Decano dei cronisti sportivi romani aveva 90 anni. Ha scritto con onestà e competenza

Con Gianni Melidoni muore uno stile di vita

Gianni Melidoni

ROMA – Si sono svolti questa mattina a Roma, nella Chiesa di Santa Chiara in piazza dei Giuochi Delfici, i funerali del giornalista Gianni Melidoni, famoso cronista sportivo romano, anche se nato a Napoli 90 anni fa. Roma, infatti, era diventata la sua città di adozione. Una vita la sua al passo con lo sport e con la cronaca romana.

Gino Bartali

A soli 17 anni, il 14 settembre 1952, aveva già raccontato il Giro della Provincia di Reggio Calabria di ciclismo su strada vinto dal grande Gino Bartali che, sul lungomare della città dello Stretto, bruciò in volata Fiorenzo Magni e Giuseppe Minardi dopo 240 chilometri di corsa.
«Ebbi offerte dal Corriere della Sera e dalla Gazzetta dello Sport», rivelò lo stesso Gianni Melidoni in un’intervista al Corsera, aggiungendo di aver ricevuto un’offerta di lavoro anche dal quotidiano La Stampa, tant’è che allo stadio di Torino spuntò uno striscione: “Melidoni, se vieni ti uccidiamo”. «Ero, infatti, visto come filo romanista. Ma Il Messaggero era un grande giornale e vivere a Roma una fortuna e un privilegio».

Gianni Melidoni

Nato il 16 agosto 1935, giornalista professionista iscritto all’Ordine del Lazio dal 1° agosto 1956, nella sua vita da cronista sportivo Gianni Melidoni ha raccontato ben undici Olimpiadi nel corso della sua straordinaria carriera professionale, ma soprattutto tantissimo calcio. Dagli scudetti della Lazio, a partire da quello del 1974 di Lenzini, Maestrelli e Chinaglia a quello giallorosso nel 1983 di Viola, Liedholm e Falcao, ingaggiando polemiche contro le squadre del Nord e anche nei confronti di Enzo Bearzot «per la mancata convocazione – ricorda Pieruigi Roesler Franz – di Roberto Pruzzo al Mondiale dell’82. Predisse anche l’oro di Livio Berruti nei 200 metri alle Olimpiadi del 1960. Melidoni, soprattutto, ha sempre privilegiato il racconto di quegli episodi che univano sport, cultura e valori, rendendo le Olimpiadi non solo una competizione, ma un evento di grande rilevanza sociale».

Gianni Melidoni (al centro) con Renato Nicolini (a sinistra) e Paulo Roberto Falcao

Decano dei giornalisti sportivi e tra le principali firme “romane” dagli anni ’70 al 2000, era stato assunto a 20 anni al Messaggero di cui fu per alcuni anni anche vicedirettore,e dove rimase per tutta la sua carriera, tranne gli ultimi anni passati al Tempo. Fu anche uno dei volti del successo del Processo di Aldo Biscardi, dove portò la sua verve polemica a difesa delle squadre della Capitale, programma televisivo che negli anni Ottanta e Novanta costituì un fenomeno televisivo di grande rilevanza nel dibattito calcistico italiano.

Pierluigi Roesler Franz

«La morte di Gianni Melidoni – sottolinea Pierluigi Roesler Franz – chiude un capitolo importante del giornalismo sportivo italiano e, soprattutto, romano. La sua figura resta quella di un cronista che ha saputo raccontare lo sport con competenza, fedeltà al verissimo e una particolare attenzione all’anima della città che lo aveva accolto e formato. Melidoni lascia un’eredità professionale tangibile e un esempio di dedizione al mestiere che continuerà a ispirare chi opera nelle redazioni e nelle cronache sportive. Era noto per saper cogliere non solo i risultati, ma anche il contesto sociale e umano degli episodi olimpici, trasformando la cronaca in un racconto coinvolgente e ricco di significati». Entrato al Messaggero appena ragazzo, Melidoni trascorre quasi tutta la carriera nel quotidiano capitolino, diventandone una figura di riferimento per diverse generazioni di lettori.

Gianni Melidoni

Grazie a una scrittura riconoscibilissima, capace di raccontare con equilibrio e passione sia i grandi eventi internazionali sia i racconti di quartiere della Capitale, l’uomo ha certamente contribuito a definire lo stile della cronaca sportiva romana. Una carriera di fatti, cifre e personaggi.
Nel corso degli anni, all’interno del Messaggero, ha ricoperto ruoli di rilievo all’interno della redazione sportiva, arrivando a guidarne la direzione per un lungo periodo, e contribuendo a formare nuove generazioni di giornalisti attraverso l’esempio del mestiere ben fatto, della verifica delle fonti e della ricostruzione accurata dei fatti.
Ma la figura di Gianni Melidoni va oltre le pagine sportive. Pierluigi Roesler Franz ce lo ricorda come un «giornalista amato e riconosciuto per la sua correttezza professionale, per la capacità di ascolto, per la mania di verificare fino alla nausea le sue fonti, e per la lucidità nell’analisi delle dinamiche del calcio romano.

Gianni Melidoni premiato dal presidente del Coni, Giovanni Malagò

La sua era una scuola di stile, cronaca chiara, attenzione al dettaglio, rispetto delle regole del giornalismo e, non meno importante, una devozione al lettore che cercava non solo i risultati, ma anche il contesto delle gare, i retroscena e le storie dei protagonisti».
Nel lungo arco della sua carriera, Melidoni ha assistito al passaggio dall’era della carta stampata alle nuove forme di informazione sportiva, mantenendo intatta e inalterata la curiosità e la passione che hanno contraddistinto la sua scrittura. Il suo lavoro ha contribuito a costruire un archivio di cronache che restano come testimonianza di un periodo in cui lo sport andava di pari passo con la cultura popolare romana, e non solo.
Alla famiglia di Gianni Melidoni, alla moglie Mariolina, ai figli Antonio, Rita, Elisabetta, Laura, Elena e Giorgio, ai suoi vecchi e nuovi compagni di lavoro e soprattutto ai suoi allievi di un tempo, che oggi ricoprono posizioni di vertice in molti giornali italiani, le condoglianze del Direttore e della Redazione di Giornalisti Italia. (giornalistitalia.it)

Pino Nano

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