Il giornalista ucciso a Ragusa dal figlio di un magistrato per un caso di trame nere e potere

Giovanni Spampinato: il coraggio di scrivere la verità

Giovanni Spampinato

RAGUSA – Questa è la storia del giovane corrispondente da Ragusa, Giovanni Spampinato, ucciso il 27 ottobre 1972 da Roberto Campria, il figlio del presidente del Tribunale della sua città in una torbida vicenda di trame nere e di potere.

Paride Leporace

Scrive Giorgio Bocca a ridosso dell’omicidio nella sua rubrica sul settimanale “Tempo”: «Tre morti ammazzati per un piccolo giornale di frontiera sono davvero troppi; anche se si tratta di un giornale antifascista e socialista come l’Ora, che ha il coraggio di uscire a Palermo, capitale della delinquenza politica italiana».
Giovanni Spampinato ha solo 23 anni quando il direttore Nisticò lo chiama a collaborare come corrispondente da Ragusa per un giornale così valoriale e coincidente con i suoi saldi principi ideologici e morali. Ragusa è una piccola città di provincia sonnolenta e con un giornalismo molto cauto e rilassato. Giovanni ha il sacro fuoco di voler capire i fatti anche in una provincia “babba” (un po’ scema) così lontana dalla trincea infuocata di Palermo.

Giorgio Bocca

Giovanni proviene da una famiglia proletaria di contadini ma di grandi ideali. Il padre Peppino è stato comandante partigiano in Jugoslavia celebrato con due medaglie d’argento al valore militare.
Al ritorno in Sicilia è uno dei fondatori del Pci ragusano. Il figlio, molto giovane invece s’impegna nella denuncia e nella controinformazione guardando con attenzione alle trame di estrema destra che si muovono nel suo territorio. Su un piccolo foglio di provincia scrive i nomi di chi deambula tra Msi e Ordine Nuovo.
Un giovane del suo tempo, Giovanni. La provincia gli sta stretta ma dalla sua piccola città è una vedetta dei fatti e degli avvenimenti che si susseguono a Ragusa. Il 27 ottobre del 1972, Giovanni Spampinato non pensava minimamente che quella data sarebbe finita sulla sua tomba come giorno della sua precoce morte affiancata a quella della nascita avvenuta il 6 novembre del 1946.

Giovanni Spampinato

Quel maledetto giorno, Giovanni ha ricevuto l’ennesima telefonata di mattina presto da Roberto Campria che vuole incontrarlo per l’ennesima volta. Spampinato si era occupato del segreto di Roberto Campria perché giornalista che aveva scritto tutto quello che gli altri suoi colleghi avevano ignorato. Non aveva avuto timore reverenziale a collegare i contesti di un delitto ragusano facendone risalire le responsabilità a Campria, il figlio del presidente del tribunale della città.
In tre mesi si sono già incontrati tre volte i due giovani. Sempre su sollecitazione di Campria. Spampinato ha sempre aderito per dovere professionale e perché su quella oscura vicenda ha realizzato uno scoop enorme per Ragusa.
Tornato da Catania, Spampinato telefona a Campria e lo avvisa che passerà a prenderlo con la sua Cinquecento. Vanno a zonzo, discutono. Si fermano davanti al carcere. Roberto Campria estrae due pistole di sua proprietà. Una Smith & Wesson calibro 38 e una Herma Werke 7,65. Con tiro incrociato da pistolero allenato spara su bersaglio ravvicinato.

La Fiat 500 di Giovanni Spampinato nella quale il giornalista è stato ucciso da Campria

Cinque colpi raggiungono Giovanni ad una spalla e al torace, il sesto letale lo trafigge al cuore. Pochi attimi dopo Campria bussa alla porta del carcere e all’attonita guardia carceraria Antonio Costa dice: «L’ho ucciso io. È fuori. Ora fatemi dormire. Ho preso un sonnifero». E consegna una delle pistole, l’altra sarà rinvenuta nella Cinquecento. Una scena del delitto con un reo confesso che presenta già uno scenario di un assassino incapace di intendere e volere per quello che ha combinato. La notte del 27 ottobre 1972 è strettamente connessa a quella del 25 febbraio dello stesso anno. In una trazzera di Ragusa con un colpo di pistola alla fronte viene ucciso l’ingegnere Angelo Tumino, antiquario con legami con l’estrema destra locale. Un testimone pochi minuti prima della sua morte l’ha visto nella sua auto con altri due uomini. Chi sono i due sconosciuti? Spampinato si butta sul fatto di cronaca e scava in città per saperne di più.

Ragusa

Il 29 febbraio Giovanni Spampinato terremota Ragusa con una notizia in esclusiva che altri giornalisti conoscevano ma hanno preferito ignorare. Titola l’Ora: “Delitto Tumino: sotto torchio il figlio di un magistrato” anche se non viene citato il nome. Il sospettato è Roberto Campria che presenta querela, ma il 18 aprile non si presenta in tribunale, Spampinato e l’Ora sono assolti.

Giovanni Spampinato

Mentre le indagini brancolano nel buio il giornalista riesce a ricostruire i buchi della vicenda. L’assassino è stato visto con la sua vittima da una decina di persone tra cui un benzinaio che verrà messo a confronto con una sola persona e che cambierà 7 volte la sua versione. Il giornalista abbozza anche un identikit dell’assassino e lo dipinge trentenne, con viso affilato, occhiali, vestito di scuro. E va anche oltre accertando che Roberto Campria è stato a casa dell’ucciso nel momento che è sparito per rovistare carte e documenti. La Procura tace. Spampinato ipotizza che «tutto verrà messo a tacere».
Roberto Campria il 2 agosto decide di convocare una conferenza stampa a casa sua. Oltre a Spampinato si presentano altri due giornalisti e chiarisce ogni aspetto dal suo punto di vista. Dopo l’omicidio di Spampinato il presidente del Tribunale, Saverio Campria, padre dell’assassino, pubblica un memoriale su giornale “La Sicilia” e svela che il suo collega Sostituto Procuratore della Repubblica Fera, ricevendo il figlio, avrebbe detto: «che in un certo momento, era disposto un provvedimento di fermo per lui e per altre 4 persone: provvedimento che era stato ritirato per riguardo a me». Fera smentisce sdegnato.

Il 7 luglio 1975 la Corte d’Assise di Siracusa in primo grado condanna Campria a 21 anni di carcere concedendo l’attenuante della seminfermità mentale. Il pm non ha mancato di sostenere nella sua requisitoria che il giornalista Spampinato espresse molta spregiudicatezza nei suoi articoli dimostrando «molta bramosia di vendere copie, molta smania di fare carriera».

Giovanni Spampinato

Ancora più tenue la sentenza d’Appello che, grazie alle attenuanti generiche compresa la provocazione del giornalista, ha ridotto la pena a Campria a 14 anni. Ne sconta alla fine 8 nel manicomio giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto. L’omicida reo confesso uscirà nel 1986. Si è sposato mettendo al mondo due figli e di mestiere l’ex impiegato è diventato falegname.
Quella di Giovanni Spampinato è diventata storia di memoria grazie soprattutto al fratello Alberto, che ha abbandonato gli studi in ingegneria a Pisa ed è tornato a Ragusa prendendo in eredità la macchina di scrivere del fratello ucciso. Insieme alla fidanzata di Giovanni, Emanuela, diventata sua moglie, si è dedicato a coltivare la memoria. Prima giornalista all’Ora a Palermo e poi a Roma, è passato all’Ansa diventando un valente quirinalista. Ha consegnato la sua storia e quella dell’amato fratello al bel libro “C’erano bei cani ma molto seri. Storia di mio fratello Giovanni ucciso perché scriveva troppo”.

Alberto Spampinato, presidente di Ossigeno per l’informazione onlus

Recensendo il libro, Aldo Cazzullo ha scritto: «Non ho mai conosciuto Giovanni Spampinato, e me ne rammarico. Ne ho soltanto letto. Ho conosciuto bene però suo fratello, Alberto. E ho quasi l’impressione che Alberto Spampinato abbia vissuto la vita destinata a suo fratello. Si è innestato sul suo tronco, ereditandone il mestiere, gli affetti, la lezione morale. E si è battuto, anche quando nessuno o quasi gli prestava ascolto, per farlo vivere ancora, nella memoria». (giornalistitalia.it)

Paride Leporace

 

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CHI È PARIDE LEPORACE

Nato a Cerisano (Cosenza) il 3 giugno 1962, laureato in Lettere Moderne all’Università della Calabria con il massimo dei voti e una tesi sul cinema militante, Paride Leporace è giornalista professionista iscritto all’Ordine della Calabria dal 22 febbraio 2000.

Paride Leporace

La sua quarantennale carriera, che ha attraversato la storia del giornalismo di Calabria e Basilicata, è iniziata al “Quotidiano della Calabria”, dove è stato cronista e caporedattore. Ha fondato e diretto “Calabria Ora”, dopo un anno è ritornato nel gruppo Finedit per dirigere “Il Quotidiano della Basilicata” ed è stato vicedirettore del Quotidiano del Sud.
Ha avviato e per otto anni diretto la Lucana Film Commission, contribuendo in modo decisivo al successo di Matera come Capitale Europea della Cultura 2019. Ha, inoltre, ideato il progetto LuCa per la rifondazione della Calabria Film Commission. È stato, tra l’altro, consulente del presidente della Regione Calabria, Jole Santelli, occupandosi della valorizzazione dei beni materiali e immateriali della propria regione.
Tra le sue opere: “Toghe rosso sangue” (Città del Sole, 2009), “Cosangeles” (Pellegrini, 2021), “Giacomo Mancini. Un avvocato del Sud” (Pellegrini, 2022), “Cosenza nel ’900. Storie e personaggi” (Pellegrini, 2025).
Unendo la sua grande passione per il cinema a un impegno costante nell’informazione d’inchiesta e di approfondimento, Paride Leporace racconta le trasformazioni del Sud con il rigore della cronaca la sensibilità del cinefilo.

UN OMAGGIO AL GIORNALISMO VERO

L’iniziativa parlamentare che, nei giorni scorsi, ha istituito da quest’anno il 3 maggio “Giornata nazionale in memoria dei giornalisti uccisi a causa dello svolgimento della loro professione”, ha spinto Paride Leporace a un esercizio di memoria grazie al quale ha dedicato quattro profili ai primi 4 morti di una lista che complessivamente contempla 28 colleghi ammazzati. Profili che Paride ha gentilmente scelto di pubblicare su Giornalisti Italia – e lo ringraziamo vivamente – a beneficio di quanti credono nel valore di una professione che non ammette silenzi e omissioni, ma verità e giustizia. (giornalistitalia.it)

 

 

 

Un commento

  1. Francesco Panaro

    Articolo interessante di una storia che, purtroppo, si è ripetuta troppe volte senza nessun cambiamento civile significativo, specialmente nelle nostre terre del sud. Grazie Paride Leporace e soprattutto grazie a tutti i giornalisti, i giudici, le persone impegnate a fare il loro dovere perseguendo verità e giustizia, anche contro tutti.

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