Il sovraccarico cognitivo produce studio superficiale, memorizzazione rapida e confusione

L’apprendimento ha bisogno di tempo

ROMA – Maggio è il mese delle verifiche, quando la scuola dimentica che anche il cervello ha bisogno di una tregua. Maggio, nella memoria collettiva degli studenti e degli insegnanti, non è semplicemente l’anticamera dell’estate, è una stagione stressante come un blocco nel traffico mentre cerchi di immaginare un percorso alternativo nonostante il navigatore aggiunga minuti e tutti suonano il clacson e sai che non puoi arrivare tardi ma è già tardi.

Serena Maffia

Un tempo sospeso in cui il registro elettronico si trasforma in una roulette russa di verifiche, interrogazioni, recuperi, simulazioni e compiti caricati alle 22.47 con la delicatezza di un bollettino di guerra. I professori sfoggiano la loro creatività con frasi del tipo: «Io vi preparo ad affrontare il mondo» o «Le asprezze della vita, dopo vi sembreranno più dolci».
Eppure, proprio mentre nelle scuole si consuma questa maratona valutativa, il Ministero dell’Istruzione, con la nota numero 2443/2025, invita esplicitamente i docenti a evitare il sovraccarico degli studenti, promuovendo coordinamento tra insegnanti, pianificazione trasparente delle verifiche e limitazione delle sovrapposizioni.
Non esiste una legge nazionale che vieti formalmente più verifiche nello stesso giorno, ma l’intento pedagogico è chiaro: la scuola non dovrebbe trasformarsi in una prova di resistenza psicofisica. Anche perché il problema non è soltanto organizzativo, è culturale.
Da anni pedagogisti, psicologi e neuroscienziati ripetono un concetto apparentemente rivoluzionario nella sua semplicità: una mente stanca apprende peggio. Maria Montessori parlava della necessità di rispettare i tempi naturali dell’apprendimento, opponendosi a un’educazione costruita sulla pressione continua e sull’accumulo meccanico di nozioni.

Maria Tecla Artemisia Montessori (Chiaravalle, Ancona, 31 agosto 1870 – Noordwijk, 6 maggio 1952)

Per la pedagogista italiana, la concentrazione nasceva in un ambiente sereno, non nell’ansia permanente della prestazione. E John Dewey criticava invece la scuola-fabbrica, quella che confonde la quantità del lavoro con la qualità della conoscenza. Per lui imparare significava elaborare esperienze, riflettere, collegare idee: attività incompatibili con la compressione incessante di verifiche e compiti.
Jean Piaget, attraverso i suoi studi sullo sviluppo cognitivo, spiegava che il cervello ha bisogno di tempi di assimilazione. Non basta “studiare tanto”: bisogna avere il tempo di digerire le informazioni, altrimenti lo studio diventa conoscenza temporanea destinata a dissolversi dopo il voto. E perfino le neuroscienze contemporanee sembrano dare ragione ai pedagogisti del Novecento.

Jean Piaget (Neuchâtel, 9 agosto 1896 – Ginevra, 16 settembre 1980)

Il neuropsichiatra statunitense Daniel J. Siegel ha mostrato quanto stress cronico e affaticamento incidano negativamente su memoria, attenzione e regolazione emotiva. Il riposo non è un premio dopo lo studio: è parte integrante dello studio stesso.
In fondo basterebbe considerare la giornata di uno studente per comprendere il paradosso. Le lezioni terminano nella tarda mattinata. Poi il rientro a casa, il pranzo, qualche minuto necessario per decomprimere una mente già satura dopo sei ore di attività scolastica.
Realisticamente quanto tempo resta per studiare? Quattro ore di studio, forse meno se si ossigena il corpo con una attività fisica. Dopo tante ore seduti farebbe bene a tutti muoversi un po’: come scrisse Giovenale: «Mens sana in corpore sano».
Tre-quattro ore per studiare sei materie, prepararsi a una verifica finale, e magari ripassare ciò che non si è avuto il tempo di sapere fino a quel momento per recuperare. Se poi si volesse approfondire qualcosa, o confrontarsi con qualche compagno non resterebbe tempo. Dopo di che si passa ad assecondare i bisogni fisiologici: una doccia, la cena, dormire. Perché il corpo umano, sorprendentemente, non funziona ancora come una scheda SD.

Gianfranco Zavalloni

Eppure nella scuola contemporanea sopravvive talvolta una strana mitologia della saturazione: più compiti equivalgono a più apprendimento; più verifiche equivalgono a più serietà. Ma la ricerca pedagogica racconta altro. Il sovraccarico cognitivo produce spesso studio superficiale, memorizzazione rapida e confusione.
Non forma conoscenza: forma sopravvivenza. Lo ha intuito anche Gianfranco Zavalloni con la sua “Pedagogia della lumaca”, un elogio provocatorio della lentezza come valore educativo. Rallentare, secondo Zavalloni, non significa impoverire la scuola, ma restituirle profondità. Perché comprendere richiede tempo. E il tempo, oggi, sembra diventato il vero lusso pedagogico. Coordinare le verifiche, evitare compiti improvvisi e rispettare i ritmi cognitivi degli studenti non è, dunque, una concessione sentimentale né un cedimento dell’autorità scolastica. È, al contrario, una scelta educativa rigorosa e intelligente. Perché la scuola dovrebbe insegnare anche questo: che l’apprendimento ha bisogno di tempo. (giornalistitalia.it)

Serena Maffia

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