Oggi la Giornata Mondiale della Diversità Culturale per il Dialogo e lo Sviluppo

L’inestimabile valore di essere diversi

ROMA – C’è chi mette l’ananas sulla pizza, chi dice “arancino” e chi “arancina”, chi ascolta trap coreana mentre la nonna prepara i vincisgrassi convinta che Spotify sia una malattia tropicale, eppure eccoci qua: esseri umani diversissimi che condividono lo stesso pianeta e la stessa aria.
Oggi 21 maggio si celebra la Giornata Mondiale della Diversità Culturale per il Dialogo e lo Sviluppo, istituita dall’Unesco. Una giornata che ci ricorda una cosa molto semplice: il mondo non è fatto con lo stampino. E meno male. Perché diciamolo sinceramente: un pianeta abitato da persone tutte uguali sarebbe noioso quanto una chat dove nessuno manda meme.
La diversità culturale non è soltanto “cibo etnico” o il festival con le bandierine colorate, è il modo in cui le persone vedono il mondo, vivono le emozioni, educano i figli, affrontano il dolore, celebrano l’amore, pregano, ridono, litigano e perfino tacciono.
Lévi-Strauss sosteneva che la diversità culturale è per l’umanità ciò che la biodiversità è per la natura: essenziale alla sopravvivenza. Tradotto: se eliminiamo le differenze, impoveriamo il mondo. Eppure spesso abbiamo paura di ciò che è diverso.

Claude Lévi Strauss

Lo psicologo Henri Tajfel, con la sua teoria dell’identità sociale, spiegava come gli esseri umani tendano automaticamente a creare gruppi: “noi” e “loro”. È un meccanismo antico, quasi istintivo. Il problema nasce quando il “noi” si sente superiore al “loro”. E lì iniziano i guai. A volte bastano piccoli dettagli per dividere le persone: il colore della pelle, un accento, una religione, il modo di vestire. Come se l’umanità fosse un gigantesco tribunale dove tutti si sentono giudici. Il dialogo interculturale serve proprio a questo: capire che conoscere l’altro non ci toglie qualcosa. Ci aggiunge qualcosa.
Il sociologo Zygmunt Bauman parlava di una società “liquida”, dove tutto cambia rapidamente e molti cercano sicurezza chiudendosi nella paura. Ma la chiusura non protegge: isola. Non “isola felice” ma “isola di discriminazioni” e quindi isolamento.

Zygmunt Bauman

Perché se è vero che Rizzolatti dimostra che il cervello tende ad attivare più facilmente empatia verso chi percepiamo come “simile” a noi: stesso gruppo sociale, stessa cultura, stessa lingua, stesso aspetto, come se il cervello dicesse automaticamente: “Questo è uno dei miei”.
E davanti a chi percepiamo come “diverso” l’attivazione empatica può diminuire. Non perché nasciamo razzisti, ma perché il cervello umano si è evoluto per distinguere rapidamente il gruppo di appartenenza. Un meccanismo antico, quasi tribale; insegna anche che l’empatia e i neuroni specchio si possono allenare! Anche Nelson Mandela, senza fare esperimenti scientifici, ma utilizzando semplicemente la propria intelligenza, ricordava che nessuno nasce odiando un’altra persona per il colore della pelle o per la sua religione. I bambini, qualunque sia il colore della loro pelle, quando è il momento di giocare si cercano.

Nelson Mandela

L’odio si insegna. E se si può insegnare l’odio, allora si può insegnare anche il rispetto.
Per fortuna la cultura è contagiosa nel modo più bello possibile. Mangiamo sushi senza essere giapponesi, usiamo parole inglesi a caso come “cringe”, “random”, “mood”, ascoltiamo musica latina, guardiamo serie coreane e beviamo tè nato in Cina lamentandoci della globalizzazione direttamente da un telefono costruito con idee e tecnologie provenienti da mezzo pianeta.
Siamo già mescolati. Solo che alcuni fanno finta di non accorgersene.
Il punto è la “paura”: la diversità culturale non è una minaccia all’identità. La conoscenza di un’altra cultura, non fa sparire la propria. Come quando impari qualcosa di nuovo e la conoscenza pregressa non si cancella, ma anzi si integra, si arricchisce.
Anche le culture possono crescere. E ciò avviene quando dialogano. La storia lo dimostra continuamente: arte, filosofia, scienza e letteratura sono nate spesso dall’incontro tra popoli diversi. Senza contaminazioni culturali, probabilmente oggi saremmo ancora convinti che la Terra è piatta e che il mal di testa si cura con le sanguisughe.
Prestigiose università statunitensi come Harvard, Stanford, Mit, Yale, dimostrano attraverso le ricerche sul rapporto tra genetica, cervello, ambiente e cultura che i popoli si sono da sempre “mischiati”.
Perché il dialogo interculturale serve a costruire società più intelligenti, più creative e più pacifiche.
Dobbiamo imparare a osservare e ascoltare di più, perché in un mondo che urla continuamente, capire qualcuno diverso da noi è quasi un atto rivoluzionario. In tutte le diversità: culturali e individuali. (giornalistitalia.it)

Serena Maffia

Un commento

  1. Che bell’articolo

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