Giampiero Amandola durante l’intervista contestata

TORINO – Dai resoconti culturali per la redazione di Rai Piemonte alle pagine del libro per raccontare “I delitti perfetti di Dio”. Giampiero Amandola, laurea in giurisprudenza e penna raffinata, ha firmato un thriller per le “Edizioni Capricorno”, 204 pagine in brossura e 12 euro il prezzo di copertina.
Il protagonista della vicenda è Carlo Torquace, un procuratore della Repubblica che, napoletano di nascita, si trova catapultato nella provincia di Cuneo. Lì, si sforza di smascherare un assassino e, nelle indagini, sente la necessità di consultarsi con un bizzarro psichiatra, il dottor Visano, che tenta di mettere ordine fra le ossessioni del suo amico magistrato.
La trama è contorta come si conviene a un testo “noir” ma la caratteristica del libro consiste nel mescolare italiano e napoletano. Perché al protagonista, a dispetto degli anni passati lontano da casa, escono espressioni, storpiature e neologismi propri della sua terra.

“I delitti perfetti di Dio”

Il paragone è francamente eccessivo ma, in fondo, Camilleri con Moltalbano ha utilizzato lo stesso schema linguistico, con l’italiano sicilianizzato e il siciliano italianizzato. La chiave del successo dei libri e dei film con protagonista Zingaretti.
Sono parecchi i casi di racconti “gialli” dove gli inquirenti “imbastardiscono” la loro parlata. Antonio Manzini, per esempio, inventore di Rocco Schiavone, commissario di polizia romano trasferito in Val D’Aosta per motivi disciplinari. Risolve casi anche spinosi lasciando cadere qua e là un “mortacci” e non nascondendo che, alla polenta, preferisce la carbonara.
O Maurizio De Giovanni, autore dei “bastardi di Pizzofalcone”, diventata una serie televisiva su Rai 1 dove i dialetti si mescolano e si sovrappongono.
Giampiero Amandola, con alle spalle articoli sulla “Gazzetta del Popolo”, “Stampa Sera” e un presente come redattore Rai, voleva inserirsi sullo stesso filone letterario? Oppure si è trovato nella condizioni di sdebitarsi nei confronti del sud per una sua leggerezza che gli è costata anche una punizione abbastanza severa.
In occasione della partita di calcio Napoli-Juventus, ha mandato in onda un servizio tv con una frase altamente infelice e offensiva sulla “puzza” dei tifosi azzurri. Lui voleva scherzare, ma tutti gli altri l’hanno preso sul serio. È stato sospeso, licenziato e, solo dopo anni e peripezie sindacali, ha potuto rientrare in redazione ricominciando daccapo come giornalista di prima nomina.
Scegliere per il proprio libro un protagonista che parla napoletano vale come chiedere scusa e tentare una riappacificazione con il mondo meridionale. (giornalistitalia.it)

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