Ucciso dalle Brigate Rosse è stato il primo giornalista vittima del terrorismo in Italia

Il senso dello Stato di Carlo Casalegno 

Carlo Casalegno

TORINO – Novembre 1977. All’Ospedale delle Molinette di Torino da tre giorni un uomo lotta tra la vita e la morte. Si chiama Carlo Casalegno, 61 anni, editorialista de “La Stampa”, il secondo quotidiano più venduto d’Italia all’epoca, grande tempra di azionista torinese, è stato partigiano da giovane.

Paride Leporace

Tre giorni prima, il 16 novembre un commando delle Brigate Rosse ha provato ad ucciderlo nell’androne del suo palazzo trovando una falla nel sistema di protezione messo in piedi dal direttore del giornale, Arrigo Levi che aveva messo a disposizione la sua scorta.
A vigilare accanto al ferito la terza moglie Dedi e il figlio del primo matrimonio Carlo, 33 anni, protagonista torinese del Sessantotto e militante per lunghi anni di Lotta Continua. Carlo è uno dei tanti del Movimento che in quelle settimane si sentono distanti dalle Br e dai gruppi armati, ma anche dallo Stato che anche lui voleva abbattere con i suoi compagni. Il padre, invece dal 1969, tiene una rubrica affidatagli dal direttore dell’epoca, Alberto Ronchey, che si chiama “Il nostro Stato”.

Carlo Casalegno

Carlo Casalegno nel travaglio di quelle ore ha rifiutato di parlare con i giornalisti. Ora ha deciso di chiudere quel silenzio. Ha scelto di parlare con tre cronisti di due diversi giornali. Carlo ha deciso di rispondere alle domande di Ezio Mauro, all’epoca cronista della Gazzetta del Popolo. Non perché sodale o conoscente «ma solo per l’immediata impressione di serietà e umanità che mi aveva dato».
L’intervista che farà rumore e che ha un valore storico è quella a Lotta Continua rilasciata ad Andrea Marcenaro, che oggi scrive sul Foglio, e a Gad Lerner che diventerà uno dei giornalisti più noti d’Italia. L’intervista è umanissima e fa emergere mille dubbi sulla posizione politica assunta. Partecipa anche la moglie di Casalegno, Betta, anch’essa militante. Le parole sono trascritte fedelmente: «Se mi chiedete il mio parere sul perché dei compagni del ’68 possono finire a fare i brigatisti in quella assoluta disumanizzazione io non ho una risposta pronta».
L’attentato a Casalegno scava la prima separazione con una parte storica dell’ultrasinistra italiana dalla lotta armata dei “compagni che sbagliano”. Storicizzerà un trentennio dopo Lucia Annunziata: «L’intervista di Andrea Marcenaro è un giro di boa nella discussione dell’intera sinistra radicale nelle sue responsabilità». Tornerà a scrivere nell’anniversario del ventennale dell’attentato anche Gad Lerner sul giornale di Carlo Casalegno dove ormai lavora come firma celebre e affermata e riflette che in quella sua intervista: «L’inconciliabilità fra aspirazione alla giustizia sociale e ricorso all’eliminazione violenta degli avversari fu posta come questione di principio solo allora».

Indro Montanelli

Carlo Casalegno all’inizio dell’inchiesta da parte della Brigate Rosse era stato proposto alla “gambizzazione” nell’ambito della campagna contro l’informazione che venne indirizzata a giornalisti celebri come Indro Montanelli e al direttore del Tg 1 Emilio Rossi. Poi l’incedere fermo della sua rubrica e dei suoi articoli avevano indotto gli autori dell’inchiesta sul suo conto e decretarne l’assassinio.
Un professionista ben delineato Carlo Casalegno. Tessera 40 del Comitato liberazione nazionale del Piemonte. Si erano ritrovato, pur con le differenze di età, con Norberto Bobbio nelle temperie del 1942 in quel Partito d’Azione nato per risollevare le sorti dell’Italia finita nella polvere nazifascista. E il pur più adulto Norberto si era molto fidato del giovane professore Carlo nel fargli leggere il suo primo saggio politico che sarà pubblicato a Liberazione avvenuta sulla rivista azionista “Stato moderno”.

Il 12 novembre 1977, quando avviene l’agguato, le Brigate Rosse sono convinte di aver ucciso Carlo Casalegno e infatti l’improvvida rivendicazione all’Ansa a mezz’ora dell’attentato recita: «Abbiamo giustiziato Carlo Casalegno servo dello Stato», con evidente richiamo alla sua rubrica. E invece il giornalista inizia la sua battaglia tra vita e morte attaccato alle macchine della rianimazione.
Mesi prima si era occupato delle Brigate Rosse dopo un attentato alla Fiat Rivalta: «Le Br, minoranza ribelle e violenta collocata oltre la sinistra extraparlamentare, divisa fra le rivolta fino a se stessa e le velleità rivoluzionarie, che unisce teppisti e fanatici e che persegue attraverso il crimine, la politica del tanto peggio, del tanto meglio».

Carlo Casalegno

Duro Carlo Casalegno, ma non reazionario. Negli anni precedenti si è schiarato per la difesa del divorzio, per l’abolizione dell’ergastolo, ha chiesto verità e giustizia per la morte dell’anarchico Franco Serantini a Pisa ucciso da detenuto; ha stigmatizzato il sequestro della magistratura del libro di enorme successo “Porci con le ali”.
Gli articoli di Casalegno sono una sorta di trincea dello Stato anche contro le tesi del Movimento e dintorni. Anche quando contro la politica repressiva fa rumore e opinione un appello di intellettuali francesi di successo a favore del Movimento di contestazione italiano. In quel 1977 un preoccupato Arrigo Levi chiede al suo stretto collaboratore, l’unico che invia i suoi articoli in tipografia a comporre senza che il direttore li veda e dia il suo “visto si stampi” se non sia il caso di sospendere la pubblicazione della sua rubrica. La risposta fu “cortesemente negativa”.
Il direttore trasecola, invece, quando Casalegno chiede di poter andare a Bologna per seguire il Convegno del Movimento per poter capire meglio cosa accade. Andrà Casalegno. È incredulo anche Giampaolo Pansa, inviato del Corriere della Sera a Bologna, che era stato suo garzone di redazione alla Stampa. Quando lo scorge sulle tribune del Palazzetto dello Sport, che prende tranquillo appunti, si sente in dovere di avvicinarsi per dirgli: «Carlo, ma cosa fai qua. Sei matto? Potrebbero riconoscerti?». Casalegno guarda il suo discepolo e con uno sguardo da piemontese a piemontese afferma: «Non ho avuto paura dei tedeschi figurati se temo questi qua».
Nell’autunno 1977, con gli articoli di Casalegno che non mollano la presa, la direzione nazionale delle Br mette pollice verso contro il vicedirettore della Stampa. Il quale profeticamente scrive il 25 ottobre: «È, dunque, inutile farsi delle illusioni in una sollecita sconfitta del terrorismo: continueranno gli attentati, cadranno altre vittime».
Carlo Casalegno continuerà a lottare tra la vita e la morte in ospedale a Torino alimentando speranze e attese. Precipita tutto il 29 novembre 1977, al tredicesimo giorno dopo l’agguato. È il compleanno di Andrea Casalegno che compie 34 anni quando il padre muore a 61 anni alle 13,40. Alle 18 il feretro verrà trasferito alla sede de “La Stampa” dove il professore entra per l’ultima volta. Fuori nevica quando arriva l’editore Gianni Agnelli a rendere omaggio al suo giornalista Carlo Casalegno. Il primo giornalista ucciso dal terrorismo in Italia. (giornalistitalia.it)

Paride Leporace

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CHI È PARIDE LEPORACE

Nato a Cerisano (Cosenza) il 3 giugno 1962, laureato in Lettere Moderne all’Università della Calabria con il massimo dei voti e una tesi sul cinema militante, Paride Leporace è giornalista professionista iscritto all’Ordine della Calabria dal 22 febbraio 2000.

Paride Leporace

La sua quarantennale carriera, che ha attraversato la storia del giornalismo di Calabria e Basilicata, è iniziata al “Quotidiano della Calabria”, dove è stato cronista e caporedattore. Ha fondato e diretto “Calabria Ora”, dopo un anno è ritornato nel gruppo Finedit per dirigere “Il Quotidiano della Basilicata” ed è stato vicedirettore del Quotidiano del Sud.
Ha avviato e per otto anni diretto la Lucana Film Commission, contribuendo in modo decisivo al successo di Matera come Capitale Europea della Cultura 2019. Ha, inoltre, ideato il progetto LuCa per la rifondazione della Calabria Film Commission. È stato, tra l’altro, consulente del presidente della Regione Calabria, Jole Santelli, occupandosi della valorizzazione dei beni materiali e immateriali della propria regione.
Tra le sue opere: “Toghe rosso sangue” (Città del Sole, 2009), “Cosangeles” (Pellegrini, 2021), “Giacomo Mancini. Un avvocato del Sud” (Pellegrini, 2022), “Cosenza nel ’900. Storie e personaggi” (Pellegrini, 2025).
Unendo la sua grande passione per il cinema a un impegno costante nell’informazione d’inchiesta e di approfondimento, Paride Leporace racconta le trasformazioni del Sud con il rigore della cronaca la sensibilità del cinefilo.

UN OMAGGIO AL GIORNALISMO VERO

L’iniziativa parlamentare che, nei giorni scorsi, ha istituito da quest’anno il 3 maggio “Giornata nazionale in memoria dei giornalisti uccisi a causa dello svolgimento della loro professione”, ha spinto Paride Leporace a un esercizio di memoria grazie al quale ha dedicato quattro profili ai primi 4 morti di una lista che complessivamente contempla 28 colleghi ammazzati. Profili che Paride ha gentilmente scelto di pubblicare su Giornalisti Italia – e lo ringraziamo vivamente – a beneficio di quanti credono nel valore di una professione che non ammette silenzi e omissioni, ma verità e giustizia. (giornalistitalia.it)

 

 

 

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