Dichiarati 50 esuberi al Corriere della Sera, 15 alla Gazzetta dello Sport e 10 ai Periodici

Conti in attivo, ma Rcs taglia 75 giornalisti

Urbano Cairo

MILANO – Si sta delineando day-by-day il piano di intervento di riorganizzazione del gruppo Rcs. Dopo i 15 esuberi dichiarati alla Gazzetta dello Sport, i 50 dichiarati al Corriere della Sera, arrivano i 10 di Rcs Periodici. E in totale fanno 75. In un gruppo che fino a pochi mesi fa vantava un risanamento capace di generare utili, dividendi e premi, e oggi, invece, scarica sui giornalisti e sull’intera categoria scelte di “sviluppo” dai contorni ben poco definiti.

Paolo Perucchini, presidente Alg

L’Associazione Lombarda dei Giornalisti sarà al fianco dei colleghi di Gazzetta, Corsera e Periodici nella dura battaglia che si annuncia in Rcs contro tagli di personale (che mettono a rischio non solo posti di lavoro ma la qualità stessa dell’informazione) e piani di riorganizzazione che chiedono fondi pubblici per un gruppo che ancora pochi mesi fa macinava utili.
Il tutto in presenza di percorsi di stabilizzazioni che tardano a essere definiti e a fronte di tagli unilaterali ai compensi di collaboratori e corrispondenti. A conferma, ancora una volta, che nell’editoria italiana il valore della professionalità e del lavoro giornalistico non sia visto come una risorsa ma come un costo da affrontare con la scure.
La Alg è pronta a sostenere tutte le iniziative che i colleghi del gruppo Rcs vorranno mettere in campo per contrastare i piani di riorganizzazione presentati. (giornalistitalia.it)

La svolta di Cairo in Rcs: cassa integrazione e tanti social network

E alla fine, anche l’imprenditore italiano con la migliore reputazione online – così assicura la classifica di Reputation Science – per fare cassa chiede i soldi allo Stato.
Urbano Cairo, presidente e amministratore delegato di Rcs Mediagroup, che il 19 dicembre scorso arringava i giornalisti nelle sale della mensa aziendale dicendo «quando sono arrivato i dipendenti del gruppo erano 3.300 e tanti sono ancora oggi: l’unico imprenditore che non manda a casa nessuno sono io!», una manciata di giorni dopo chiede lo stato di crisi.
Sulla carta la formula appare più elegante, “riorganizzazione per lo sviluppo digitale”, ma la sostanza è quella: solo tra i giornalisti del gruppo, Cairo chiede 75 prepensionamenti e cassa integrazione per 24 mesi (per non parlare degli ammortizzatori sociali richiesti per impiegati, poligrafici, operai). Una decisione verso la quale i giornalisti di Rcs Periodici ribadiscono la loro assoluta contrarietà.
Un’urgenza motivata da un’azienda in rosso? Niente affatto. Solo nel 2018, l’utile di Rcs Mediagroup è stato di 85 milioni di euro; Cairo ha erogato premi ai dirigenti di prima fascia, distribuito dividendi a sé e ai suoi azionisti per 31 milioni e, presumibilmente, farà altrettanto nel 2020. È vero, i ricavi netti del 2019 appaiono in flessione (-5,5%), ma, come dichiarano gli stessi manager di Rcs, «l’azienda ha fatto meglio del mercato». Motivo in più per non attingere alle casse dello Stato.
Uno sguardo al passato. Solo nelle redazioni dei Periodici Rcs sono stati attivati stati di crisi ininterrotti dal 2009 al 2018. Abbiamo assistito al taglio di oltre un terzo dei giornalisti, il tutto accompagnato da solidarietà e cassa integrazione fino al 30% e da un ferreo piano di smaltimento ferie. Sacrifici, questi, affrontati dai giornalisti della Periodici con senso di responsabilità e di fiducia nel risanamento e nella buona gestione dell’azienda. E invece no. Nell’era Cairo, al primo segnale di contrazione dei ricavi, si torna ad attingere alle casse dello Stato e alle tasche dei dipendenti. Con il rischio che il cosiddetto “piano di riorganizzazione per lo sviluppo digitale” si traduca in un mero implemento di attività sui social network e apra ancor più la porta alla commistione tra informazione e pubblicità.
Spiace constatare che quello che pareva l’imprenditore più coraggioso e innovativo, l’unico editore “puro” del panorama italiano, anziché investire sulla professionalità dei giornalisti e sull’autorevolezza delle testate del gruppo, si limiti a ricorrere alla riduzione del costo del lavoro. E che la sua idea di sviluppo (digitale o meno) sia una banale richiesta di tagli, sostenuti dai fondi pubblici.

Il Cdr dei Periodici Rcs Mediagroup

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