A 75 anni dalla morte ricordato il giornalista costretto a “fuggire” per aver scritto la verità

Domodossola celebra il “ritorno” di Nino Bazzetta

Francesco Ferrari, Lorenzo Del Boca e Gian Vittorio Moro

DOMODOSSOLA (Verbano-Cusio-Ossola) – Un convegno di studi, ai piedi del Monte Rosa, moderato da Lorenzo Del Boca, per ricordare i 75 anni della morte del giornalista Nino Bazzetta (26 giugno 1951) e celebrare il suo “ritorno a Domodossola”.

Nino Bazzetta

“Ritorno” perché, dalla città, aveva dovuto andarsene (quasi fuggendo) inseguito da beghe giudiziarie e contestato dai suoi cittadini per le pubblicazioni che aveva firmato. Manco a dirlo polemiche e contrasti del tutto ingiustificati.
Era stato “accusato” di aver “inventato” i passaggi di una “storia di Domodossola” che, invece, era stata rispettosa delle ricerche d’archivio. Enrico Rizzi che, alle vicende della terra ossolana, ha dedicato i settant’anni della sua vita, ha assicurato che il resoconto era coerente con i risultati del momento. Perciò “accuse” pretestuose.
Gian Vittorio Moro e Francesco Ferrari che, pure, sono attenti a valorizzare le tradizioni locali hanno riproposto i motivi di contrasto con alcune istituzioni della città (a cominciare dalla fondazione Galletti) per concludere che, alla fine, nel bilanciare i “pro” e i “contro”, alla fine la ragione stava piuttosto dalla parte di Bazzetta.

Domodossola

A dispetto della sua origine di sangue blu, figlio della nobildonna Fanny Princivalle Lampugnani e del tenente colonnello Giulio Gerolamo con il titolo onorifico della famiglia “de Vemenia”, era un personaggio “scomodo”, sempre controcorrente e quasi compiaciuto per quella sua indole che si metteva di traverso alle autorità.

Nino Bazzetta

Per esempio. Il senatore di allora Alfredo Falciola al quale era stata affidata la delega di sottosegretario agli Interni gli aveva offerto un incarico di consulente. Impegno di corto respiro. Bazzetta, in quello stesso periodo ha firmato due libri il cui contenuto aveva infastidito la casa regnante dei Savoia. Una pubblicazione riproponeva la storia di Vittorio Emanuele II che sarebbe stato il figlio di un macellaio di Firenze. Niente di nuovo. Lo aveva già ampiamente documentato Massimo D’Azeglio ma quei riferimenti hanno disturbato l’établissement monarchico. Anche perché – secondo titolo in libreria – aveva trattato dell’amante del re: Rosa Vercellana che tutti indicavano come “la bella Rusin”. Anche qui nessun retroscena da svelare. Era di dominio pubblico che Vittorio Emanuele II avesse consolidato una relazione extraconiugale fin quando, rimasto vedovo, è stato nella condizione di legalizzare il suo rapporto con un matrimonio “morganatico”. E tuttavia la sensibilità del regime è stata turbata. Risultato? Licenziato. Si è ritrovato a Novara per continuare una vita da impiccione bohèmiens.

Lino Cerutti

«Bazzetta – secondo Lino Cerutti che ne approfondito i dettagli bibliografici – aveva due passioni: la scrittura e le donne. Una rendeva poco e le altre costavano molto al punto da impegnarlo in continue produzioni di testi da pubblicare e, tuttavia, senza mai un soldo di cui disporre. Si è sposato con Piero Campo – ha aggiunto Cerutti – lei faceva l’ostetrica a Novara ma il matrimonio è durato sei mesi (scarsi). Le scappatelle extraconiugali con un matrimonio ancora fresco hanno mandato a onte il rapporto fra i due. Ritornando a casa, in piena notte, ha trovato le valigie davanti alla porta chiusa alla quale era stata sostituita la serratura».
Scriveva per la Libertà, il Corriere dell’Ossola, il Sempione, il Corriere di Novara ed era in grado di proporsi, in libreria, con testi che, costruiti sul gossip un po’ pruriginoso, diventavano degli autentici best sellers. «Vendere 25 mila copie – ha sottolineato Cerutti – rappresentava un’autentica impresa letteraria. Le vicende delle “cortigiane milanesi”, della “principesse in esilio” o delle “danzatrici ed etere d’Italia” appassionavano il pubblico».
“Cento anni di vita galante e intima nel milanese e “Gli amori dei laghi” hanno superato le 30 mila copie vendute. Successi letterari, gimcane per evitare i processi e sotterfugi per sfuggire ai creditori. Come se non fossero bastate le “grane” che gli venivano dalle pubblicazioni che firmava, se ne cercava altre che potremmo definire “anonime”.

Enrico Rizzi

Scriveva dei messaggi di quattro-cinque righe, in rima, che incollava sui manifesti o sulle locandine delle edicole. Come un Pasquino, trapiantato al nord da Roma, ironizzava sui potenti del tempo che erano i fascisti durante il ventennio e i democristiani dopo la liberazione. Sempre dalla parte del contro-potere, contro tutti con i “tutti” che sapevano a chi attribuire quei messaggi senza firma.
Apocrifo anche un diario attribuito a don Giulio Ratti che era parroco nella chiesa di Sant’Ambrogio a Milano frequentata dai vip di allora a cominciare da Alessandro Manzoni. Scegliendo la carta appropriata e lasciando scolorire l’inchiostro per invecchiarlo Bazzetta ha messo insieme un centinaio di pagine con riferimenti politici e giudizi sociali, qualche confidenza riguardo la nobiltà del tempo e indiscrezioni sull’affermazione dei borghesi che stavano diventando industriali. Pubblicizzando la “scoperta” Bazzetta ha attirato l’attenzione dei collezionisti uno dei quali gli ha comprato il manoscritto (consentendogli di onorare qualche debito). Per cinquant’anni, il testo è stato considerato autentico. Lo ha esaminato Raffaella Fontana che, sull’argomento, ha scritto la sua tesi di laurea.

Il convegno su Nino Bazzetta a Domodossola

Gli ultimi anni di questo giornalista – fantasioso, imprevedibile, aggressivo e sfortunato – sono stati i più difficili. Le sentenze di condanna, alla fine, lo hanno portato in carcere e, una volta, libero, non era nelle condizioni di reinserirsi nel mondo del lavoro. L’ha aiutato un giovane sacerdote don Carlo Scaciga (destinato a ricoprire l’incarico di curatore del patrimonio storico della diocesi) che gli ha messo a disposizione un cella nel chiostro del Duomo. (giornalistitalia.it)

Daniele Baglione

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