In “Emozioni virali” la cronaca che sarà storia: la testimonianza del dott. Carlo Farina

Covid-19, diario di una pandemia

Carlo Farina finalmente rilassato nella sua casa a Roma (foto Giornalisti Italia)

ROMA – Il virus non è un’opinione. Lo sa bene Carlo Farina, chirurgo tra i più conosciuti e apprezzati della capitale, 61 anni, il fisico asciutto di chi ama macinare chilometri sui campi da golf nelle giornate sgombre dalle ore e ore, in piedi, la concentrazione a mille, in sala operatoria. Sano come un pesce. Fino a che non si è ammalato di Covid.
«Quando ho realizzato di essermi contagiato con la covid-19 sul lavoro, ero convinto di avere contratto una forma leggera, con sintomi lievi. Il mio super-ego da “chirurgo invincibile” non poteva permettere lo sviluppo della malattia. Purtroppo le cose non sono andate così».
La sua brutta avventura il dottor Farina, responsabile della Chirurgia generale dell’Ospedale Israelitico di Roma, la racconta senza filtri, né intermediari in un libro nato dalla volontà condivisa di un esercito di camici bianchi di testimoniare, attraverso il racconto delle proprie esperienze – da medici sul campo, ma anche da malati – quel che è accaduto nel nostro Paese nei primi mesi di quest’anno. Nella cosiddetta “fase 1” della pandemia. Quando il Sars-Cov-2 era ancora sconosciuto e, proprio per questo, ha travolto tutto e tutti, medici compresi, spiazzati e impreparati, come uno tsunami.
Un libro intitolato non a caso “Emozioni virali” (Il Pensiero Scientifico Editore, con il patrocinio della Federazione nazionale degli Ordini dei medici; 200 pagine, 18 euro) e nato dalle testimonianze dei medici – di base, pediatri, chirurghi, epidemiologi, igienisti di tutte le età – affidate ad una pagina Facebook, “Coronavirus, Sars-Cov-2 e Covid-19 gruppo per soli medici” a cui, in pochissimo tempo, si sono iscritti oltre 100mila dottori. Un numero impressionante se si considera che sono 400mila i medici iscritti all’Ordine.
Una sorta di diario collettivo, dunque, di una pandemia che sta alzando di nuovo la voce, in cui la testimonianza del dottor Farina spicca per la sua drammatica sincerità. Quella di un chirurgo blasonato che si ritrova, di colpo, in un letto dell’Ospedale Spallanzani con una brutta polmonite interstiziale da Covid-19: «Vedere la mia Tac con il 50% dei polmoni fuori uso è stato un trauma. In quel momento – racconta a Giornalisti Italia il dottor Farina, che è guarito dal Covid ed è tornato in trincea – ho preso pienamente coscienza dell’essere passato dall’altra parte della barricata. Mi ero ammalato. Io che vivo per curare, operare, salvare la vita agli altri, ero entrato a far parte dell’esercito dei pazienti di cui si parlava e, purtroppo, si parla ogni giorno ai telegiornali».

Carlo Farina allo Spallanzani con la Ventimask

Allo Spallanzani, attaccato alla Ventimask alla quale «avevo cominciato ad affezionarmi: il rumore all’inizio sembrava quello di un water rotto, poi però il rumore diventa un suono che ti avvolge insieme all’aria benefica», Carlo Farina c’è rimasto 20 giorni (dopo i 10 trascorsi a casa), in una estenuante altalena – comune ai malati di Covid – della saturazione dell’ossigeno e più di un episodio di «un fortissimo dolore toracico, uno dei momenti peggiori della mia malattia, talmente forte che non riuscivo né a parlare, né a muovermi».
Per salvarlo i suoi colleghi hanno utilizzato tutto ciò che, in quei giorni (parliamo di fine aprile), era nelle loro possibilità, compreso il tocilizumab.
«Oggi abbiamo qualche certezza in più rispetto a qualche mese fa – ammette il dottor Farina – quando noi medici avevamo solo tanti dubbi e spunti di studio, molti dei quali emersi dal confronto serrato portato avanti proprio attraverso il gruppo su Facebook: nei momenti migliori del ricovero allo Spallanzani, riportavo nei miei post la descrizione dei sintomi dolorosi che avvertivo e delle indagini diagnostiche eseguite. I colleghi mi rispondevano, mi davano consigli, mi mettevano a parte delle loro esperienze sul campo o da malati, come me. Ho ricevuto circa 1200 commenti, di cui molti con ipotesi diagnostiche. Scrivere su Facebook – ci confida il chirurgo, in tutta la sua umanità – mi ha aiutato tantissimo in quelle interminabili giornate di totale solitudine. Mi sentivo motivato a farlo, anche perché pensavo che riportare la mia esperienza, da medico e da malato, sarebbe stato importante per la conoscenza del virus».
«E poi il grande affetto – prosegue il dottor Farina – dei colleghi, degli amici, ma anche degli sconosciuti che mi scrivevano messaggi di incoraggiamento. Ecco perché nel libro qualcuno parla, a buon titolo, di “affetti collaterali” del Covid».
Come Lei afferma, in questa seconda ondata la malattia la si controlla meglio, «si agisce prima e ci sono schemi terapeutici generalmente seguiti dai medici, a cominciare da quelli di base». Ciò non toglie che si continui a morire di Covid. Senza sosta e in solitudine. Medici, infermieri, reparti sono, in molte città, di nuovo allo stremo. Eppure c’è chi ancora chi nega: come è possibile?
«Provo una rabbia dentro che non riesco a descrivere – ci risponde il dottor Farina – di fronte ai negazionisti. Sono loro il vero pericolo nella gestione della pandemia. Negare l’esistenza del virus e della malattia che ne deriva ritengo sia come negare l’Olocausto».

Il dottor Farina torna in trincea

E con la paura, legittima, di ammalarsi, come la mettiamo? Cominciamo da lei: non ha paura di ammalarsi di nuovo?
«No, non ho paura, ma non perché non sia doveroso e persino utile averne – chiarisce il dottor Farina – o per il fatto di avere gli anticorpi, anche se non sappiamo ancora per quanto. Non ho paura perché, quando ti trovi così vicino alla morte come è capitato a me, poi ti senti un po’ invincibile. In quanto alla paura generalizzata, mi preme sottolineare che avere timore del virus aiuta a tenere alta la guardia e a proteggere se stessi e gli altri, ma il panico no, non fa bene a nessuno: ci sono malati oncologici che non vengono in ospedale a fare la chemioterapia perché temono il contagio, compromettendo seriamente, questo è sicuro, le proprie condizioni».
Dottor Farina, come è stato tornare in mezzo ai pazienti?
«Mi sento ancora più vicino a loro, dalla loro parte. Essendo stato anch’io malato, ora riesco a comprendere in maniera piena e profonda il valore del conforto che il medico dà e deve dare al paziente. Ora riesco a cogliere le sottigliezze nel rapporto medico-paziente: quand’ero ricoverato, ho provato sulla mia pelle l’importanza dell’essere rassicurato, il valore di una parola di conforto, di incoraggiamento. Un regalo per chi si trova in un letto d’ospedale».

L’epidemiologa Luisa Sodano e l’idea del libro

È stata sua l’idea di trasformare in libro le “Emozioni virali” dei tanti medici italiani che, trovandosi a dover combattere un virus sconosciuto a mani nude nella prima fase della pandemia, hanno trovato in una pagina Facebook un valido strumento di confronto. E conforto.

Luisa Sodano

Luisa Sodano, medico igienista ed epidemiologo, in pensione dopo anni di sorveglianza, controllo e prevenzione delle infezioni, prima in Lombardia poi a Roma, al San Camillo Forlanini, entrata a far parte del Gruppo Fb per soli medici, ha inchiodato davanti all’evidenza: «Quello creato da Camillo Il Grande, collega dell’Asp di Messina, non era l’unico gruppo social riservato ai medici, ma di sicuro il più numeroso e, soprattutto, quello in cui i colleghi raccontavano le proprie esperienze con un afflato emotivo e una partecipazione davvero unici. Quasi fosse caduto – fa notare la dottoressa Sodano – quel pudore professionale che impedisce al medico di mettere a nudo le proprie fragilità».
Colpita da quest’«onda affettiva», che si accompagnava al «prezioso e costante scambio di informazioni» sul Sars-Cov-2, Luisa Sodano propone ai colleghi di trasferire sulla carta quei lunghi post scritti su Facebook: «Storie autentiche, intense, di emozioni, ma anche di denuncia delle criticità, che rischiavano altrimenti di rimanere confinate. Per questo – spiega a Giornalisti Italia la dottoressa – ho lanciato la proposta, subito accolta dai colleghi: abbiamo creato un comitato editoriale e, individuata la casa editrice, nel giro di un mese abbiamo dato alle stampe il libro».
L’obiettivo è chiaro: «Raccontare la pandemia che ha travolto il nostro Paese dal di dentro, attraverso le voci di quanti si sono trovati ad affrontarla per primi con i pochi mezzi e le poche conoscenze a disposizione. Questo libro – sottolinea la dottoressa Sodano – è uno specchio della reazione emotiva alla pandemia e alla mancanza di preparazione con cui il nostro sistema sanitario ha dovuto e continua a fare i conti».
Emozioni e denuncia delle criticità, insomma, «con l’auspicio che le esperienze in presa diretta, i consigli e le annotazioni del medici possano servire a migliorare la gestione dell’emergenza, che non può prescindere dalla gestione della medicina territoriale».
Cronaca che, tra qualche tempo, diventerà storia. Bisogno di raccontare e condividere. E, non ultima, la solidarietà. Concreta: i proventi della vendita del libro saranno devoluti alle famiglie dei medici morti di Covid (delle 5800 copie stampate, ad oggi ne risultano vendute 4300).

Nicoletta Giorgetti (giornalistitalia.it)

“Emozioni virali – Le voci dei medici dalla pandemia”
Il Pensiero Scientifico Editore
200 pagine, 18 euro

Dove acquistare il libro:
In libreria (su ordinazione), sul sito internet della Casa editrice e sulle piattaforme digitali (Ibs, Amazon, etc)

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