BARI – Tre giorni: nei suoi quasi 131 anni di storia, mai la Gazzetta del Mezzogiorno (in origine Corriere delle Puglie) era stata per così tanto tempo assente dalle edicole. Persino la caduta del fascismo, l’armistizio, la guerra civile non avevano mai impedito la regolare uscita del quotidiano di riferimento di Puglia e Basilicata. E anche le peggiori nefandezze editoriali (ce ne sono state, e non poche) non hanno mai provocato una così lunga vacatio del giornale.
Ci voleva una gestione editoriale affidata dalla Giustizia per creare uno sconquasso di questa portata, con tre giorni consecutivi di sciopero proclamati dal Comitato di Redazione (dopo uno già effettuato ad inizio mese) per la totale assenza di dialogo fra gli amministratori giudiziari del gruppo Ciancio ed il direttore generale da loro confermato ed i giornalisti, e per la mancanza di qualsiasi prospettiva di salvaguardia di un bene prezioso come un giornale, di una risorsa necessaria per un territorio martoriato ed in crisi come quello meridionale, in generale, delle due Regioni di insediamento storico, in particolare. Le comunità di Puglia e Basilicata non possono essere private della loro voce: peraltro unica voce con copertura totale delle due regioni.

Mimmo Mazza e Pippo Mazzarino

Gli amministratori giudiziari nominati dal Tribunale di Catania sono evidentemente del tutto ignari della differenza che passa, non solo sul piano quantitativo, tra la gestione di un aranceto o di un supermercato e quella di un giornale: che obbedisce certo alle leggi dell’economia, ma non è un’impresa manifatturiera come le altre, perché produce informazione, la precondizione della democrazia. Se un supermercato chiude, tutto sommato è facile ricollocare i suoi dipendenti in altre, anche similari, attività. Se chiude un giornale il problema non riguarda “soltanto” i lavoratori dipendenti (ed i collaboratori) di quel quotidiano e le loro famiglie; e nemmeno riguarda “soltanto” gli addetti alla distribuzione ed alla pubblicità e gli edicolanti. Riguarda tutte le popolazioni della Puglia e della Basilicata, che perderebbero col loro giornale l’informazione sui loro territori, cosa gravissima; ma perderebbero anche l’unica, ancorché fioca, voce che li rappresenta altrove: rappresenta i loro bisogni, i loro problemi, le loro criticità, le loro esigenze, le loro aspettative…
Ecco perché le istituzioni e la politica – quella più alta e nobile – non possono disinteressarsi delle sorti della Gazzetta del Mezzogiorno: i cui giornalisti (come i poligrafici e gli amministrativi) non ricevono stipendi da novembre (quando è stato pagato solo un acconto del 40%): niente tredicesima, niente stipendio di dicembre. E, a metà mese, non si sa se verrà pagato almeno un anticipo di gennaio… Non solo: da anni (da prima del sequestro) l’editore non versava i contributi (obbligatori) al Fondo pensione complementare, e da molti mesi (da prima del sequestro) non versava le quote di Tfr. I giornalisti lavorano gratis da quasi tre mesi, e per alcuni anni hanno lavorato vedendosi sottrarre parte di quanto loro dovuto. Una situazione intollerabile.

Antonio Angelucci

Il Tribunale di Catania nomini per le aziende editoriali specifici amministratori giudiziari, possibilmente con qualche competenza nel settore. E nel frattempo le istituzioni si muovano per agevolare l’arrivo (o addirittura la nascita…) di soggetti interessati a rilevare, salvaguardare e rilanciare La Gazzetta del Mezzogiorno.
Al momento, dichiarazioni di interesse note ce ne sono due. Una totalmente irricevibile del gruppo Angelucci: quattro soldi diluiti in cinque anni per di più per rilevare solo, in pratica, la gestione della testata, con appena 50 giornalisti e 4 poligrafici (i redattori a tempo pieno sono una cinquantina; i redattori part time nelle redazioni decentrate 23; i collaboratori fissi ex art. 2 e 12 – alcuni pensionabili – una decina).

Lino Morgante

La seconda, non avanzata formalmente, ma sollecitata all’amministratore delegato della Società Editrice Siciliana, Lino Morgante, editore della Gazzetta del Sud e del Giornale di Sicilia, che rileverebbe l’azienda editoriale, ma di giornalisti non se ne accollerebbe tanti. Irricevibile – se svuotata della redazione – anche questa, non solo per il taglio dei livelli occupazionali, ma anche perché questo taglio sacrificherebbe proprio la forza maggiore della Gazzetta del Mezzogiorno: il radicamento in tutti i territori delle due regioni.
Ma per la gestione dello storico quotidiano meridionale potrebbero anche costituirsi cordate con partecipazione di soggetti locali, imprenditoriali e no. Auspichiamo che anche a questo stia pensando la task force per l’occupazione della Regione Puglia.
Infine, una proposta alla Federazione Nazionale della Stampa Italiana, il sindacato unico ed unitario dei giornalisti italiani: perché non pensare ad uno “sciopero virtuale”, effettuato cioè lavorando, di due ore, destinando il corrispettivo di retribuzione ad uno speciale fondo di sostegno per i giornalisti della Gazzetta, che con i mancati pagamenti degli stipendi cominciano ad avere problemi di bilancio quotidiano? Uno “sciopero virtuale” di solidarietà al quale potrebbero partecipare, autorizzando l’Inpgi a trattenere un contributo equivalente a due ore dal trattamento pensionistico, anche i pensionati; almeno quelli ancora iscritti al sindacato. (giornalistitalia.it)

La sede della Gazzetta del Mezzogiorno a Bari

 

Una risposta a “La Gazzetta del Mezzogiorno: cosa si può fare”

  1. Antonio Ambruosi dice:

    È amaro: la Puglia e la Basilicata non si interessano della vicenda e del loro Giornale? Le due Regioni non meritano la Gazzetta o viceversa? A questo punto non resta che l’autogestione. Come avvenne quando il Banco di Napoli abbandonò il Giornale. Riuscimmo a realizzare pagine senza alcun condizionamento (politico ecc.), le migliori mai prodotte.
    Si potrebbe ritentare sfruttando tutta la produttività della forza lavoro presente e passata del Giornale.
    per ora non mi resta che accogliere l’idea delle due ore da prelevare dalla pensione per la “causa”.