Il brano della cantautrice Cecilia Larosa con la giornalista Ilda Tripodi e Piero Cassano

“Duci amuri meu”: la musica incontra la poesia

Piero Cassano, Ilda Tripodi e Cecilia Larosa

REGGIO CALABRIA – Dolce, melodioso, struggente, “Duci amuri meu” (Unalira Edizioni Musicali – Eico Music Publishing), il nuovo brano della cantautrice Cecilia Larosa, è molto più di una canzone: è un ponte vivente tra radici, mito, memoria e una femminilità creativa che respira antichi e nuovi destini.

Cecilia Larosa

In radio e su tutte le piattaforme digitali, il brano è scritto da Cecilia Larosa insieme alla poetessa e giornalista Ilda Tripodi, con musica della stessa Cecilia Larosa e di Piero Cassano, l’ex tastierista dei J.E.T. e dei Matia Bazar, considerato uno dei principali autori italiani degli ultimi trent’anni.
Il progetto nasce dall’incontro di due donne che, in Calabria, hanno trovato la propria voce e il proprio linguaggio: Cecilia Larosa, cantautrice dalla voce potentissima e magnetica e elegante musicista, e Ilda Tripodi, poetessa tra le più raffinate, da pochi giorni in libreria con “Economia d’amore”, un’opera che indaga il cuore con lucidità e dolcezza.
Due “regine della parola”, una della musica e una della poesia, che si incontrano e riconoscono, come se si aspettassero da tempo. “Duci amuri meu” affonda le sue radici in un mito eternamente vivo, quello di Orfeo ed Euridice. Ma qui la storia viene capovolta, riattraversata dallo sguardo della donna che attende, che ama, che prega e che trattiene il respiro mentre l’uomo le cammina davanti.

“Orfeo ed Euridice”, Edward John Poynter, olio su tela 1862

Cecilia Larosa interpreta Euridice non come vittima, ma come presenza viva che implora e allo stesso tempo invita, che desidera e teme. In questa dimensione sospesa tra luce e ombra, il testo trova la sua forza: una lingua che oscilla tra italiano e calabrese, morbida e tagliente, antica e contemporanea. La Calabria, in questo brano, è luogo dell’anima che non si vuole lasciare mai e quando si è costretti ad andare lontano si porta comunque nelle vene.

Cecilia Larosa

«Guardami. Adesso sono qui. Mi fici surda ô mundu pemmu arrivu a ttia e non c’è focu chi consola chist’addiu. Addio. Ad ogni mio passo io ti vedo un po’ più lontano e mentre sparisco ogni parte di me ti tiene per mano».
La musica di Cecilia Larosa, composta insieme a Piero Cassano, che firma anche la produzione artistica, crea una ballata sospesa: una carezza che sfiora la pelle e lascia un profumo, una ferita che brucia e consola.
«Sono nata in Calabria, a Locri, e sono cresciuta a Vibo Valentia, due importanti centri culturali della Magna Graecia. Le mie radici affondano in questa terra», racconta Cecilia Larosa. Ed è proprio questo legame a rendere “Duci amuri meu” un brano diverso, quasi necessario.
Nella scrittura del pezzo, la cantautrice scopre che la sua terra era anticamente collegata al culto di Persefone, la dea rapita, la donna che discende e risale, simbolo perfetto del passaggio tra buio e luce, perdita e ritorno. C’è tutto questo nella sua voce: la nostalgia del mito, la dolcezza della lingua materna l’eco dei canti antichi e la forza delle donne.

Ilda Tripodi

Ilda Tripodi, eccellente professionista e straordinaria cantrice dei drammi, delle amare delusioni, dei sogni e delle speranze di un popolo che non riesce ad amare e valorizzare quella che è stata la culla della Magna Graecia, è laureata in Lettere all’Università degli Studi di Messina e dipendente del Ministero della Pubblica Istruzione. Giornalista pubblicista iscritta all’Ordine della Calabria dal 1 luglio 2006 e consigliere nazionale del sindacato dei giornalisti e degli operatori dell’informazione, della comunicazione, dell’arte e della cultura Figec federata Cisal. Il suo esordio in poesia è avvenuto nel 2007 con la silloge “L’anima gioca” pubblicata, con la prefazione di Walter Mauro, dalla casa editrice Città del Sole di Franco Arcidiaco. Nel 2021 ha pubblicato la raccolta di liriche “La facitrice” (Rubbettino Editore) con prefazione di Dante Maffia e postfazione di Corrado Calabrò e nel 2025 “Economia d’amore” (Iride-Rubbettino Editore) con prefazione dell’economista Francesco Magris con il quale ha in attivo anche una collaborazione per la realizzazione di una monografia sulla scuola italiana per i caratteri di Nuova Antologia – Fondazione Spadolini, Le Monnier.

Cecilia Larosa

Larosa e Tripodi, due percorsi diversi, due sensibilità affini, si incontrano per dare vita a un brano che è un atto d’amore verso la Calabria e verso la parola. Cecilia Larosa non arriva qui per caso: il suo è un cammino rigoroso, costruito tra studio e palchi sempre più importanti. Dalla formazione classica a quella pop nei conservatori alle esibizioni che l’hanno portata a condividere festival e teatri con artisti come Loredana Bertè, Vasco Brondi, Matia Bazar, Ricchi e Poveri, Lorenzo Fragola e Tiromancino, fino al duetto con Federico Zampaglione. La sua storia è un intreccio di talento, disciplina, curiosità e di una missione semplice: donare emozione attraverso la voce e la poesia. Brividi dell’anima.
“Duci amuri meu” è, insomma, un piccolo rito musicale e poetico dedicato a chi ama, a chi ha perso, a chi ancora crede che il ritorno sia possibile. È una preghiera nel vento che invita a guardare ciò che si ama nella sua essenza senza voltarsi indietro mai. «Nta stu ventu chi mi ‘mbrogghia, ti chiamu ancora cu na vuci chi si scuntra comu preghiera. Tu si lu cantu chi leva chistu mari». Duci amuri meu è, in fondo, un atto di resistenza del sentimento. Un sussurro che attraversa il buio con una sola promessa: l’amore, quando è vero, non smette di cantare. (giornalistitalia.it)

ASCOLTA IL BRANO SU YOUTUBE

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *