
Cosimo Cristina (Termini Imerese, 11 agosto 1935 – 5 maggio 1960) con la fidanzata Enza Venturelli (Caltanissetta, 4 agosto 1940 – Roma, 13 dicembre 2018)
TERMINI IMERESE (Palermo) – Il 5 maggio del 1960. In Sicilia. A Termini Imerese. Il guardalinee ferroviario Bernardo Rizzo alle 15,35 rinviene sui binari della galleria Fossola il cadavere di un giovanotto di bell’aspetto.
Il cadavere è quello di Cosimo Cristina, neanche un quarto di secolo vissuto di una vita pericolosamente affrontata per raccontare la mafia su giornali nazionali e locali.
Tra i pochi che conoscono questa storia, raccontano che l’impiegato ferroviario Luigi Cristina, appreso del ritrovamento di un cadavere in una galleria ferroviaria, aveva deciso di andare a vedere di persona cosa fosse accaduto. Non avrebbe mai pensato l’impiegato Luigi Cristina di trovare su quelle traversine il proprio figliolo Cosimo.
Cosimo Cristina era stato visto uscire da casa due giorni prima, il tre maggio, rasato a profumato con il suo inconfondibile cravattino e i baffi a punta e la mosca al mento ben curata che gli aveva assegnato il soprannome di D’Artagnan.

Dalla notizia al dubbio. A sollevare la questione che non si trattasse di un suicidio ma di un omicidio di mafia furono prima i parenti, poi i colleghi de L’Ora di Palermo, quindi il coraggioso Mario Francese (anch’egli ucciso dalla mafia) sul Giornale di Sicilia
Non vi fu grande apprensione nei genitori e nelle tre sorelle sul fatto che Cosimo per due notti non fosse rientrato. Era già accaduto che inseguendo qualche notizia non mollasse il fatto e ritornato a casa raccontava ai familiari quello che aveva appurato.
Per le forze dell’ordine, giunte sul posto, Cosimo Cristina si è suicidato come era scritto in un biglietto trovato nei suoi abiti. Venne posto in una bara senza alcun approfondimento e senza avere dubbi. Venne adagiato su un carro funebre e portato al cimitero senza nessun conforto religioso. Un suicida a quel tempo non aveva diritto neanche ad un funerale in chiesa.
Cosimo Cristina era giornalista giornalista, ma ancora quel paradigma diffuso dal film di Marco Risi su Giancarlo Siani giornalista ucciso dalla camorra non era ancora conosciuto.
Il combattivo quotidiano L’Ora di Palermo lo aveva ingaggiato come collaboratore. Negli anni Cinquanta le notizie camminano lente nella Sicilia. I grandi giornali nazionali che hanno bisogno di reti efficienti intercettano Cosimo Cristina e lo assoldano come referente di zona e informatore, ma le sue proposte di pezzi sono spesso respinte oppure gli articoli tagliati.
Il giovane Cosimo ne parla con l’amico Giovanni Cappuzzo, un giovane letterato e alla fine dei loro conciliaboli decidono di farselo da soli un giornale dove nessuno taglia o frena gli articoli scomodi. Nel 1959 i due amici con fondi propri e qualche inserzione pubblicitaria fondano il settimanale “Prospettive siciliane”. L’editoriale è diretto. Si annuncia un giornalismo “senza peli sulla lingua”. Nella prima pagina svetta il titolo: “Agostino Tripi è stato ucciso dalla mafia?”. La firma “Co.Cri” l’acronimo di Cosimo Cristina. Sotto la lente del cronista l’omicidio irrisolto del 1957 in cui indicava come mandanti del delitto Tripi due noti “malacarne” del suo paese. Cosimo si era preso la briga di intervistare la moglie dell’ucciso e aveva fatto il nome del presunto assassino. Si apprenderà ad anni dal “suicidio” che Cosimo Cristina per quell’articolo aveva ricevuto telefonate di minaccia.
Nello stesso periodo, in Sicilia, quattro cappuccini furono arrestati e finirono sui giornali di tutto il mondo. Cosimo Cristina ficcò naso e testa in quella vicenda. Nella prima pagina del suo settimanale questa volta il titolo recita: «Un noto avvocato, corrispondente di un quotidiano, è il capo della famigerata banda dei monaci di Mazzarino». Pur non citando il nome, l’avvocato Alfonso Russo Cigna sentendosi diffamato presenta una querela.
Il 30 marzo del 1960 Cosimo Cristina viene condannato ad un anno e quattro mesi e ad un risarcimento di due milioni di lire. La pena è sospesa in attesa del processo di Appello che non si celebrerà mai per la morte di Cosimo nel maggio successivo.
Un’altra querela lo aveva aggredito. Era già tempo di querele temerarie Nel frattempo, senza alcun motivo valido Cosimo Cristina viene licenziato dalla torrefazione di caffè dove ha trovato un impiego come addetto pubblicitario. I rapporti con l’Ora si sono allentati. Cosimo Cristina va incontro alla morte da isolato. L’oblio cala su “D’Artagnan” a Termini Imerese. Per rimuoverlo bisogna aspettare il 1966 quando il vicequestore Mangano invia un rapporto alla Procura di Termini Imerese per far riaprire le indagini.
Anche la stampa locale cambia registro. Scrive La Sicilia: «È stato il suo giornale “Prospettive Siciliane”, con le sconcertanti rivelazioni sui più misteriosi delitti di mafia, ad attirargli l’odio dei componenti dell’onorata società di Termini e di Caccamo». Nel giro di poche ore vengono spiccati sei mandati di cattura per l’omicidio di Agostino Tripi, l’uomo ucciso a Caccamo nel 1957 e che era stato raccontato con scrupolo e intuito dal povero Cosimo. Il vicequestore Mangano dichiara in televisione: «Cristina era un giornalista che combatteva la mafia. Noi abbiamo raggiunto le prove che non si uccise, ma fu ucciso perché conosceva i segreti di alcune bande mafiose».
Il magistrato dispone la riesumazione della salma di Cristina per effettuare i rilievi necroscopici legali che sarebbe stato meglio analizzare nella circostanza del tragico evento. Due luminari palermitano stabiliranno la tesi del suicidio o della morte accidentale. Il caso è di nuovo chiuso.
Ben 33 anni dopo, quando la pubblicistica investigativa ha ben altri strumenti, il giornalista catanese Luciano Mirano si dedica ad un prezioso libro di ricerca sui giornalisti uccisi dalla mafia che si chiama “Gli insabbiati”.
Mirano acquisisce il reperto dell’autopsia del 1966 e lo sottopone al professore Vincenzo Milana, autorevole consulente catanese della procura etnea. L’esperto smonterà le tesi precedenti che sono fedelmente riportate nel libro di Mirano, il quale chiederà la riapertura del caso Cosimo Cristina sostenuto anche da una raccolta di firme. Di quel cold case però non interessava a nessuno. Solo il senso comune della nuova Sicilia darà ricordo e verità sulla giustizia mancata.
A mezzo secolo dalla morte la rivista militante “L’Espero” insieme all’amministrazione comunale di Termini Imerese e all’Ordine dei giornalisti siciliano hanno posto una lapide sul luogo di quello che il sentire comune considera un assassinio omaggiando il giornalista Cosimo Cristina di questa epigrafe: «Ucciso dalla mafia perché credeva che la verità e la legalità fossero più forti di qualsiasi potere criminale».
Oggi a Termini Imerese c’è una via Cosimo Cristina e il suo nome è stato dato anche all’aula di una scuola cittadina. Cosimo Cristina sta scritto anche sulla targa che il 29 settembre 2019 è stata posta sulla gloriosa sede dell’Ora di Palermo. Alberi e manifestazioni ricordano il suo nome. Cosimo Cristina, il D’Artagnan ucciso e “mascariato” dalla mafia. (giornalistitalia.it)
Paride Leporace
CHI È PARIDE LEPORACE
Nato a Cerisano (Cosenza) il 3 giugno 1962, laureato in Lettere Moderne all’Università della Calabria con il massimo dei voti e una tesi sul cinema militante, Paride Leporace è giornalista professionista iscritto all’Ordine della Calabria dal 22 febbraio 2000.
La sua quarantennale carriera, che ha attraversato la storia del giornalismo di Calabria e Basilicata, è iniziata al “Quotidiano della Calabria”, dove è stato cronista e caporedattore. Ha fondato e diretto “Calabria Ora”, dopo un anno è ritornato nel gruppo Finedit per dirigere “Il Quotidiano della Basilicata” ed è stato vicedirettore del Quotidiano del Sud.
Ha avviato e per otto anni diretto la Lucana Film Commission, contribuendo in modo decisivo al successo di Matera come Capitale Europea della Cultura 2019. Ha, inoltre, ideato il progetto LuCa per la rifondazione della Calabria Film Commission. È stato, tra l’altro, consulente del presidente della Regione Calabria, Jole Santelli, occupandosi della valorizzazione dei beni materiali e immateriali della propria regione.
Tra le sue opere: “Toghe rosso sangue” (Città del Sole, 2009), “Cosangeles” (Pellegrini, 2021), “Giacomo Mancini. Un avvocato del Sud” (Pellegrini, 2022), “Cosenza nel ’900. Storie e personaggi” (Pellegrini, 2025).
Unendo la sua grande passione per il cinema a un impegno costante nell’informazione d’inchiesta e di approfondimento, Paride Leporace racconta le trasformazioni del Sud con il rigore della cronaca la sensibilità del cinefilo.
UN OMAGGIO AL GIORNALISMO VERO
L’iniziativa parlamentare che, nei giorni scorsi, ha istituito da quest’anno il 3 maggio “Giornata nazionale in memoria dei giornalisti uccisi a causa dello svolgimento della loro professione”, ha spinto Paride Leporace a un esercizio di memoria grazie al quale ha dedicato quattro profili ai primi 4 morti di una lista che complessivamente contempla 28 colleghi ammazzati. Profili che Paride ha gentilmente scelto di pubblicare su Giornalisti Italia – e lo ringraziamo vivamente – a beneficio di quanti credono nel valore di una professione che non ammette silenzi e omissioni, ma verità e giustizia. (giornalistitalia.it)








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