PORTOGUARO (Venezia) – Colpire attraverso Facebook e da Facebook essere colpiti. È una sentenza esemplare quella pronunciata dal tribunale di Portogruaro che, a tre imputati, chiamati a rispondere del reato di “diffamazione” via Internet (con l’aggravante della discriminazione razziale), vieta l’uso della tastiera per quattro mesi.
E con il tempo che rimane loro a disposizione, non potendo navigare fra blog e siti, devono leggere due libri, scriverne il riassunto, assistere alla proiezione di un film sulle tematiche del razzismo e “redigere un elaborato con le proprie considerazioni”.
Con una “pena alternativa”, il magistrato intende sottolineare che il mondo cosiddetto virtuale non sta al di fuori delle leggi e delle regole.
I social network riproducono l’immagine del salotto di casa (dove, in teoria, è possibile sciogliere qualche freno inibitore) ma, contemporaneamente, rappresentano anche la piazza del paese (dove occorre mantenere il decoro proprio della civiltà). Cioè, una conversazione in rete non è solo un dialogo in un gruppo ristretto di “amici”, ma anche un’esposizione esterna a disposizione di tutti. Quindi non tutto è possibile e non tutto è lecito.
La vicenda è recente e si riferisce ai commenti che tre internauti hanno postato per commentare il trasferimento di un gruppo di migranti da un centro di accoglienza a un altro. Commenti pesanti, in realtà, ben oltre il limite dell’inaccettabile.
“Bisogna aiutarli. – ha lasciato scritto il primo – Ne ospitiamo uno in ogni casa, li laviamo con la benzina e poi li asciughiamo con il lancia fiamme. Ed è tutto risolto”. Di seguito un amico: “Gente sporca. Devono morire. Se trovo uno di loro gli verso addosso dell’acido di batterie… così capiscono che non li vogliamo”.
Un terzo ha preferito utilizzare un’immagine. Ha riprodotto un cappio con il nodo scorsoio e, sotto, a titolo di didascalia: “ripensandoci…”
Il tutto nella pagina Facebook “sei di Portogruaro se…”. I tre non sono ragazzini. Il più giovane ha compiuto 37 anni e il più maturo 56.
Essendo il reato “digitato” nel web non occorono testimonianze, istruttorie particolari o chissà quali accertamenti.
Alla sbarra per direttissima. Il pubblico ministero evidenzia l’enormità negativa dei loro commenti e loro ammettono di aver sbagliato.
Insieme alla pena “educativa” concretizzata dall’obbligo di buone letture e di visioni di pellicole edificanti, anche l’impegno a lavorare nelle strutture del Municipio per lavori socialmente utili e il versamento di 200 euro a un’associazione della zona impegnata nel contrasto all’odio razziale.
“Visto che, senza le aggravanti la pena prevista per questo reato è inferiore ai 4 anni – spiega, intervistato da La Stampa, l’avvocato di due dei tre imputati, Gianni Massanzana, – ho chiesto che venisse concessa loro la messa in prova. In questo modo una volta che il programma andrà a buon fine, previa verifica del tribunale, il reato verrà dichiarato estinto. Quindi come se non fosse mai stato commesso”.
Il processo rimarrà, quindi, sospeso per sei mesi: il 14 maggio 2019 i giudici convocheranno gli imputati per valutarne il ravvedimento. Se dimostreranno di aver seguito le prescrizioni, la loro vicenda giudiziaria si chiuderà. (giornalistitalia.it)

Comments are closed.