Francesco Viviano

ROMA – La Corte di Cassazione, con sentenza n. 15838, ha confermato la condanna a un anno di reclusione (pena sospesa)  nei confronti del giornalista Francesco Viviano, cronista del quotidiano la Repubblica, che nel 2010 aveva pubblicato un dettagliato articolo sull’inchiesta condotta dalla Procura di Trani sul cosiddetto “caso Rai-Agcom”.
A giudizio dei giudici della Suprema Corte commette il reato di “violazione della pubblica custodia di cose” il giornalista che faccia copia di provvedimenti giudiziari tutelati da segreto. Per la Cassazione, dunque, “non incide sul giudizio l’eventuale complicità del magistrato o comunque di un pubblico ufficiale”.
La Cassazione conferma, così, la sentenza della Corte di appello di Lecce che, nell’aprile 2018, aveva confermato la condanna di primo grado a un anno di reclusione del cronista di fatti di mafia, accusato di essersi impossessato di un fascicolo dagli uffici giudiziari riguardante documentazione inerente l’inchiesta sul cosiddetto caso Rai-Agcom, inchiesta che vedeva l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi indagato per le presunte pressioni effettuate per chiudere il programma “Anno Zero” di Michele Santoro.
La condanna di primo grado, confermata in appello, andò oltre i 9 mesi richiesti dal pubblico ministero in quanto Viviano era stato precedentemente condannato per essere entrato nel centro raccolta immigrati di Lampedusa al fine di documentare una delle tante inchieste che lo hanno reso famoso.
Viviano, che si è sempre dichiarato innocente, all’epoca, sulla sua pagina Facebook, aveva indicato in un collega del suo giornale la causa della sua condanna, un collega “che ha raccontato a dei magistrati delle bugie, che mi ha intercettato (incredibile) etc etc e che mi ha fatto condannare ad un anno di reclusione”.
Solidarietà al collega Francesco Viviano viene espressa dal Comitato di redazione del quotidiano la Repubblica che, nel ricordare che “Viviano ha sempre respinto le contestazioni”, si dice “umanamente vicino al collega e, pur nella convinzione che un giornalista, come ogni altro cittadino, non possa mai ritenersi svincolato dalla legge, esprime preoccupazione dinanzi al fatto che condotte mosse esclusivamente dall’intento di assicurare il diritto-dovere di cronaca vengano punite con il carcere”. (giornalistitalia.it)

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