Appello di oltre 60 medici per il fondatore di Wikileaks: “No all’estradizione in Usa”

Julian Assange rischia di morire in carcere

Julian Assange

LONDRA (Gran Bretagna) – In aula, quando è apparso il mese scorso di fronte a un giudice che gli ha negato la libertà per l’ennesima volta, parlava a fatica, a tratti confuso. Non era scena: decine di medici certificano adesso che Julian Assange, il fondatore di Wikileaks finito nel mirino di Washington e dei suoi alleati per aver osato mettere in piazza alcuni dei segreti fra i più imbarazzanti della superpotenza planetaria, ha bisogno di cure “urgenti”. Altrimenti rischia di morire nel carcere britannico di massima sicurezza di Belmarsh in cui è rinchiuso.

Priti Patel

La denuncia è contenuta in una lettera-appello a Priti Patel, ministro dell’Interno del governo di Boris Johnson, firmata quasi come un atto d’accusa alle autorità di Londra da più di 60 medici di diversa nazionalità i quali invocano la necessità di assistenza fisica e psicologica per l’attivista e giornalista australiano: in un ospedale “attrezzato e da parte di personale esperto”.
Assange, 48 anni nascosti ormai dietro le sembianze di un anziano recluso, è detenuto nel Regno dal maggio scorso, dopo che l’Ecuador del nuovo presidente Lenin Moreno gli ha revocato l’asilo concesso 7 anni prima da Rafael Correa, cedendo alle pressioni americane.
Nel frattempo ha finito di scontare la pena per violazione dei termini della libertà vigilata inflittagli nel 2012, quando si rifugiò nell’ambasciata ecuadoriana a Londra. Ma rimane in cella – in durissimo isolamento, secondo i suoi avvocati e sostenitori – in attesa dell’avvio delle udienze previste da febbraio sull’estradizione chiesta dagli Stati Uniti in base a una contestatissima accusa di spionaggio legata alla pubblicazione ad opera di Wikileaks a partire dal 2010 di migliaia di documenti top secret sottratti agli archivi americani e relativi fra l’altro a sospetti crimini di guerra commessi in Iraq e in Afghanistan: la prima mai motivata con questa imputazione – per di più verso un cittadino straniero e non un agente segreto o un funzionario pubblico – in un caso di diffusione di materiale riservato attraverso i media. Mentre è stato prosciolto da una non meno controversa accusa di presunto stupro, archiviata nei giorni scorsi dalla Svezia per mancanza d’indizi sufficienti dopo essere stata aperta e chiusa a più riprese nell’ultimo decennio dalla procura di Stoccolma.
Gli oltre 60 medici – britannici, di altri Paesi europei, australiani e asiatici – nella lettera diffusa sul web da WikiLeaks, e indirizzata in vista delle elezioni britanniche anche alla ministra ombra laburista dell’Interno, Diane Abbott, affermano di “nutrire serie preoccupazioni riguardo all’idoneità del signor Assange ad essere processato nel febbraio 2020”.
È “nostra opinione – notano – che egli necessiti una valutazione urgente di specialisti sul suo stato fisico e psicologico”, altrimenti, avvertono, “potrebbe morire in prigione”.
Non si tratta del primo allarme del genere. Analoghi timori erano stati sollevati tempo fa da una commissione di esperti nominati dall’Onu e poi dal Rapporteur della Nazioni Unite sulla lotta alla tortura, Nils Melzer, che aveva avuto modo di visitare Assange in cella.
Mentre sale la protesta di attivisti e organizzazioni per i diritti umani contro la possibile estradizione dell’australiano in America, dove rischia una condanna-monstre fino a 175 anni di galera. E dove secondo molti non può sperare in un giudizio equo. Timori condivisi da Abbott e dal leader laburista britannico, Jeremy Corbyn. Ma ignorati finora da Patel e dai governi Tory in genere che, anzi, il placet politico alla consegna del “reprobo” oltreoceano l’hanno già messo nero su bianco a priori: prim’ancora di processi, ricorsi e dell’indispensabile verdetto delle corti. (ansa)

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