ROMAGNANO SESIA (Novara) – Gaudenzio Cometti ritorna in libreria con “I diari di Giacomo Walser” per continuare nella “celebrazione” della gente che, dal Vallese, ha occupato le cime del Monte Rosa. Una storia di mille anni fa della quale resta sconosciuta la causa.
Qualcuno dice che la migrazione di quelle famiglie avvenne per una carestia. Altri sostengono che partirono per sfuggire le angherie di un feudatario pretenzioso. E altri ancora che si spostarono perché erano dei nomadi e si sistemarono nei luoghi che apparvero loro più accoglienti.
Per dedicarsi alla letteratura l’autore, che è nato e risiede a Romagnano Sesia, ha atteso il tempo della pensione. Per quarant’anni (abbondanti) si è occupato della progettazione e costruzione di strade. Poi ha deciso che il tempo che gli rimaneva libero poteva occuparlo dedicandosi alla sua vera passione di scrivere.
Una pagina dopo l’altra, ha messo insieme una mezza dozzina di volumi che hanno riguardato “La ragazza dei girasoli”, “Il porto del Borgo” e un noir costruito attorno al caso di una “Morte sulle sponde del lago d’Orta”. Con contenuti più ispirati alla storia, ha firmato “Villa Caccia 1850” che riguarda la costruzione del palazzo progettato dall’architetto Alessandro Antonelli (quello della “Cupola” di Novara” e della “Mole” di Torino).
Il racconto si riferisce all’anno in cui la Contessa, erede del patrimonio di famiglia, decise di completare la costruzione del palazzo. I lavori erano già iniziati con la posa delle colonne portanti, la rifinitura dell’atro, lo scalone centrale e due piani di fabbricato. Occorreva aggiungerci l’abbaino e il tetto. Erano tempi in cui i ricchi erano ricchi per davvero e tutti gli atri tribolavano per mettere insieme il pranzo con la cena.
La Contessa si dimostrò altruista. I suoi mezzadri furono premiati con donazioni importanti. Finanziò il restauro della chiesa (mettendosi a disposizione del parroco). E si fece carico della costruzione di una serie di pozzi per l’acqua potabile (in aiuto all’amministrazione comunale del sindaco).
Tuttavia, la vera passione di Gaudenzio Cometti sta nell’alta Valsesia – fra Alagna, Carcoforo e Rima – dove la provincia di Vercelli sfuma sotto i costoni del Monte Rosa.
Lassù in montagna, dal 1300 a oggi, hanno mantenuto i costumi e le tradizioni dei loro antichi progenitori. Parlano una lingua parente stretta con il tedesco. E, una volta l’anno, celebrano la loro festa mangiando l’uberlekke che è un piatto cucinato con una dozzina di tagli di carne differente. I turisti ne sono entusiasti.
Fino alla metà del 1900, funzionava una miniera dalla quale si estraeva l’oro che ha ispirato le due ultime pubblicazioni di Cometti. “L’Oro dei Walser” e il “Diario di Giacomo Walser” rappresentano una specie di sequel come si trattasse di un racconto a puntate.
Quel “tesoro” è servito per dare forza e sviluppo alla comunità. Ha consentito loro di costruirsi delle case, di investire nell’acquisto di terreni e di preferire la vita in alta montagna rinunciando a “scendere a alle” per cercare un lavoro redditizio.
Fra la prima e la seconda guerra mondiale questo territorio ha vissuto una sorta di “età dell’oro”. Anche se la ricchezza andava protetta dai troppi delinquenti che arrivavano per approfittarne. E, senza che il benessere potesse proteggere i ragazzi chiamati alle armi.
Cometti, mescolando fatti realmente accaduti ma consentendosi qualche slancio di fantasia, è entrato nella baite dei Walser, ne ha descritto gli abitati e raccontato il loro modo di vivere. Intanto: quali architetture adottavano per le costruzioni? E come si disponevano – una accanto all’atra – in modo da assicurarsi i migliori vantaggi urbanistici? Quale divisione degli spazi all’interno delle case? Come cuocevano il pane e dove lo conservavano? Ancora: qual era il posto migliore per il pascolo? E come fare il formaggio? Come ci si fidanzava? Quali erano i riti del matrimonio? E il ballo del battesimo, di corsa, con la culla del neonato da tenere in bilico sulla testa della madrina?
La vicenda che si dipana per i capitoli del libro è l’affresco appassionato di un autore che ha conosciuto la montagna lavorandoci per costruire le strade ma che, nel catrame dell’asfalto, ci ha lasciato un pezzo del suo cuore. (giornalistitalia.it)
Daniele Baglione








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