Riziero Fantini, Enzio Malatesta e Carlo Merli fucilati dai nazisti il 2 febbraio 1944

I giornalisti partigiani martiri a Forte Bravetta

Forte Bravetta

ROMA – In occasione del 77° anniversario della morte dei due giovani giornalisti partigiani Enzio Malatesta (Medaglia d’oro al valor militare alla memoria) e Carlo Merli, fucilati il 2 febbraio 1944 a Roma, a Forte Bravetta, dopo essere stati condannati alla pena capitale da un tribunale germanico, si è appreso che anche un altro giornalista aveva subito la stessa tragica sorte poco più di un mese prima ed esattamente il 30 dicembre 1943.

Pierluigi Roesler Franz, presidente del Sindacato Cronisti Romani

È l’abruzzese Riziero Fantini che aveva scritto per “Umanità nova”, “La Frusta”, “Cronache sovversive” e molte altre testate, in America e in Italia, mentre Merli e Malatesta avevano scritto entrambi per il foglio clandestino “Bandiera Rossa”. Tutti e tre sono stati difensori della libertà e della democrazia e testimoni del loro tempo.
A rivelare questa “scoperta” é stato il giornalista del quotidiano “la Repubblica” e consigliere dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, Carlo Picozza, pronipote di Fantini, che sta scrivendo un libro sulla Resistenza dimenticata.
Si é, così, ripetuto quanto già avvenuto anche a conclusione della Prima Guerra Mondiale 1915-1918 quando si indicò in 83 il numero dei giornalisti morti combattendo per la Patria che, dopo lunghe ricerche rievocate nel libro “Martiri di carta – I giornalisti caduti nella Grande Guerra”, curato dal sottoscritto assieme a Enrico Serventi Longhi, pubblicato da Paolo Gaspari Editore per conto della Fondazione sul giornalismo “Paolo Murialdi”.

Carlo Picozza

Il numero degli 83 colleghi si é, infatti, triplicato passando a 267 Eroi di tutte le regioni italiane, tra i quali 51 direttori di giornali, 3 figli di ex ministri e un deputato in carica. Due terzi di essi furono poi decorati al valor militare anche alla memoria. Insomma, fu notevole l’apporto dei giornalisti durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale.
A Forte Bravetta, costruito nella capitale tra il 1877 al 1883 in via di Bravetta 740, fra la via Aurelia e la via Portuense, su una superficie di circa 10 ettari, vennero eseguite 74 fucilazioni durante l’occupazione tedesca fra il 1943 e il 1944, per ordine del Tribunale militare di Guerra germanico e per mano della Gestapo di Herbert Kappler ed altre il 3 giugno 1944 a poche ore dall’arrivo degli alleati a Roma.

Don Giuseppe Morosini

Tra i tanti che affrontarono il plotone d’esecuzione delle SS figurano anche don Giuseppe Morosini (celebre fu la commovente interpretazione di Aldo Fabrizi che interpretò il suo ruolo nel film “Roma città aperta” di Roberto Rossellini), Fabrizio Vassalli (cugino di Giuliano, ex presidente della Corte Costituzionale ed ex ministro della Giustizia), nonché Augusto Latini, Giorgio Labò, Guido Rattoppatore, Renato Traversi, Romolo Jacopini e Giordano Bruno Ferrari (Medaglia d’oro al valor militare, figlio dello scultore ed ex deputato Ettore Ferrari che fu per anni il braccio destro del Sindaco di Roma Ernesto Nathan – entrambi furono per 23 anni Gran Maestri del Grande Oriente d’Italia).
Tra i fucilati dieci provenivano dal Sud Italia, 4 siciliani: Salvatore Grasso e Corrado Vinci di Catania, Franco Sardone di Tonnarella (Messina) e Giuseppe Tirella di Pozzallo (Ragusa); 4 calabresi: Ettore Arena di Catanzaro, Battista Graziani di Corigliano Calabro (Cosenza), Giovanni Lupis di Reggio Calabria e Fortunato Caccamo di Gallina, frazione di Reggio Calabria; 2 lucani: Antonio Pozzi di Chiaromonte (Potenza) ed Eugenio Messina di Potenza.

La sedia alla quale erano legati i martiri per essere fucilati a Forte Bravetta

Sulla lapide che ricorda il sacrificio dei partigiani, tra i quali figurano i giornalisti Riziero (sull’epigrafe era, però, indicato erroneamente come suo nome di battesimo Riccardo) Fantini, Carlo Merli ed Enzio Malatesta, si legge: «A imperituro ricordo degli eroici patrioti che durante l’occupazione nazista in questo Forte furono fucilati accendendo con il sublime sacrificio della loro vita la fiaccola della Resistenza nazionale – Roma nel XXIII Anniversario della Liberazione – Memore e riconoscente».
Tra le azioni compiute da «Bandiera Rossa» c’è l’assalto alla scorta tedesca del camion che nella notte del 30 novembre 1943 trasportava undici partigiani destinati ad essere fucilati nel Forte Bravetta. Furono liberati dopo un combattimento. Comandava la squadra partigiana l’ex maresciallo dell’aeronautica Vincenzo Guarnera, che aveva assunto come nome di battaglia Tommaso Moro.
Malatesta venne arrestato in casa dalle SS assieme al gruppo dirigente di Bandiera Rossa e processato il 28 gennaio 1944 dal Tribunale militare germanico. Malatesta fu torturato e poi fucilato il 2 febbraio 1944 a Forte Bravetta con Merli, Gino Rossi (architetto e tenente colonnello degli alpini che si faceva chiamare Bixio) e altri otto partigiani: Romolo Jacopini, Ettore Arena, Benvenuto Baviali, Branko Bichler, Augusto Parodi, Ottavio Cerulli, Guerrino Sbardella e Filiberto Zolito. Il plotone della PAI sbagliò intenzionalmente i bersagli.

Antonello Trombadori

Un ufficiale tedesco uccise poi con un colpo alla nuca gli scampati alla raffica. Lo stesso giorno davanti alla base di via Giulia, per strada, venne arrestato Antonello Trombadori, comandante dei GAP Centrali, ma riuscì a salvarsi grazie al silenzio dei suoi compagni arrestati che, nonostante le sevizie, non ne rivelarono l’identità.
A Forte Bravetta vennero anche fucilati dei criminali di guerra condannati dall’Alta Corte di Giustizia. Fra questi l’ex questore di Roma, Pietro Caruso (22 settembre 1944), complice dell’eccidio delle Fosse Ardeatine e Pietro Koch (5 giugno 1945), capo dell’omonima “banda” che collaborò con le SS del tenente colonnello Herbert Kappler. La “banda” Koch fu, tra l’altro, responsabile dell’agguato in via Livorno 20 a Roma del 28 maggio 1944 in cui restò gravemente ferito il giornalista milanese di origine ebrea Eugenio Colorni, che morì due giorni dopo all’ospedale San Giovanni.
Colorni, classe 1909, patriota, partigiano combattente, eroe della Resistenza e uno dei massimi promotori del federalismo europeo assieme all’ex comunista Altiero Spinelli e ad Ernesto Rossi di Giustizia e Libertà, era professore di lettere, filosofo, scrittore e politico.

Eugenio Colorni

S’impegnò politicamente contro il regime fascista, prima avvicinandosi al gruppo di Giustizia e Libertà, poi al Partito Socialista. Fu condannato al confino a Ventotene con Rossi e Spinelli per oltre due anni dal gennaio 1939 e fu tra gli autori di quello che verrà conosciuto come il “Manifesto di Ventotene”. Fu poi decorato con la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria concessagli il 25 aprile 1946 con la seguente motivazione: «Indomito assertore della libertà, confinato durante la dominazione fascista, evadeva audacemente dedicandosi quindi a rischiose attività cospirative. Durante la lotta antinazista, organizzato il centro militare del Partito Socialista Italiano, dirigeva animosamente partecipandovi, primo fra i primi, una intensa, continua e micidiale azione di guerriglia e di sabotaggio. Scoperto e circondato da nazisti li affrontò da solo, combattendo con estremo ardimento, finché travolto dal numero, cadde nell’impari gloriosa lotta. Roma, 28 maggio 1944».
In via Livorno 20 a Roma nel luogo dove venne ferito a morte fu posta il 24 settembre 2014 dall’allora assessore alla Cultura del Comune di Roma, Giovanna Marinelli, dall’allora presidente della “Fondazione Buozzi”, Giorgio Benvenuto, dal presidente della “Fondazione Nenni”, Giuseppe Tamburrano, e dal presidente dell’Anpi di Roma, Ernesto Nassi, una nuova lapide per ricordare la memoria di Eugenio Colorni.

Le lapidi in memoria di Eugenio Colorni

Fino ad allora per molti anni vi erano, invece, in mostra addirittura tre lapidi: una spaccata in due dai vandali, un’altra quasi illeggibile perché scurita dal tempo e l’ultima, posta nel 2004 dalla III Circoscrizione del Comune di Roma, persino erronea.
Il 9 settembre 2009 Forte Bravetta, che era appartenuto per più di 60 anni all’amministrazione militare e poi al Demanio, é passato tra le proprietà del Comune di Roma ed é stato aperto al pubblico. È così diventato il “Parco dei martiri”. In occasione della sua inaugurazione, l’allora sindaco Gianni Alemanno vi piantò un ulivo, proveniente direttamente da Gerusalemme, dono del KKL – Fondo Nazionale Ebraico.
Forte Bravetta, considerato uno dei simboli più significativi della Resistenza romana contro l’occupazione nazi-fascista, é, come le Fosse Ardeatine, un luogo di libertà, di martirio e di memoria. La storia dei Martiri di Forte Bravetta non va assolutamente dimenticata, ma va tramandata ai posteri di generazione in generazione.
Per foto e altri documenti su Forte Bravetta si segnalano il reportage di 6 pagine pubblicato dall’Anpi il 25 ottobre 2009, il volume “I Martiri di Forte Bravetta”, a cura di Eugenia Latini, pubblicato nel 2006 dall’Anfim – Associazione Nazionale Famiglie Italiane Martiri Caduti per la Libertà della Patria, e il volume “Forte Bravetta 1932-1945 – Storie Memorie Territorio” di Augusto Pompeo, pubblicato dall’Archivio Storico Culturale del Municipio Roma XVI in collaborazione con l’Anpi di Roma. (giornalistitalia.it)

Pierluigi Roesler Franz 

CHI ERANO I TRE GIORNALISTI PARTIGIANI
MARTIRI A FORTE BRAVETTA

RIZIERO FANTINI

Riziero Fantini, abruzzese, era nato a Coppito (L’Aquila) il 6 aprile 1892. Era figlio di Adolfo e di Maria Apollonia Ciotti. Anarchico sentimentale, amico di Sacco e Vanzetti, Galleani ed Enrico Malatesta (oltre che di Enzio, qui ricordato).

Riziero Fantini

Fantini fu accusato di incetta e detenzione di armi e dopo un processo sommario venne condannato a morte e fucilato a Forte Bravetta il 30 dicembre 1943, insieme con Antonio Feurra e Italo Grimaldi. Ne dette notizia “l’Unità” del 20 gennaio 1944. Lo stesso giornale il 18 giugno 1944 riferì, poi, che i corpi dei tre compagni erano stati riconosciuti ed esumati in un campo femminile del Cimitero del Verano, riquadro 142, qualche metro sotto la linea di sepoltura.
Fantini scrisse per “Umanità nova”, La Frusta”, “Cronache sovversive” e molte altre testate, sia in America dov’era emigrato, sia in Italia. È sua la previsione, fatta tra la fine degli anni Venti e l’inizio dei Trenta, del ruolo cruciale che avrebbe assunto la Cina nel contesto planetario.
Dopo l’8 settembre, superando attriti e divisioni ideologiche, si batté con i resistenti di Bandiera Rossa e del Pci contro i nazisti e i fascisti. Una spiata di un delatore decapitò prima il gruppo di Bandiera Rossa poi quello del Pci di Montesacro che faceva capo a Riziero Fantini. A Roma una lapide a Val Melaina, un’altra a Forte Bravetta e una a Montesacro in via Maiella, piazza Sempione, ne ricordano impegno e sacrificio.

ENZIO MALATESTA

Enzio Malatesta, toscano di nascita, milanese d’adozione, era nato a Apuania (Massa Carrara) il 22 ottobre 1914. Era figlio di Alberto Malatesta, ex deputato socialista di Novara. Nel 1938 si era laureato a Milano ed aveva intrapreso l’insegnamento al Liceo “Parini”. Fu anche direttore della rivista Cinema e Teatro.

Enzio Malatesta

Nel 1940 si trasferì a Roma, dove fu assunto come capo redattore del quotidiano Giornale d’Italia. Con l’occupazione della Capitale decise di entrare nelle file del movimento “Bandiera Rossa” e fu tra gli organizzatori, nel Lazio, delle cosiddette “Bande esterne”.
Catturato dalle SS tedesche l’11 dicembre 1943 ed accusato di aver organizzato formazioni armate, si assunse coraggiosamente ogni responsabilità, scagionando i compagni. Processato, fu condannato a morte e portato di fronte al plotone di esecuzione a Forte Bravetta.
Ad Enzio Malatesta fu concessa la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria perché: «Giornalista di pura fede votò la sua giovane esistenza alla causa della libertà. La sua casa fu covo di cospiratori decisi ad ogni lotta contro l’oppressore. Anima di audaci manipoli, costituì importanti formazioni partigiane, e ideò, organizzò e diresse arditi colpi di mano ai danni del nemico, sia in Roma che nel Lazio. Arrestato dalle SS tedesche quale capo di formazioni armate, assunse per sé tutta la responsabilità, scagionandone i compagni e, respingendo ogni tentativo per ottenere clemenza, ascoltò con ciglio fermo la condanna a morte dell’iniquo tribunale di guerra. Con sprezzante sorriso, che fu estrema sfida al nemico usurpatore di ogni diritto sulla vita dei cittadini italiani, affrontò il plotone di esecuzione e cadde gridando: “Viva l’Italia”. Roma, Forte Bravetta, 2 febbraio 1944».

CARLO MERLI

Partigiani di Bandiera Rossa festeggiano la liberazione di Roma nel giugno 1944

Carlo Merli, figlio di Ernesto, era nato a Milano il 2 gennaio 1913. Aderente al “Movimento Comunista d’Italia – Bandiera Rossa”, fu arrestato dai tedeschi a Roma l’11 dicembre 1943. Rinchiuso nella casa di via Tasso, diventata tristemente nota per le efferatezze che vi si compivano, il giornalista fu poi condotto davanti a un tribunale nazista che lo condannò a morte per “partecipazione a banda armata”.
Merli fu fucilato a Forte Bravetta – che già il regime fascista aveva prescelto per le esecuzioni capitali – insieme al suo amico Enzio Malatesta.

Resistenza, memoria e territorio

Il forte Bravetta è una delle quindici imponenti costruzioni militari realizzate a Roma nell’arco di quattordici anni, tra il 1877 (qualche giorno dopo che Vittorio Emanuele Il aveva preso dimora al Quirinale) e il 1891, per dotare la città di un sistema protettivo che, considerate le capacità delle artiglierie, non consentisse al nemico di colpire le mura che la circondavano, trattenendolo con massicci baluardi, allora in aperta campagna, distanti tre o quattro chilometri l’uno dall’altro, con il tiro incrociato delle batterie sui temuti assalitori, immaginati soprattutto provenienti dal mare.

Massimo Rendina

Per costruire il forte Bravetta ci vollero sei anni, dal 1877 al 1883, occupando un’area, tra le vie Aurelia e Portuense, di quasi centodieci mila metri quadrati (10,6 ettari). Ma, appena terminati i lavori di questo e degli altri forti, si scoprì che non servivano allo scopo per il quale erano stati progettati. La tecnologia aveva nel frattempo modificato la gittata dei cannoni, nuove concezioni dell’arte militare privilegiavano la mobilità degli attaccanti per aggirare gli ostacoli abbandonando la strategia millenaria degli assedi.
Ai forti rimase solo la denominazione che ancora conservano, non la funzione. Diventarono caserme e depositi. Anche il Forte Bravetta, ma con una prerogativa in più: quella di luogo prescelto dal regime fascista – cinquantacinque anni dopo essere stato ultimato, a cominciare dal 17 giugno 1932 – per le esecuzioni capitali.
Vi furono tradotti, per essere fucilati, molti patrioti e qualche grassatore, anche due uomini, definiti anarchici, Bovone e Sbardellotto mandati a morte perché confessi di aver voluto uccidere Mussolini, senza, peraltro, neppure tentarlo; altri per “intelligenza con lo straniero”, cioè spie. Tra questi una donna e un diplomatico tedesco.

La lapide che ricorda il martirio di Forte Bravetta

Il numero più consistente dei giustiziati (ma meglio sarebbe dire assassinati) si ebbe durante i 9 mesi di occupazione nazifascista della capitale, perlopiù partigiani, alcuni trascinati, sollevati a braccia, davanti ai plotoni di esecuzione (composti da italiani, militi della PAI, della Guardia di Finanza, poliziotti e persino vigili metropolitani) perché impossibilitati a camminare – come accadde allo studente universitario Giorgio Labò per le torture subite in via Tasso, dove presiedeva Kappler, o nelle “pensioni” Jaccarino e Oltremare, sedi della polizia speciale comandata da un italiano, Pietro Koch, anche lui fucilato a Forte Bravetta all’indomani della liberazione di Roma, condannato dal Tribunale istituito contro i criminali fascisti, autori di delitti e sevizie, che condannò alla pena capitale altri quattro collaborazionisti: Pietro Caruso, Federico Scarpato, Francesco Sabelli e Armando Testorio, quest’ultimo fucilato il 24 maggio del 1945 mentre il Paese era ancora percorso dall’ondata emotiva che coniugava insieme pace e libertà.
I partigiani fucilati a Forte Bravetta furono 66. Ma non tutti i combattenti per la libertà passati per le armi dai nazifascisti furono uccisi nel forte. Altri lasciarono la vita nei luoghi di tortura, altri ancora, catturati quasi sempre in seguito a delazioni per denaro, vennero finiti per strada o nei cortili delle caserme a colpi di mitra.

Le celle nella galleria di Forte Bravetta

Le modalità delle fucilazioni nel Forte Bravetta durante l’occupazione nazifascista seguivano un rigido rituale. Il condannato era fatto sedere su una sedia con lo schienale davanti, le spalle rivolte ai carnefici, le mani legate per i polsi con un lacciolo. Dopo la scarica di fucileria l’ufficiale medico, obbligatoriamente tedesco, constatava se era avvenuta o no la morte. In ogni caso dava il colpo di grazia alla nuca con la pistola. Infine subentrava un sacerdote a benedire la salma. Tutto si svolgeva in pochi minuti, quasi sempre alle prime luci del giorno. I cadaveri erano subito dopo trasportati al Verano privi di segni di identificazione per ordine perentorio del comando germanico.
Si deve ad un gruppo di inumatori se, sfidando la polizia collaborazionista e la Gestapo, fu possibile, avvenuta la liberazione di Roma, trarre i resti dalle fosse comuni ridando loro identità e pietosa sepoltura.
Questa pubblicazione, fermamente voluta dalla XVI Circoscrizione del Comune di Roma, che l’ha affidata all’Anpi associazione prescelta per il progetto presentato a seguito di un bando di concorso, risponde così all’esigenza largamente sentita di dare un significato più consono – un’anima si direbbe – a luoghi e manufatti conosciuti solo superficialmente mentre fanno parte a pieno titolo della storia della città. Da ciò la necessità di compiere indagini e ricerche quando manchino riferimenti sicuri e le notizie siano carenti o incomplete. Tale incombenza per quanto riguarda il Forte Bravetta – che è il territorio circoscrizionale – se l’è assunta svolgendola con scrupolo, intelligenza e professionalità, raggiungendo anche risultati storiografici di rilievo, Augusto Pompeo, impegnato nelle attività dell’Archivio di Stato di Roma, con l’ausilio di due giovani appassionati scopritori di documenti, Luisa Saveri e Dario Scatolini. Ne è sortita un’opera apparentemente semplice per compendio e dimensione, frutto però di un lungo e anche difficile lavoro, perché per ciascuna delle persone considerate per il loro dramma consumato sugli spalti del forte – c’è che era senza un passato, venuto come dal nulla e s’è dovuto scoprirlo – è stato necessario sfogliare faldoni, consultare registri, riprendere o acquisire testimonianze orali, estrarre da scaffali e da materiali, anche fortunosamente recuperati, vicende e situazioni da riassumere, confrontare, verificare prima di strutturare il racconto informativo.

Il Parco dei Martiri di Forte Bravetta

Forte Bravetta si presenta, con ciò, a parte il carattere architettonico, luogo emblematico, da conservare alla città, alla comunità e valorizzare, evitandone il decadimento, l’uso improprio e forse la distruzione. Auspicio che davvero condividiamo con gli amministratori della Circoscrizione e i curatori di questa pubblicazione che vuol essere prima di tutto un contributo alla verità storica e il suo rivivere di generazione in generazione.

Massimo Rendina
(articolo scritto nel 2005 dallo scomparso grande giornalista presidente dell’Anpi di Roma)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *