MILANO – «Ieri Il Giornale non era in edicola, a causa dello sciopero deciso all’unanimità dall’assemblea di redazione. Riteniamo doveroso comunicare ai lettori – che di questo quotidiano sono il primo e fondamentale patrimonio – i motivi che ci hanno portato a prendere una iniziativa così lontana dalle consuetudini dei rapporti sindacali all’interno dell’azienda che edita Il Giornale». È quanto scrive, nel comunicato pubblicato oggi sul quotidiano fondato da Montanelli, il Cdr, a nome di tutta la redazione.
«Lo strappo – spiega il Comitato di redazione – non è nostro: è dell’azienda. La risposta è inedita perché queste consuetudini vengono stravolte in queste ore da una iniziativa dell’editore che per la prima volta nella sua storia scarica sui giornalisti i costi di difficoltà di cui essi non sono minimamente responsabili».
«Cosa accade? Che l’editore – incalzano il Cdr – vorrebbe dal prossimo anno ridurre del trenta per cento le ore di lavoro dei giornalisti che realizzano questo quotidiano. Significa ridurre in misura quasi uguale le retribuzioni, ed è un sacrificio il cui impatto sulla vita dei giornalisti e delle loro famiglie è evidente. E significa rendere impossibile la realizzazione di un prodotto della medesima qualità che da più di quarant’anni i lettori del Giornale trovano quando in edicola scelgono, in un mare di testate, quella fondata da Indro Montanelli. Questo è il punto cruciale».
«Al Giornale oggi lavorano 76 giornalisti, un direttore e due vicedirettori. I concorrenti – è spiegato nel comunicato – con cui ogni giorno ci confrontiamo hanno un organico doppio, triplo o ancora maggiore. Questo significa che al Giornale , per reggere la sfida, lavoriamo tanto. Non ci lamentiamo di questo, ci piace il nostro lavoro e chiediamo solo di poter continuare a farlo. Le difficoltà senza precedenti che il mercato della carta stampata sta incontrando, in questi anni, sono sotto gli occhi di tutti. Mutamenti epocali stanno cambiando il mondo dell’informazione. Noi siamo disposti a fare la nostra parte, sacrificandoci e reinventandoci».
«Il problema – proseguono i giornalisti – è che mentre in tutto il mondo giornali grandi e piccoli affrontano questa sfida esplorando nuove strade, la soluzione che imbocca il nostro editore è solo il ridimensionamento. A titolo di esempio, il rapporto tra informazione cartacea e web, al Giornale è stato risolto con un sito Internet che è formalmente una società a sé, sui cui contenuti editoriali risulta così, secondo la redazione, più complicato sviluppare le necessarie sinergie. È chiaro come qualunque ragionamento sulla complementarità tra i due veicoli dell’informazione sia, in questo contesto, terribilmente complesso».
«È di questo, e delle strade per rilanciare un prodotto all’altezza dei tempi, – chiosa il Cdr – che da tempo chiedevamo di poter parlare con l’azienda. Invece, dopo anni di inviti a non disturbare, ci viene comunicato che l’unica strada per uscire da una crisi che avevamo cercato di prevenire sarebbe buttare a mare, come se fosse zavorra, il vero bene della nostra testata giornalistica, ovvero la qualità del prodotto. A venire mortificata è l’intera opinione pubblica moderata, che nel dibattito politico e culturale vedrebbe marginalizzata la voce che più efficacemente in questi lunghi anni l’ha rappresentata.
Noi riteniamo inaccettabile che gli azionisti del Giornale abbiano imboccato questa strategia che a noi pare insensata e contro di essa intendiamo batterci, nell’interesse nostro, dei nostri lettori e della testata stessa». (giornalistitalia.it)

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