro De Mauro. Leonardo è anche molto amico del fratello del giornalista, il celebre linguista Tullio da lui frequentato attraverso la casa editrice Laterza. Sciascia è un prestigioso collaboratore dell’Ora, lo stesso giornale di De Mauro.
Per anni lo scrittore de “La scomparsa di Majorana” non prende alcuna posizione pubblica su Mauro De Mauro rompendo il silenzio solo nel 1979 – quando era diventato da poco deputato radicale – e decide di concedere un’intervista al giornalista Franco Biancacci nell’inchiesta del Tg2 Rai “Morte di un cronista”.
Sono trascorsi nove anni dalla scomparsa di Mauro De Mauro e le indagini non hanno concluso nulla di utile. Forse per questo lo scrittore di Racalmuto consegna a futura memoria l’aforisma che ancora oggi inquadra al meglio la dinamica di questa storia: «De Mauro ha detto la cosa giusta all’uomo sbagliato o la cosa sbagliata all’uomo giusto».
Nel corso degli anni sono state diverse le piste e i moventi legati al rapimento di De Mauro e alle sue esplosive inchieste esclusive. Quelle legate alla mafia impattano con il fatto che, nel 1970, De Mauro non scrive di mafia da tempo perché trasferito ad occuparsi di altro dal suo direttore. Altra pista, poco battuta e per niente investigata, è quella del golpe Borghese, dal nome dell’ex comandante della X Mas. Il colpo di Stato tentato e bloccato tre mesi dopo il rapimento del giornalista.
La tesi probabile, ma non provata, è che De Mauro avesse raccolto notizie tra i suoi ex camerati e con i suoi articoli potesse bloccare il progetto golpista che prevedeva anche il coinvolgimento di Cosa Nostra come ormai storicamente accertato.
C’è un’altra pista per De Mauro, la madre di tutti i misteri, delle cose giuste e delle molte persone sbagliate. Un solo documento giudiziario, le 2200 pagine che motivano l’assoluzione di primo grado del 20 giugno 2011 di Totò Riina nel delitto De Mauro si sono assunte la responsabilità di scrivere che De Mauro fu rapito e poi ucciso per aver scoperto che l’aereo dove morì Enrico Mattei, presidente dell’Eni, era esploso nei cieli del Milanese. Solo questa prosa giudiziaria indica anche un mandante, però morto al tempo della sentenza. Converge su questo movente anche la terza inchiesta sulla morte di Mattei istruita a Pavia dal Pm Calia che ritiene provato che l’aereo del presidente, il 27 ottobre del 1962, si disintegrò in volo nel cielo di Bascapè.
De Mauro incrocia il caso Mattei per il cinema vedendosi affidata un’inchiesta per la sceneggiatura del film scritta da Francesco Rosi sul viaggio del manager in Sicilia. Meno di due mesi dopo De Mauro sparisce nel nulla. Quando Rosi finisce il suo film-inchiesta illustrerà anche le principali tesi sulla sparizione di De Mauro mostrando, in una indovinata sequenza, gli inviati dei giornali nazionali a Palermo intenti a dettare al telefono i loro pezzi contenenti le numerose tessere del complesso mosaico.
De Mauro per Rosi doveva raccogliere informazioni per delle aggiunte e verifiche di sceneggiatura che rispondessero a crismi di fatti realmente accaduti. Oggi sappiamo che il lavoro di De Mauro per il film di Rosi era stato chiuso. A distanza di oltre mezzo secolo, però, assistiamo a ricostruzioni con il condizionale su tutti gli uomini che De Mauro ha sentito per quegli approfondimenti, sul contenuto degli appunti che si trovano dopo la sua scomparsa nel suo cassetto al giornale, per tutto quello che accadde attorno al trattamento utile alla sceneggiatura.
Una bella matrioska, il caso Mattei, che ingloba il caso De Mauro. Il giornalista qualcosa aveva scoperto e quasi certamente a Francesco Rosi quell’esplosivo contenuto dell’inchiesta di De Mauro non è mai arrivato. E De Mauro prima di sparire aveva una busta gialla mai ritrovata.
A chi aveva detto la cosa giusta o la cosa sbagliata il giornalista De Mauro?
De Mauro parla della sua clamorosa notizia con il celebre giornalista Igor Man del quotidiano “La Stampa” dicendogli di essere «vicino a realizzare lo scoop del secolo» e aggiungendo: «sto ricostruendo il caso Mattei. E ti debbo dire che ci sono dentro tutti: i politici, gli stranieri, la Cia e – ahimè – pure la mafia». Al collega, Mauro aggiunge che gli manca solo “un trait d’union” e che se lo becca la notizia farà il giro del mondo.
Il 29 ottobre del 1970, ad un mese del rapimento, Tullio De Mauro, fratello del giornalista, dirà al cronista dell’Ora Marcello Cimino: «Nell’occuparsi del caso Mattei sappiamo con certezza che Mauro ha fatto la spola ripetutamente tra grossi personaggi della vita politica e finanziaria siciliana». Sono, infatti, ben 7 i collaboratori di giustizia mafiosi che hanno parlato del rapimento di De Mauro, ma le loro dichiarazioni non hanno determinato nessuna verità accertata. Nel caso De Mauro nessun elemento è mai convergente in modo da rafforzare una pista rispetto all’altra.
In occasione dei 50 anni della scomparsa di De Mauro, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, palermitano, ha detto nel suo messaggio ufficiale: «Ricerche e indagini su Mauro De Mauro non sono giunte a piena verità sulle ragioni e le responsabilità dell’efferato omicidio.
I dubbi irrisolti e l’esito negativo dei procedimenti giudiziari costituiscono una sconfitta per le Istituzioni e, al tempo stesso, continuano a sollecitare l’impegno affinché si squarci il velo degli occultamenti». (giornalistitalia.it)
Paride Leporace
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CHI È PARIDE LEPORACE
Nato a Cerisano (Cosenza) il 3 giugno 1962, laureato in Lettere Moderne all’Università della Calabria con il massimo dei voti e una tesi sul cinema militante, Paride Leporace è giornalista professionista iscritto all’Ordine della Calabria dal 22 febbraio 2000.
La sua quarantennale carriera, che ha attraversato la storia del giornalismo di Calabria e Basilicata, è iniziata al “Quotidiano della Calabria”, dove è stato cronista e caporedattore. Ha fondato e diretto “Calabria Ora”, dopo un anno è ritornato nel gruppo Finedit per dirigere “Il Quotidiano della Basilicata” ed è stato vicedirettore del Quotidiano del Sud.
Ha avviato e per otto anni diretto la Lucana Film Commission, contribuendo in modo decisivo al successo di Matera come Capitale Europea della Cultura 2019. Ha, inoltre, ideato il progetto LuCa per la rifondazione della Calabria Film Commission. È stato, tra l’altro, consulente del presidente della Regione Calabria, Jole Santelli, occupandosi della valorizzazione dei beni materiali e immateriali della propria regione.
Tra le sue opere: “Toghe rosso sangue” (Città del Sole, 2009), “Cosangeles” (Pellegrini, 2021), “Giacomo Mancini. Un avvocato del Sud” (Pellegrini, 2022), “Cosenza nel ’900. Storie e personaggi” (Pellegrini, 2025).
Unendo la sua grande passione per il cinema a un impegno costante nell’informazione d’inchiesta e di approfondimento, Paride Leporace racconta le trasformazioni del Sud con il rigore della cronaca la sensibilità del cinefilo.
UN OMAGGIO AL GIORNALISMO VERO
L’iniziativa parlamentare che, nei giorni scorsi, ha istituito da quest’anno il 3 maggio “Giornata nazionale in memoria dei giornalisti uccisi a causa dello svolgimento della loro professione”, ha spinto Paride Leporace a un esercizio di memoria grazie al quale ha dedicato quattro profili ai primi 4 morti di una lista che complessivamente contempla 28 colleghi ammazzati. Profili che Paride ha gentilmente scelto di pubblicare su Giornalisti Italia – e lo ringraziamo vivamente – a beneficio di quanti credono nel valore di una professione che non ammette silenzi e omissioni, ma verità e giustizia. (giornalistitalia.it)













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