ROMA – La Festa dei Lavoratori affonda le sue radici nelle battaglie operaie della fine dell’Ottocento, quando chiedere condizioni dignitose non era una rivendicazione, ma un atto di coraggio. Il simbolo di quella stagione è rimasto inciso nella memoria collettiva come un verso semplice e potentissimo: “8 ore di lavoro, 8 di svago, 8 di riposo”. Fu celebrata per la prima volta in Italia nel 1891, in un Paese che iniziava a prendere coscienza della questione sociale.
Ma la storia, si sa, non procede in linea retta: durante il fascismo, la festa venne soppressa e spostata al 21 aprile, il cosiddetto “Natale di Roma”, in un tentativo evidente di riscrivere simboli e priorità. Solo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, nel 1945, il Primo Maggio fu ripristinato come festa nazionale, tornando ad essere ciò che era sempre stato: un giorno di memoria e di rivendicazione.
E oggi? Se è vero che molte conquiste sono diventate diritti acquisiti, è altrettanto vero che il lavoro contemporaneo ha assunto forme nuove, spesso più sfuggenti: contratti precari, economia delle piattaforme, ritmi sempre più accelerati. Il rischio è che quelle “8 ore” si dilatino, si confondano, si infiltrino nella vita privata. Il paradosso del nostro tempo è che mentre celebriamo il lavoro, molti lavoratori faticano a celebrarsi. Tra chi un lavoro non ce l’ha e chi ne ha troppo, tra chi è sottopagato e chi è invisibile, il Primo Maggio smette di essere solo una festa e torna ad essere, come alle origini, una presa di posizione.
Non basta ricordare le lotte del passato se non siamo disposti a riconoscere quelle del presente. Perché ogni diritto, una volta conquistato, ha bisogno di essere difeso, aggiornato, reso vivo. E forse è proprio questo il senso più autentico del Primo Maggio. “Il lavoro nobilita l’uomo”, che tipo di uomo o di donna vogliamo essere o vogliamo diventare? Ma soprattutto, che vita vogliamo costruire intorno a quel lavoro?
Abraham Maslow, psicologo e filosofo statunitense, noto per la teoria della gerarchia dei bisogni, considera il lavoro un potenziale strumento di crescita, perché permette di soddisfare bisogni sempre più complessi fino ad arrivare all’autorealizzazione. Il lavoro accende e mette in movimento le potenzialità dell’individuo, lo spinge a diventare ciò che può essere. Ma se il lavoro può contribuire al “processo di individuazione”, alla costruzione della propria identità autentica, quando diventa solo una maschera sociale, rischia di allontanare l’individuo da sé stesso, avverte Carl Gustav Jung, psicologo e psichiatra svizzero, fondatore della psicologia analitica.
Tra la spinta all’autorealizzazione descritta da Abraham Maslow e il rischio di alienazione evocato da Carl Gustav Jung si gioca una tensione tutta contemporanea: il lavoro può essere motore di identità oppure travestimento. Sta alla società, e alle sue regole, decidere se valorizzare persone o ruoli.
«Il Primo maggio, è la festa dei lavoratori di tutto il mondo», ricorda il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, evidenziando che «È una festa della Repubblica, che sul lavoro si fonda». «Domande e bisogni – ha affermato ieri a Pontedera visitando lo stabilimento della Piaggio – segnano le fisionomie delle società. La produzione di ricchezza e la sua distribuzione alimentano la qualità della vita, il benessere della comunità, realizzano i valori a cui si ispirano la nostra convivenza e la nostra cultura, caratterizzano la sostenibilità sociale del nostro modo di essere».
«Il lavoro – sottolinea Mattarella – è attore preminente nella realizzazione degli obiettivi di solidarietà sociale assegnati dalla Costituzione. La modernità modifica i ruoli propri al lavoro nella società contemporanea. La velocità nell’innovazione è sempre più cifra di questo nostro tempo. L’accelerazione tecnologica, peraltro, non conduce alla eliminazione del lavoro, ma alla sua trasformazione.
Una trasformazione che, in questo cambiamento d’epoca, rischia di condurre anche a forme di una sua svalutazione, rischio da prevenire e scongiurare. Il lavoro è presidio della società. È espressione della libertà della persona e dell’intera comunità. È dignità. È strumento di partecipazione, di costruzione. L’obiettivo di una piena e buona occupazione è iscritto tra quelli della nostra democrazia. È il messaggio dei Costituenti che hanno voluto che la Repubblica – di cui stiamo per festeggiare l’ottantesimo compleanno – fosse “fondata sul lavoro” proprio per dare alla democrazia, alla libertà, all’uguaglianza – finalmente conquistate – un contenuto più forte e impegnativo».
«L’occupazione femminile in Italia – osserva Mattarella – è cresciuta negli ultimi anni, raggiungendo tassi che per noi costituiscono un primato. Tuttavia resta consistente il gap da colmare rispetto alla media europea. Il divario di genere, che emerge non soltanto dai tassi di occupazione ma anche dalla disparità che perdura nelle retribuzioni e nelle carriere, va colmato con un complesso di interventi e attenzioni: sui fattori strutturali e sui contesti territoriali, ma anche sulla qualità del lavoro e sui servizi per favorire la conciliazione con gli altri impegni di vita».
«L’altro punto critico da intendere come “riserva” di potenziale sviluppo – evidenzia Mattarella – è il lavoro dei giovani. Ancora troppo alta l’età di ingresso nel mercato del lavoro. Nella nostra società i giovani sono poco ascoltati. C’è una scarsa attenzione alla loro maturazione e alla loro indipendenza. Se guardiamo ai lavoratori definiti “indipendenti” che lavorano per un solo datore – insomma lavoratori autonomi senza autonomia – scopriamo che la parte più consistente è formata proprio da under 30.
Sono numerosi i giovani ben istruiti che lasciano il nostro Paese per lavorare all’estero. Sono più di quelli che vengono in Italia. Nell’interesse del Paese questa tendenza va invertita. Nostri giovani lasciano l’Italia, altri arrivano. Il sistema produttivo reclama manodopera: c’è di che riflettere».
«Ricordiamocene tutti. Sempre – ricorda, infine, Carlo Parisi, direttore di Giornalisti Italia e il segretario generale della Figec – e non solo il 1° Maggio, affinché l’articolo 1 della Costituzione (“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”) non si riduca a una mera dichiarazione di nobili intenti che, di fatto, suona beffarda a quanti il lavoro non ce l’hanno, non l’hanno mai avuto e, forse, non ce l’avranno mai». (giornalistitalia.it)
Serena Maffia









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